Quando si parla di “lezione aperta”…

9 02 2010

Le “lezioni aperte”, di solito, le tengono i prof blasonati che aprono graziosamente le porte dell’università al più ampio pubblico, stupendolo e ammaliandolo con una di quelle lectio magistralis che solo loro sanno fare. Poi ci sono anche le “lezioni all’aperto”, come quelle dell’inverno scorso, che invece si tengono per protesta e che servono a portare fuori dalle mura ciò che si fa dentro, nei luoghi della formazione “chiusi e reclusi”.

Con gli studenti del corso di Informatica e e-Learning dell’Università di Foggia, abbiamo preparato anche noi una lezione aperta, un po’ per mostrare quello che avevamo fatto online e un po’ per sfuggire alle tradizionali modalità di valutazione universitaria, che ben poco si adattavano allo spirito con cui avevamo lavorato e studiato in questi mesi.

La nostra idea iniziale era quella di “lasciare la cattedra” agli studenti, di far sì che fossero loro a spiegare che cosa avevano fatto e quanto pensavano che le competenze attese fossero state raggiunte. E questo sia per dimostrare come l’umanità dei contesti educativi non sia legata alla “presenza” quanto al significato che attribuiamo alle attività che ci vengono proposte e al pensiero dell’altro.

L’organizzazione del corso ha comportato i primi tre incontri in presenza (per una familiarizzazione di base con la piattaforma Moodle) e il successivo trasferimento di tutte le attività e le comunicazioni in Rete, intervallato da un paio di incontri in presenza “di rinforzo”.

Ogni settimana, veniva pubblicato un modulo con gli obiettivi che ci si proponeva di raggiungere e le attività da realizzare. Non abbiamo effettuato una distinzione tra “tempo della lezione” e “tempo dello studio”, perché avevamo l’intenzione di imparare facendo e di sfruttare al massimo tutto il tempo a nostra disposizione.

A partire da gennaio, ultimo mese di lezione “ufficiale”, siamo usciti “allo scoperto” ;-) con il blog Lezione aperta, che è stato la casa-base per il lavoro di revisione dell’intero percorso e di autovalutazione degli apprendimenti e dell’esperienza complessiva. Questa è la mappa-guida per la realizzazione del lavoro finale che aveva come nucleo fondante il mettere a fuoco il mutamento avvenuto nel proprio PLE.

Era per questo che, la prima attività realizzata all’inizio corso è stata proprio la realizzazione di una mappa che rappresentasse come e per che cosa utilizzassimo la Rete fino a quel momento (potete visionarla cliccando sull’immagine sotto che vi permetterà di accedere alle rappresentazioni realizzate dal gruppo con Xmind).

La mappa finale, a cui sono state linkate le mappe riassuntive, la trovate qui.

Più di tutto, però, un’idea dell’esperienza ve la può dare la lettura dei post di valutazione complessiva dell’intero percorso…

Personalmente devo ringraziare sinceramente tutti quanti per l’entusiasmo incredibile ed un lavoro serio e appassionato. Mi avete resa molto orgogliosa di voi, ieri. Lo so che è una cosa un po’ retrò da dire e forse un po’ troppo da maestra ma io non credo sia da stigmatizzare l’affetto che un docente può provare per i propri studenti e la gioia di vederli così “cresciuti” in un percorso di pochi mesi.

Ora abbiamo deciso di raccontare la nostra storia perché ci è piaciuta ed anche perché è la scusa per continuare a lavorare un po’ insieme, dato che ci piace tanto :-D Chissà dove approderemo…





La Puglia non vuole il nucleare

6 02 2010

Il nostro Governatore spiega al suo predecessore che – come si dice da queste parti – “l’aria è amara” e non gli sarà semplice realizzare i suoi giochini di potere e ambizione personale sulla pelle nostra e dei nostri figli.

In maniera grottesca e ridicola, Fitto è il suggeritore di un ricorso alla Corte Costituzionale contro una legge votata anche dal suo partito. Eppure, a differenza del documento relativo ai bond, questo era scritto in italiano e Palese dovrebbe essere in grado di leggerlo… ;-)





E mica siamo scuole…

23 01 2010

Vignetta: Mauro Biani

Eh sì…

Gli artigiani milanesi aderenti alla Claai non vogliono trasformarsi in maestrini dalla penna rossa. «Bella idea [quella del cosiddetto emendamento Cazzola], ma bando alla burocrazia – dice il segretario generale milanese, Marco Accornero -. Abbiamo già tanti problemi, non possiamo metterci a tenere registri e dare voti». Il più chiaro di tutti è il presidente di Confapi, Paolo Galassi: «Almeno il primo anno un apprendista quindicenne non mi deve costare – avverte -. Dopo tutto, quei centoventimila che oggi non vanno a scuola né lavorano se ne stanno in giro a combinare guai. Per le famiglie è comunque meglio farli andare a imparare un mestiere. Noi potremmo prenderci l’ impegno dell’ assunzione allo scadere di quest’ anno sabbatico»

Del resto, come dar loro torto? Ti fanno il piacere di farli lavorare gratis invece di lasciarli a bighellonare in giro e non si pretenderà certo di far fare loro ciò che la scuola ha rinunciato a fare. Libertà di lavorare, come scrive Chatel. Andare a bottega, come diceva mia nonna. Fa un certo effetto, a dir la verità, nel 2010. Però, volete mettere la saggezza degli antichi!

Per tacere  della saggezza di pedagoghi quali Bertagna che, sempre nel medesimo articolo del Corriere, sospira:

«E allora?… La verità è che c’ è un pregiudizio verso chi non vuole studiare. Non si tiene conto che poi certi laureati trovano solo posti da 500 euro al mese. Oggi certi filosofi da call center si mangiano le mani: meglio sarebbe stato fare gli idraulici»

Però anche per certi pedagogisti sarebbe stato meglio.





Boy From New York City

18 01 2010

Per giocare un po’… Anche se il loro look è l’espressione più alta del punto più basso dello stile anni ‘80 (trad. non si possono guardare per come sono conciati!  :-D )





Il paesaggio di pietra

18 01 2010

Tra i “lavori di scuola” tirati fuori dal mio baule per il database di cui vi parlavo in questo post, c’è questo che vedete qui sotto, a cui sono particolarmente affezionata (lo dico per tutti i lavori, in realtà, ma è vero :-D ).

Sfortunatamente il caricamento su Slideshare mi ha fatto sacrificare i link interni ma l’accessibilità ha i suoi costi. Il pezzo musicale che lo accompagnava era questo dei Gabin.

Non male per un inizio di mattinata soft… :-)





Venaria accessibile

17 01 2010

Vi segnalo il progetto La Reggia per tutti [pdf] all’interno della Reggia di Venaria Reale – imponente complesso monumentale sabaudo alle porte di Torino, composto da Reggia, Borgo e Giardini.

Sul blog Oltrelebarriere.net, c’è un articolo più approfondito sull’iniziativa.

La meritoria iniziativa, ancora in fase sperimentale, vuole rispondere alle esigenze di accessibilità e fruizione di tutti i visitatori e in particolare di quelli con disabilità fisiche e mentali. Per questo la Venaria Reale ha richiesto la collaborazione di enti e associazioni specializzate, che hanno fornito la loro consulenza per lo sviluppo del progetto, con la predisposizione di materiali e attrezzature specifici e la formazione del personale, oltre che la verifica e la correzione dei servizi proposti.

Questa invece è la mappa che abbiamo usato con Valeria Pasquino per organizzare l’avvio del percorso didattico che sta coordinando nella sua scuola per il progetto Lab proprio su questo bene culturale.

Guarda tu le coincidenze… ;-)





There is a light that never goes out

15 01 2010





Idee e progetti

15 01 2010

Per i vari cercatori di risorse didattiche che passano da queste parti, vi segnalo questo blog “Idee e progetti” che è zeppo di link variegati. Buona caccia! ;-)





Pillole di Picasa

15 01 2010

Questo è uno di quei post (come si suol dire da queste parti) “cotto e mangiato”.

Dovevo dare qualche dritta ai capitani coraggiosi del progetto Lab e allora ho buttato giù un paio di slide su come utilizzare Picasa per ottenere i link delle immagini da inserire nelle mappe che stanno realizzando in Mindomo.

Il problema di queste applicazioni web-based (soprattutto nelle versioni gratuite) è infatti quello che necessitano di un server su cui collocare da cui ricavare il link. Gli escamotage sono vari ed eventuali (soprattutto per chi ha un proprio blog) però, per le immagini, la soluzione Picasa si sta rivelando soddisfacente.

Per chi volesse dare un’occhiata, basta cliccare sull’immagine sotto. Il tutorial è pubblico quindi se vi serve…





Insegnamento universitario e tecnologie internet: chiose

14 01 2010

Quest’anno, per numerosi e variegati motivi, me ne sono rimasta un po’ in disparte nella blogoclasse di Andreas anche se non ho mai trascurato di dare un’occhiatina periodica per tenere d’occhio quel mattacchione e scoprire se c’era qualche esca per me.

Per chi non lo sapesse, infatti, la frequentazione digitale tra me e Andreas :-) è caratterizzata da un gioco continuo di “esche” che appendiamo alla porta del nostro blog in attesa che l’altro fiuti l’aria e venga a commentare (o ci scriva sopra un post con relativo pingback).

Questa volta l’odore l’ho sentito da lontano ed accomi qui a chiosare un po’ su didattica universitaria e tecnologie internet, dal punto di vista della mediatrice didattica, come ormai uso definirmi.

Sono sempre stata convinta, infatti, che una modifica così profonda del setting formativo vada ben oltre un “semplice” mutamento di “formato” (e del resto la letteratura in questione si spreca) richiedendo un’accurata opera di familiarizzazione del docente (e degli studenti) con il nuovo ambiente e una ristrutturazione profonda delle proprie strategie professionali e della propria immagine interiore.

E sì, caro Andreas. Perché è vero che, tecnicamente, le possibilità che tu enumeri (trasferimento delle “dispense” in un sito web ad accesso controllato o libero e creazione di una comunità) per utilizzare i servizi web in un insegnamento universitario sono indiscutibili ma vanno “incrociate” con una serie di variabili che comprendono (in ordine sparso):

1) il tempo dedicato all’insegnamento e il ruolo di chi vi si dedica; 2) il tipo di materia insegnata; 3) il livello di “cittadinanza della Rete” del docente; 4) il livello di “scolarizzazione” e “clientelizzazione” degli studenti.

Per quanto riguarda il primo punto, non dobbiamo dimenticare che esistono docenti – magari brillanti e preparati, per carità – che subiscono la docenza come un’incombenza necessaria e che non sempre riescono ad essere incisivi ed efficaci nell’insegnamento quanto lo sono nella ricerca. Non è un caso, quindi, che una buona parte delle lezioni non venga svolta da loro e abilmente scaricata sul nutrito sottobosco di servi della gleba (io in qualità di dottoranda ne faccio parte quindi nessuno si offenda) su cui si regge il feudo universitario.

Del resto, tutta questa attenzione per la qualità della didattica universitaria è cosa recente… Per decenni ci sono stati professori che hanno bloccato uno studente con la tesi pronta magari per una semplice idoneità senza che nessuno dicesse nulla o hanno costretto a mandare a memoria i loro testi, accontentandosi di sentir ripetere pedissequamente le loro parole all’esame per sentirsi soddisfatti. Io mi sono laureata nel 2001 e potrei farti nomi e cognomi.

Può la tecnologia intervenire su questa maniera di concepire l’insegnamento? Sicuramente no.

Tornando nello specifico, tu sai benissimo che il passaggio ad una didattica “diversa”, “innovata” richiede una serie di aggiustamenti progressivi negli anni che implicano quindi una certa stabilità nelle persone che si occupano di quell’insegnamento, dentro e fuori la Rete. E questa condizione strutturale spesso viene meno. Del resto, ci sono docenti che pensano che una volta messi online i materiali la cosa sia finita lì…

La tipologia di materia insegnata è un altra discriminante che non va trascurata, sia perché la significatività delle attività didattiche muta a secondo dei contenuti trattati sia per il livello di competenza digitale richiesta per svolgere tali attività.

Esempio: far creare e scrivere un blog a dei ragazzi in un corso di Informatica rende particolarmente significativo l’apprendimento dato che fa leva sul “vedere” immediatamente i risultati del proprio lavoro (oltre che, ovviamente,  sul forte intreccio tra medium-per-apprendere e contenuti-appresi).

Dunque, il docente che si presenta in aula annunciando il trasferimento in Rete delle attività didattiche avrà maggiori probabilità di successo di una docente di Letteratura Latina (un esempio a caso… ;-) ) che è costretta a richiedere quello che viene percepito come uno sforzo aggiuntivo e cioè quello di utilizzare uno strumento che,  alla maggior parte dei ragazzi, risulta sostanzialmente estranea nei termini di arricchimento culturale.

E per fare questo sforzo, sicuramente è fondamentale che il docente venga percepito come “abitante della Rete”… E non si diventa abitanti della Rete da un giorno all’altro. Soprattutto è l’orientamento nella Rete che è difficile da acquisire per i gutemberghiani DOC ;-)   Inclusi i nostri studenti.

Giungiamo così a quelli che sono i grandi assenti del tuo post, a mio parere: i soggetti in formazione.

Il vantaggio di essere una maestra che insegna all’università è quello di avere sott’occhio all’incirca il “ciclo completo” di formazione dello studente a partire dalla materia semi-lavorata al prodotto finale (perdonate la metafora ma in un’istituzione in cui si mercanteggiano crediti non credo che nessuno se la prenda).

Il che mi porta spesso a chiedermi come facciamo (come sistema) ad essere così paradossalmente distruttivi in termini di curiosità del mondo, partecipazione, voglia di imparare… Che fine fanno quei bambini che non hanno paura del nuovo, per i quali non esiste il “difficile” ma solo nuove scoperte? In questo senso, gli effetti della scolarizzazione più becera e – ancor di più – della disciplinarizzazione della conoscenza all’università emergono in tutta la loro dirompenza.

La maggior parte arriva passiva, con un atteggiamento di attesa del nuovo contenuto da ingurgitare, senza pensare, senza collegare, senza provare a capire il perché di questo contenuto invece di un altro.

Trarli fuori da questa passività è faticosissimo ed è difficile che riesca con tutti. E non a tutti i docenti interessa cambiare la situazione.

E dove non arriva la scolarizzazione, agisce la “clientelizzazione” in base alla quale le scelte curricolari vengono influenzate dalla raccolta punti-crediti, dal numero di pagine da studiare, dal voto che mediamente il docente mette a quell’esame e così via. Diventa tutta una questione di conteggi.

E di questo gli studenti sono corresponsabili. Stiamo parlando di università e non di scuola elementare. Stiamo parlando del loro e del nostro futuro e della possibilità di cambiarlo. Stiamo parlando dell’accettare (senza reagire) il niente in cambio di niente, in attesa dell’agognato pezzo di carta privo di un reale significato. Ma a molti va bene così. Perché?

Sarebbe il caso di rifletterci sopra.