Il triangolo marrone: tra passato e futuro?

15 05 2008

La percentuale che vorrebbe espellere gli immigrati senza lavoro è solo il 52%, ma coloro che sceglierebbero l’emigrazione di massa dei nomadi è un terzo di più.

Dato che abbiamo la memoria corta, sarebbe il caso di ricordare l’esito di operazioni analoghe del passato e che

con gli ebrei, le genti rom avranno molto più in comune di quanto non si pensi, condividendo per tutto il Medioevo la responsabilità di aver preso parte alla Passione di Cristo e a false accuse di congiure ordite per uccidere i cristiani, a cui seguiranno vere e proprie cacce all’uomo fomentate dalle autorità e dalle popolazioni.

[da Opera Nomadi]

All’interno dei lager nazisti, il triangolo marrone era attribuito alla popolazione di origine Zingara, Rom e Sinti. Riesumiamo anche questo?

E, una volta finita con “gli zingari”, a chi toccherà?




Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo

15 05 2008

Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. «Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male ». La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. «Brava, bravissima». Avanti verso il Medioevo, ognuno con il suo passo.

dal Corriere della Sera del 15/05/2008




Vogliamo anche le rose

13 05 2008

In Vogliamo anche le rose Alina Marazzi rievoca l’Italia della rivoluzione sessuale e del femminismo da metà degli Anni ’60 al 1977. Con il suo montaggio sapiente raccoglie alcune voci diaristiche di esistenze individuali di donne (tre in particolare i diari provenienti dall’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, rielaborati con la collaborazione della scrittrice Silvia Balestra) che monta con materiali visivi da film sperimentali o in super8 (di Adriana Monti, Loredana Rotondo, Alfredo Leonardi, Alberto Grifi, etc), immagini di repertorio degli anni compresi tra il ‘67 e il ’79 (Teche Rai, Cineteche varie, etc) e fondi privati (Clelia Pallotta, Franca Zacchei, Anna Bottesini, fam. Summaria e Giorgio Magister). Non mancano lettere e conversazioni, foto dell’epoca, riviste e fotoromanzi: occhio al fotoromanzo con Paola Pitagora per la liberalizzazione della pillola (quando la pillola anticoncezionale in Italia era considerata crimine contro la stirpe. Chi se lo ricorda?)

da Cinemadonne.it

Per chi abita a Bari, segnalo l’evento del 15 maggio e per  chi ne vuole sapere di più, qualche altra recensione su:

Corriere della Sera

Il Paese delle Donne




La scuola nell’immaginario collettivo

13 05 2008

pagellaDato che c’è sempre bisogno di dare un segnale forte di trasformazione ad ogni cambio di governo, dopo aver oculatamente scelto Ministro e Sottosegretario all’Istruzione, il primo annuncio bomba all’insegna delle 3i: la guerra alla documentazione cartacea nella PA.

Di conseguenza, entro un anno, un anno e mezzo massimo, le pagelle “dovranno essere lette su Internet”.

Suggerendo la lettura dell’articolo di Reginaldo Palermo relativamente alle condizioni di fattibilità della cosa, vorrei far notare giusto due cose all’articolista di Repubblica che ha scritto sulla notizia:

1) il termine e lo strumento pagella è in disuso da quando io facevo la II elementare. Ho 39 anni e sono andata a scuola in anticipo.

2) Forse la pagella riportata qui sopra (datata 1954) e tratta dall’articolo in questione è un suo ricordo d’infanzia, quindi - per dovere di cronaca - informo i lettori che questo modello è stato sostituito a partire dall’anno scolastico 1977/78 con una scheda di valutazione, prevista dalla legge n° 517 del 1977. Una legge lungimirante, sottolinea Umberto Tenuta, anche se “tradita” nel suo “spirito animatore”, sull’onda lunga della pagella scolastica e della valutazione selettiva. Ovviamente, il tutto valido solo per la scuola di base.

3) La scelta, da qualche anno, di confezionarsi “autonomamente” la propria “pagella” è una necessità dovuta allo stato di deregulation totale in materia e ad una scelta ben precisa dell’ex ministro Moratti, profonda sostenitrice della validità della mano invisibile di smithiana memoria anche nel mercato scolastico.

Insieme alla pagella, almeno nella scuola elementare/primaria, sono andati in disuso: i grembiuli neri e fiocconi annessi, i banchi con il foro per il calamaio, le orecchie d’asino, le maestrine dalla penna rossa. Giusto per la cronaca.




Chi comanda sul Titanic?

12 05 2008

Premessa

Parlare di merito in Italia, serve semplicemente ad alzare una cortina fumogena sulla realtà, tenendo conto che noi viviamo nell’unico Paese in cui si può essere ghettizzati per eccesso di competenza. A scuola come all’università.

Con la differenza che a scuola, se ti chiudi nella tua “cameretta” e non dai troppo nell’occhio, alla fin fine le tue “competenze” puoi anche metterle in atto. All’università, invece, nella cameretta ti ci murano viva (metaforicamente parlando, ovviamente). Poiché solo chiacchiere da bar si fanno sull’argomento, aggiungerò anche le mie ad un dibattito che diventerà presto rovente.

***

Il disegno di legge proposto dalla Gelmini (scaricabile qui in formato pdf per chi fosse interessato) è ovviamente demagogico anche se, in un certo senso, disarmante nella sua semplificazione di questioni complesse che si ripercuotono sulla tenuta civile e culturale del nostro Paese.

Molto si potrebbe dire e controbattere a lei e ai novelli profeti che pontificano dalle varie testate giornalistiche su come risalire la china, a partire proprio dalle teorie manageriali circa la gestione del cambiamento nelle organizzazioni.

E poiché si tratta di argomenti di cui si discute da almeno un decennio, mi sorge il dubbio che tutti questi manager italiani che si avvicendano all’istruzione abbiano bisogno di un bel corso di aggiornamento o almeno di qualcuno che spieghi loro che il modello taylorista-fordista è ormai considerato fuori moda da tempo.

Mi viene da sorridere, quindi, nel momento in cui, sic et simpliciter, all’art.2 c.1 della proposta di legge si propone

il rafforzamento dei poteri organizzativi e disciplinari dei dirigenti scolastici e degli organismi di amministrazione che li adiuvano, con compiti di gestione amministrativa e di reclutamento del corpo docente

chiedendomi se la Gelmini sa come sono diventati tali i dirigenti scolastici.

Io credo di no, ricordandole con Gandola che

dopo l’approvazione della normativa sulla dirigenza scolastica, direttori didattici e presidi sono divenuti dirigenti scolastici solo per avere frequentato un corso di formazione (presso varie agenzie, dall’Ibm alla Bocconi, ecc.). Non c’è stata alcuna selezione: di fatto tutti quanti sono diventati dirigenti scolastici. Questo ci sembra del tutto insufficiente.

O no? Quindi, prima di far diventare questi pseudo dirigenti dei veri e propri datori di lavoro, non sarà il caso di valutare anche loro? E lo dico in un’ottica puramente “aziendalistica”, tralasciando ogni specificità del sistema scuola.

Mi sembra quindi utile ed interessante, riproporre la lettura di un articolo di Simone Brero (Chi comanda sul Titanic? - Una nuova leadership per le organizzazioni che apprendono), apparso sul n°1 di Ticonzero del 1998, di cui riporto uno stralcio significativo:

Il mare e’ piatto come una tavola. Il mitico e inaffondabile transatlantico della White Star fila liscio e veloce verso l’America. Tra i suoi passeggeri si consumano amori e tradimenti, gioie e dolori, paure e speranze. Il gelido iceberg attende immobile, nell’oscurita’ della notte.

Chi comanda sul Titanic? Immaginate che la vostra organizzazione sia una nave di linea transoceanica e che voi siate il capo. Qual’e’ il vostro ruolo? Alcune frequenti risposte di dirigenti: “Il capitano”, “L’ufficiale di rotta”, “Il timoniere”, “Il macchinista”. In effetti molte di queste risposte sono in linea con le concezioni tradizionali dei leader, radicate in una visione del mondo individualista e non sistemica. “La visione tradizionale della leadership si basa sui presupposti dell’incompetenza dei singoli, della loro mancanza di visione personale e della loro incapacita’ di padroneggiare le forze del cambiamento, carenze che possono essere ovviate soltanto da alcuni grandi leader” (P.M.Senge, La quinta disciplina). Le organizzazioni che apprendono, tuttavia, impongono un nuovo modo di guardare alla leadership.

Torniamo sul Titanic (in senso metaforico, non preoccupatevi). Quando l’iceberg viene avvistato, il capitano esercita la sua presunta leadership ordinando una virata secca (al timoniere) e l’inversione di marcia (alla sala macchine). L’ampiezza della virata e la velocita’ dell’ inversione (presumibilmente le massime tecnicamente possibili) non sono sufficienti. La chiglia della nave urta la parte sommersa dell’ iceberg. Il Titanic impiega circa due ore per affondare completamente. Le vittime sono circa 1500.

A cosa serve al capitano ordinare una virata di emergenza, o al timoniere e al macchinista eseguire l’ordine, se la nave non e’ progettata per effettuare una simile operazione in tempo utile? Esiste un ruolo di leadership, tanto importante quanto trascurato dai dirigenti: quello del leader come progettista. Del resto, nell’ultimo costoso film di James Cameron dedicato alla tragedia del Titanic, il progettista riconosce le proprie responsabilita’, affondando volontariamente insieme alla nave…

Peccato che, nella realtà, i progettisti si salvino sempre.




La “comunanza” perduta

11 05 2008

Secondo Laura Boldrini, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, la manovra sui clandestini che si accinge a varare il nuovo governo

viola le disposizioni Ue, i pattugliamenti vanno contro la convenzione di Ginevra e altrettanto fa il reato di immigrazione clandestina.

Non avendo deserti in cui ricacciarli, i Cpt diventeranno carceri a tempo in cui gli immigrati potranno “stazionare” fino a 18 mesi.

E mentre la Curia a Padova difende la moschea e qualcuno si chiede se ha senso giocare con la religione per fini politici, le ronde della comunità perduta imperversano da nord a sud




Grande è la confusione sotto il cielo…

8 05 2008

E’ difficilissimo orientarsi in questo periodo tra fascisti che diventano difensori della libertà, liberisti che diventano statalisti e riformisti che spesso restano incantati dalle sirene neocapitaliste.

Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente avrebbe detto Mao Tse…

Ma i nuovi Ministri alla Cultura e all’Istruzione, forti della loro competenza in materia e della profonda conoscenza delle problematiche organizzative e legislative di loro pertinenza, sapranno guidarci verso la meta (quale che sia).




Apollo, la luce, il buio… fuor di metafora (o quasi)

6 05 2008

Pur consapevole che, già le parole ‘formazione’ e ‘educazione’ sono metaforiche e che parole come stampo e formazione, guida e indirizzo, crescita e sviluppo sono come una serie di ulteriori designazioni pedagogiche, da intendersi bene solo metaforicamente [Franza-Mottana], aggiungo qualche riga fuor di metafora per riportare il discorso sul piano della materiale concretezza del vivere e del fare.

In Italia (ma non solo) siamo di fronte ad una crisi “globale” del sistema educativo e di istruzione senza precedenti. Quanto denunciato da Andreas Formiconi circa la gravità del problema viene ribadito da Gianni Marconato, a margine della conclusione di Didamatica 2008

Quello che a me sembra manchi per una reale innovazione che sia diffusa e di sistema è la consapevolezza del problema in tutti i suoi aspetti, delle sue implicazioni anche “profonde” e di come rendere operative sul piano organizzativo e didattico (non inserisco qui quello politico che è un livello totalmente incapace di muovesi se non facendo danni) le affermazioni che si fanno.

Cosa vuol dire andare “oltre la scuola”? Cosa vuol dire fare una didattica personalizzata e centrata sulla persona che apprende? Cosa vuol dire passare dall’insegnamento all’apprendimento? Cosa vuol dire “innovazione” nella scuola e nei processi di insegnamento? Cosa vuol dire “apprendere”? Cosa vuol dire passare dalla trasmissione di conoscenza alla sua costruzione (chiarendo, comunque, che ciò che si trasmette è l’informazione, mai la conoscenza)? Queste ed altre tematiche andrebbero comprese bene per non muoverci a casaccio e per dare sistematicità a tanti fermenti.

E invece a casaccio ci si è mossi (e ci si continua a muovere), esercitandosi a turno (politico) in virtuosismi ingegneristici e legislativi che sono intervenuti violentemente nell’architettura del sistema, accentuando i problemi che già c’erano, creandone dei nuovi e creando una condizione profonda di incertezza e disorientamento in chi vi opera.

Abbiamo creato così un’idra a più teste, in cui i livelli di autonomia entrano in conflitto reciproco provocando la paralisi del sistema più che il suo cambiamento.

Forse giova ricordare che, dal punto di vista squisitamente organizzativo, l’autonomia scolastica e universitaria non sarebbe dovuta essere finalizzata a creare feudi incontrastati né repubbliche anarchiche, quanto piuttosto ad avviare un processo di “collaborazione permanente e a due vie tra il centro e le varie periferie del sistema” [F. BUTERA, 1998].

Tale processo avrebbe dovuto dare vita ad una architettura reticolare in cui il governance system è caratterizzato dalla “coesistenza della spinta e del supporto strategico dell’agenzia focale e dalla autoregolazione dei nodi”.

Non bisogna certo essersi laureati alla Bocconi per riconoscere che:
1) è mancata qualsiasi tipo di strategia a livello centrale nella conduzione di questo processo di cui, quasi subito, si è perso il vero significato;
2) i “nodi” non hanno avuto né le capacità né le possibilità reali di autoregolarsi.

Il danno strutturale e culturale è incalcolabile e segnerà ineludibilmente la vita dei singoli e della collettività coinvolta.

Ecco la “profanazione del tempio”, l’empietà di cui ci siamo macchiati nei riguardi di ciò che più profondamente racchiude il nostro essere sociale, la nostra cultura, il nostro futuro…

Se non si riparte da qui, le cose non potranno che peggiorare. Parafrasando quanto detto da Russillo a proposito della scuola [p.12],

non si può cambiare un sistema formativo semplicemente additandogli il modello ideale che esso deve attuare, ma bisogna fare i conti con quello che il sistema è attualmente e con le risorse di cui dispone per migliorarsi.

Per farlo, sarebbe il caso - in primo luogo - di finirla di parlare a vanvera di teorie organizzative che non si conoscono, trapiantando acriticamente modelli e strategie che già in ambito economico hanno rivelato i loro limiti. Personalmente sono stufa di ascoltare e leggere scimmiottamenti di teorie e strumenti che hanno un loro perché e un loro dove ma che non è detto facciano sempre al caso, in ambito formativo.

E non guasterebbe prendere coscienza dell’atteggiamento “oracolare” che abbiamo adottato nei confronti dei dati statistici, vittime di quel mito razionale che, sottolinea Morgan,

al pari dei miti primitivi, ci mette a disposizione un quadro di riferimento generale e una struttura di credenze attraverso le quali possiamo rendere intellegibile l’esperienza quotidiana. Il mito della razionalità ci aiuta a considerare certi modelli di azione come legittimi, credibili e normali e, quindi, ad evitare l’incertezza e la discussione che emergerebbero se fossimo costretti a prendere consapevolezza della incertezza e dell’ambiguità di fondo che sta alla base di buona parte dei nostri valori e dei nostri comportamenti abituali.

E ci riporta le conclusioni di un saggio del 1954 dell’economista inglese Ely Devon, in cui l’autore nota che

anche se i responsabili organizzativi non si sognerebbero mai di analizzare gli intestini di un pollo o di consultare un oracolo per conoscere il futuro della loro organizzazione o gli sviluppi dell’economia, l’utilizzo che viene fatto della statistica ha non poco in comune con la magia primitiva…

L’oracolo di Apollo, incomparabilmente racchiuso nel “Conosci te stesso” iscritto nel frontone del suo tempio, non era chiaro né oscuro. Non diceva la verità né la nascondeva. Non si esprimeva né taceva.

I numeri sono numeri. Sono segni che possono diventare segnali solo se ci si interroga realmente sui processi che li hanno generati e non rideclinandoli con altri numeri.

O siamo noi che siamo polli?




Apollo, la luce, la notte

5 05 2008

Irresistibilmente “provocata” dal commento di Francesco, proverò qui ad intrecciare le sue parole a quelle di Pietro Citati, nel solco di una riflessione in cui io stessa sono stata guidata da qualcuno e su cui torno spesso alla ricerca di luce quando la notte si fa più scura…

Identificando Apollo ne “lo splendore della ragione e delle leggi” che “forse, viene sempre dopo il purificatorio passaggio di Dioniso con le sue Baccanti, l’abbandono e la manifestazione priva di controllo”, tracci la storia di un dio in cui la luce e la notte si fondono, caro Francesco.

Nel prologo de La mente colorata, Citati ci ricorda che, “ancor prima di nascere, Apollo fu temuto dalla Grecia” perché

era un dio atálastos, temerario, sfrenato, empio, accecato. Ciò che ci meraviglia è che lo stesso aggettivo venga applicato, nell’Iliade e nell’Odissea, a Achille che infuria sul cadavere di Ettore, ai Proci che disonorano il palazzo di Itaca, ai compagni di Ulisse che divorano gli armenti del Sole. Apollo era “empio”. Qui sta uno dei paradossi dello spirito greco. Apollo non conosceva nessuna delle virtù che da lui vennero chiamate apollinee: la serenità, il rispetto per la legge, l’armonia, la moderazione. Il dio che avrebbe proscritto la dismisura peccava di dismisura…

Dopo l’uccisione della dracena - mostro femminile “figlio della Terra, che ne custodiva il santuario oracolare” e che più tardi verrà chiamato Pitone - e la profanazione del tempio (pdf), Apollo diviene “l’ultimo dei miserabili, dei maledetti e dei vagabondi”.

Solo dopo aver espiato, tornò a Delfi e “purificò gli sventurati, che come lui avevano conosciuto la colpa, nella doppia veste di signore degli oracoli e di medico” perché

solo chi ha compiuto il male, lo ha conosciuto sino in fondo e l’ha espiato, può liberare gli altri esseri umani dal male dove abitano durevolmente.

La luce di Apollo accettò la notte, ingoiò la notte, si tinse durevolmente di notte, accogliendo in sè quel potere oracolare “che, secondo Euripide, apparteneva esclusivamente alla Terra”.

Nel tuo commento, aggiungi poi che

Educare è solo funzionale alla scoperta del proprio talento, all’acquisizione della propria autonomia e alla scoperta del proprio sé.

E mentre già questo non mi sembra poco, mi domando:

Del proprio di chi? Del docente o del discente? O di entrambi? E dov’è il “vero sé” di ognuno di noi? C’è qualcuno diverso da noi che ci possa svelare una verità così accuratamente incastonata nella nostra storia personale?

L’oracolo di Apollo, incomparabilmente racchiuso nel “Conosci te stesso” iscritto nel frontone del suo tempio, non era chiaro né oscuro. Non diceva la verità né la nascondeva. Non si esprimeva né taceva.

Si limitava a significare, a dare segni, trasformando il postulante in interprete tra ciò che l’oracolo gli aveva detto e ciò che lui aveva chiesto.

I Greci appresero a guardare sé stessi con gli occhi di Apollo, e a nutrire verso sé stessi lo stesso grandioso disprezzo. Non c’è esercizio più nutriente, lucido ed educativo: solo chi conosce l’arte dei limiti, impara a superarli.




Università: formato famiglia o formato Bignami?

3 05 2008

Tanto per deprimermi un po’, invece di mettermi subito a lavorare, anche stamattina mi sono dedicata a leggere la mia solita rassegna stampa. Tra calendari con “valenza sociale” e tristi primati accademici (“Ma davvero pensate di fare carriera senza raccomandazioni, senza essere figli di qualcuno?”) mi sono chiesta perché nessuno parli del problema più grave che il regime di malauniversitas ha provocato: il danno strutturale alla ricerca scientifica di intere aree disciplinari, con particolare riferimento all’area umanistica.

Il presidente della Crui, Guido Trombetti, “invita alla cautela” perché “finché si rispetta la legge non vedo quale sia il problema… L’importante è che prevalgano sempre capacità e merito a prescindere dai cognomi”.

Posto che sappiamo benissimo che, in passato (?), la legge non è stata rispettata per favorire parenti e affini nonché per far diventare ordinari professori che mai sarebbero diventati tali, ipotizziamo che quest’ondata di moralizzazione trasformi magicamente il merito in stella polare della selezione accademica. Quali macerie ci lasciamo dietro?

Facciamo un esempio “fantascientifico” e ipotizziamo che, in passato, qualcuno, appena laureato in Astrofisica nucleare (non me ne vogliano gli astrofici…), abbia vinto nello stesso anno un dottorato e una borsa di ricerca in Lingue orientali (ibidem) e dopo una veloce carriera, si ritrovi ad essere oggi almeno associato confermato.

Come sarà la sua produzione scientifica in merito? E quale futuro avrà la ricerca in quelle sedi dove i casi di “carriera fulminante” sono più diffusi?

I codici etici sono iniziative lodevoli ma potranno agire, se funzioneranno, nel futuro. Ma con il passato, come la mettiamo? Per quanti decenni pagheremo il dazio alle indegne politiche clientelari che hanno avvelenato i pozzi della nostra cultura?