La e-History

4 07 2009

Il nostro amico Maurizio Chatel fa una serie di osservazioni certamente non peregrine circa questo articoletto, che vaneggia in maniera anche alquanto banale sul rinnovamento dello studio della storia attraverso la Rete :-o , citando addirittura la discussione su Facebook relativa all’appartenenza politica degli e-book (il che già basterebbe a cliccare altrove).

Stamattina non ho la possibilità di approfondire la cosa (ma non mancherà occasione ;-) eh eh eh) ma segnalo un documento di Guido Abbatista (Università di Trieste), che – quando ho affrontato il problema della valutazione delle risorse online per la ricerca storica – mi è stato particolarmente utile ed è ancora un mio riferimento.

Secondo Abbattista

ci sono almeno due modi principali di accertare la qualità delle risorse digitali, che qui cercherò di trattare separatamente. Una che potremmo definire “ex post”, ovvero “sul lato dell’utente professionale” e l’altra che potremmo definire “ex ante”, ovvero “sul lato del produttore”. La prima serve a stabilire se una risorsa già esistente risponde a criteri prestabiliti di qualità. La seconda serve a far sì che un progetto e il relativo lavoro di creazione di risorse digitali osservi alcune regole predeterminate intese ad assicurarne la qualità…

Mi sembra dunque che Maurizio possa essere doppiamente interessato a questo testo, di cui dovrò andare a scoprire quali sono le evoluzioni.

Nel frattempo, ecco qui la mappa concettuale (senza tutti i link e i documenti di riferimento), realizzata validando le fonti con i criteri di Alexander & Tate (integrati da Guido Abbattista). Scappo via. Buona giornata!

Conferenza di Yalta e sue conseguenze





Chi ha paura dell’e-book?

2 07 2009

Nel turbine di lavoro, famiglia, università (e chi più ne ha più ne metta) di questi ultimi tempi, non ero riuscita a soffermarmi un po’ più tranquillamente sulle slides qui sotto (made by Mario Rotta) sui fatidici e-book (in formato PDF).

MR_eBook_InsegnareApprendere

Oggi avrei 150 post da scrivere :-) ma per adesso mi limito ad annotare qui il commento fatto sul blog di Mario, al momento in moderazione:

Io, onestamente, non riesco a capire di quali paure stiamo parlando. Quel po’ che ho letto in giro può essere critico sulla maniera in cui è stato imposto ciò che si presuppone essere il formato digitale del tradizionale libro di testo ma non certo timoroso. Le paure possono riguardare gli effetti che “innovazioni” sconsiderate possano avere sul fare scuola quotidiano, soprattutto nei contesti più in difficoltà a causa di un costante decremento di risorse.
Perché dobbiamo distinguere il discorso e-book generico con quello dell’e-book/libro di testo scolastico da adottare, in quanto frutto di due processi culturali diversi.
Se non distinguiamo i piani, a mio parere, continueremo a fraintendere le legittimamente diverse posizioni.
Se come docente ritengo superflua l’adozione obbligatoria del libro di testo o il suo sostituirsi alle esperienze concrete necessarie a capire le cose, ad esplorarle, ad “attraversarle”, mi interessa molto più parlare di ambienti di apprendimento multiprospettici ed esperenziali, che includano materiale *anche* stampabile…
Credo insomma che la scarsa significatività che sembra caratterizzare l’e-book di testo anche agli occhi dei docenti più impegnati nell’utilizzo delle tecnologie digitali non possa essere liquidata come una semplice presa di posizione politica o magnanimamente tollerata come la paura del buio dei bambini piccoli.
E se dobbiamo proprio parlare in soldoni, mi domando come si fa a pensare all’integrazione dell’e-book di testo in un ambiente di apprendimento, nella consapevolezza che un e-reader costa 500 euro.
Se poi vogliamo parlare del rapporto tra e-book e libro cartaceo, nell’immaginario collettivo prescindendo dalla scuola allora il discorso assume tutta un’altra piega. Ma stavamo parlando di scuola, no?
Ciao (e complimenti come al solito per il tuo materiale)
Maria Grazia





Quando Tremonti farà due conti…

30 06 2009

avevo scritto – su quanti risparmi gli mangeranno tutte queste bocciature, vedrai che la musica cambierà.

Ed infatti, ItaliaOggi – quotidiano supergovernativo che però non deve  avere neanche lui particolarmente in simpatia il nostro avvocato Gelmini – sottolinea cheabaco

mentre il ministro dell’economia ha ritagliato una manovra ad hoc nel decreto legge 112/2008 per tagliare 8 miliardi in tre anni dalla spese dello stato per l’istruzione, si ritrova con quasi mezzo miliardo di spese nuove. È la stima approssimativa di un anno di scuola in più, con tanto di classi, docenti e Ata da spesare tra scuole medie e superiori.

E, non pago ancora, sottolinea anche che

per una strana alchimia, confrontando i dati diffusi dalla Gelmini con quelli contenuti nei rapporti in lingua originale, risultano molte differenze.

Povera Stella… Probabilmente i conti li fa ancora con il pallottoliere…

Immagine: hola marmota





Ancora sui dati OCSE sulla scuola

29 06 2009

Appena scoperto, ad integrazione di quanto già segnalato sull’argomento (qui e qui), invito a leggere anche questo articolo di  Emanuele Barbieri su Education 2.0, di cui riporto l’incipit:

“Gli studenti italiani di 15 anni sono indietro di 2/3 di anno scolastico nelle scienze rispetto alla media europea e di 2 anni rispetto ai migliori, i Finlandesi”. Questa affermazione andrebbe completata con un’analisi più attenta dei dati italiani: gli studenti dei licei del nord-est hanno risultati migliori di quelli della Finlandia; gli studenti dei centri di formazione professionale della macro-area sud e isole hanno risultati peggiori di quelli del Qatar (ultimo classificato tra i paesi esaminati dall’indagine OCSE).

E andrebbe corredata di alcuni corollari che l’OCSE potrebbe non evidenziare ma che il Ministro dell’istruzione ha il dovere di conoscere:
• il 50% degli analfabeti italiani si trova nell’area dove gli studenti ottengono i risultati peggiori, mentre la quota più bassa di analfabeti è data dal Nord-est (7%).
• in Italia, il 53% della varianza (indice che dà un’idea di quanto i risultati si discostano dalla media) è spiegato dalla diversa collocazione territoriale delle scuole e, conseguentemente, dai livelli di sviluppo economico del territorio, dalla spesa per l’istruzione sostenuta dalle Regioni e dagli Enti locali, dai tassi di scolarizzazione della popolazione adulta, dalle caratteristiche socio-culturali familiari.





Ricercatori in Italia

29 06 2009

Dal Corriere:

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al­la loro madre. Vado via con rab­bia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedi­zione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie­dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinuncian­do ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denun­ciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è auto­maticamente espulso dal «siste­ma » indipendentemente dai ri­sultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottie­ne, poiché in Italia la benevo­lenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricer­ca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per­mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nul­la. E poi, perché dovrebbe adi­re le vie legali se docenti dichia­rati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver con­dotto concorsi universitari vio­lando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continua­to a essere eletti (dai loro colle­ghi!) commissari in nuovi con­corsi?

Io, laureata nel 1990 in Medi­cina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Uni­versità, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con pri­mo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfo­ma maligno possono avere un’origine genetica e che è dun­que possibile ereditare dai geni­tori la predisposizione a svilup­pare questa forma tumorale. Ta­le scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decade­re non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ri­cerca stranieri hanno conferma­to la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profe­ta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeni­che…

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pen­sionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, con­tratti di consulenza… Come ul­timo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica me­dica dell’Università di Pavia, fi­nanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi impo­neva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dal­la forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ri­cerca che molti hanno giudica­to promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfig­gere il cancro.

Desidero evidenziare pro­prio questo: il sistema antimeri­tocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiuta­re a crescere; per questo moti­vo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, han­no ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu­me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con­seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi­tà e gli enti di ricerca come feu­do privato e che così facendo distruggono la ricerca.
Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi





Guido Rossa

29 06 2009

Ieri sera ho guardato la televisione fino a tardi, attratta da un trailer che avevo intravisto per caso nel pomeriggio.

E così, in seconda serata, mi sono messa a guardare Guido che sfidò le Brigate Rosse, la storia dell’operaio sindacalista CGIL Guido Rossa, ucciso dalle Brigate Rosse nel 1979 per averne denunciato un fiancheggiatore all’interno della fabbrica.

Nella sua intervista, il regista Giuseppe Ferrara definisce il suo film come “didattico”… Probabilmente un po’ troppo didattico in un palinsesto in cui imperano veline e quiz per aspiranti lobotomizzati e in cui nulla deve turbare un ovattato mondo di riflettori e paillettes, in cui l’emergenza morale (prima ancora che finanziaria) non esiste perché non se ne parla. E non mi riferisco certo al marciume in cui si sguazza da mesi sui giornali ma alla svendita dei valori collettivi in cambio di vantaggi personali da parte dei nostri “rappresentanti”, cominciata un bel po’ di anni fa…

Non ci si meraviglia, quindi, che MicroMega abbia addirittura reso merito a RaiTre

di aver rotto una sorta di congiura del silenzio e di aver deciso di mandare in onda un film che era stato acquistato da tempo e poi rinchiuso nei cassetti.

Nonostante sia stato prodotto da Rai Cinema, non ha trovato né una distribuzione né una messa in onda sulla tv di Stato, vittima di un originale ostracismo bipartisan, che vide il Governo Prodi (la pellicola è del 2007) cedere alle pressioni dei giornali “concedendone” la proiezione per pochi giorni nel giugno di quell’anno ed il Governo in carica declinare la richiesta di proiezione a Palazzo Madama e alla Rai in prossimità del 9 maggio, giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo.

Ferrara denunciava nel 2007 il “boicottaggio”, i senatori non arrivano a tanto, ma le lettere di risposta ricevute dalla seconda carica dello Stato e dalla Rai li hanno spiazzati. In quella firmata di suo pugno dal presidente del Senato, Renato Schifani pur condividendo “pienamente lo spirito che anima la richiesta”, comunica che “il Senato non ha attualmente a disposizione una sala adeguata alla proiezione del film, specialmente sotto il profilo delle più recenti tecnologie”.

Ah! Le tecnologie!…

In una famosa lettera all’amico Ottavio, Guido Rossa scriveva:

Qualche volta mi ricordo di una sera al rifugio della Valle Stretta, quando a bruciapelo mi chiedesti: – Tu sei comunista? – ed io prontamente risposi – Si – pensando … questa volta mi sono giocato un compagno di corda e un amico!
Qualche cosa da allora è cambiato, la paura del rosso, (come dicono gli studenti parigini) oggi è proprio solo rimasta alle bestie cornute!

Ho l’impressione che non sia proprio così…





Anno domini 2009: il tempo interrotto

27 06 2009

Vi segnalo l’ultimo scritto dalla maestra Claudia Fanti (a cui sono veramente grata per le profonde riflessioni), che ripercorre le sue tappe professionali per diventar maestra ed insieme ad esse il mutamento di un segmento scolastico oggi colpito a morte tra l’indifferenza dei più.

Ora è una guerra in cui apparentemente non ci sono vincitori e vinti, è una guerra trasparente come il vetro che sto strofinando in questa domenica di giugno. C’è il sole che splende, il mio vetro è talmente pulito che sembra non esserci, fuori c’è silenzio…Ogni tanto do un’occhiata a internet per sapere cosa succede nel mondo, per incontrare altre teste pensanti…
Ormai, penso, soltanto internet fa comunità, è triste, ma non vedo altri modi efficaci affinché ci si senta comunità…Vorrei regalare a tutte e a tutti l’opportunità di incontrarsi in una rete di idee, opinioni, pensieri… ma costa anche la tecnologia…
Tutto altrimenti è piani di silenzi ronzanti, la politica più che “ascoltare” annusa l’aria che tira, è demagogia. Tutto è silenzio e muore intellettualmente… I silenzi dei figli degli altri fanno comodo. Do not disturb i leoni!

Le riviste pedagogiche, i libri sono lì, sparpagliati sul solito tavolino, la mia mente lavora, va avanti e indietro nel tempo, così vede sì un gran lavorio delle maestre per fare ricerca, per cambiare le cose… eppure vede anche, con grande preoccupazione, quanto sia inutile, senza il Potere, incidere, segnare le scelte politiche affinché la pedagogia sia di nuovo arte e artigianato, sfida alla “filosofia” di chi considera la scuola un corpo da agghindare, da imbellettare, da vestire e, soprattutto, svestire per renderlo ogni volta più esposto, più vecchio, più imbalsamato di prima…

E non ci sono vincitori e vinti fra politici e pedagogisti, perché essi vivono proprio in mondi paralleli, e i mondi loro non si incontrano e non si scontrano realmente, si ignorano sdegnosamente. Fra i due mondi c’è il sottile e schiacciatissimo piano della scuola della quotidianità che vive con le regole che cambiano ogni anno e si arrangia a fare, si arrangia per sopravvivere, dentro le aule ci sono insegnanti che cercano di resistere, altri che si adeguano, altri che sbandano…e ci sono le alunne e gli alunni che, inconsapevoli delle scelte al ribasso della politica, vivono il loro tempo…e ci sono le famiglie che sperano, che vogliono credere in un futuro luminoso…per lo meno dignitoso, per i figli…





Saggio di maturità

26 06 2009

Quest’anno, osservano Marina Boscaino e Marco Guastavigna, in una scuola

che esalta a parole la potenza delle nuove tecnologie da una parte e dall’altra ne vieta severamente l’uso [ed in cui] la digital immigrant consegna stessa è stata sviluppata con penna biro e sul più tradizionale dei fogli protocollo, timbrato, siglato a mano da un membro della commissione; e quando si prendono più dei tre fogli “in dotazione” si annota con un “+1, +1, +1…” vicino al nome del candidato l’uso di fogli ulteriori

Facebook batte Svevo alla maturità. Mi incuriosirebbe molto leggere un po’ dei testi scritti dai ragazzi per capire che cosa ne pensano veramente, se ne pensano qualcosa o si limitano a consumarlo frettolosamente e senza pensarci troppo come il nostro tempo ci ha abituato a fare. Ma non è facile.

Uno però l’ho trovato e comincia così:

Ci chiamano nativi digitali, generazione always-on, millennials ma, secondo me, sopravvalutano il reale stato delle cose. Almeno in Italia, dove prima delle «intelligenze connettive» e delle «dinamiche partecipative» di cui si parla in questa traccia molti di noi devono ancora provare l’ebbrezza del «potere di connessione». Sì perché è bello quello che scrive Manuel Castells quando ammonisce che viviamo nella «galassia internet» e non possiamo sentirci soli anche se lo vogliamo. Però dovrebbe dirlo a quelli di di Telecom Italia…





A proposito di Michael Jackson

26 06 2009

Qualche video in cui era ancora nero e meno solo…





Who Can It Be Now

24 06 2009