Tra introspezione e giornalismo: delle perle, il filo…

29 11 2007

La domanda posta da Daniele Cerra, soprattutto alla luce delle affermazioni del garante della privacy su Libertà d’informazione e protezione dei dati: il caso italiano (da soffermarsi, in particolare su 13 articoli per il “buon giornalista” e Novità tecnologiche), mi ha guidato invisibilmente in un percorso di riflessione e lettura che, ancora una volta, si rivolge alla natura del canale comunicativo attraverso cui mi leggete.

Ineludibilmente incastonati tra la dimensione personale e quella sociale del nostro tempo,

I blog non prosperano in una bolla d’aria sospesa sul pianeta… E metafore quali “l’esercito dei David all’assalto dei Golia” mediatici, nell’immagine preferita del noto blogger conservatore Glenn Reynolds, tentano solo di oscurare il fatto che in realtà gli oltre 100 milioni di blog in circolazione raccontano ben altro e molto di più, affermandosi come “tecnologia del sé” centrata sull’approvazione sociale, sfuggente a ogni etichetta e inscatolamento, ma tutt’altro che esente dalla manipolazione [.bernyblog].

Una manipolazione che, schizofrenicamente, identifica la blogosfera ora come

terreno degli esclusi, [I mediamondo]

ora come

forma postmoderna dell’introspezione [I mediamondo]

per poi pretendere l’applicazione del codice deontologico dei giornalisti, negando al tempo stesso che si tratti di giornalismo.

In una società in cui l’identità non è più un percorso definito a priori ma un “progetto” costruito di volta in volta attraverso una combinazione continuamente mutevole di frammenti di esperienza (come ho scritto altrove), l’utilizzo di schemi interpretativi della realtà, legati ad una visione dell’individuo “modellato dalla lettura e dalla scrittura con l’alfabeto” e della sua dimensione collettiva “modellata dalla radio e dalla televisione” è fuorviante, come ci insegna de Kerckhove.

Ora ci troviamo in contesto connettivo in cui possiamo coltivare e mantenere un’identità privata, ma anche condividere l’elaborazione delle informazioni insieme ad un gruppo selezionato senza essere spazzati via dell’identità del gruppo. Una volta avuta la consapevolezza di questo, abbiamo bisogno di sviluppare nuove competenze. Abbiamo bisogno di ampliare la nostra capacità risposta ad un nuovo tipo di responsabilità nell’elaborazione delle informazioni.

[Derrick de Kerckhove, Psico-tecnologie:Interfaccia del Linguaggio, dei Media e della Mente, p.12]

Nuove competenze interpretative e più ampie capacità di risposta, dunque, per capire questa realtà che stiamo vivendo e costruendo connettivamente.

PS l’editor di WP non mi ha accettato  il <BLOCKQUOTE cite=”"> e ho dovuto rimettere mani al post per aggiungere i link. Me ne scuso con i lettori via feed.


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2 risposte

29 11 2007
gboccia

(se ho capito bene) sono d’accordissimo con quanto scrivi.
Credo però che ci troviamo di fronte ad un duplice tema:
1. la mutazione socioculturale in atto (antropologica?) che crea nuovi percorsi identitari che consentono di rimettere a tema concetti del moderno come la relazione pubblico/privato e individuo/gruppo;
2. le logiche dei linguaggi e dei media mainstream che applicano forme del moderno (”i blog non sono giornalismo” “ma scrivono in pubblico” “regolamentiamoli con le regole del giornalismo”)… come dici tu: schizofrenia, oppure incapacità di leggere il nuovo paradigma.

29 11 2007
Maria Grazia

Il tema è duplice ma credo che le sue biforcazioni si intreccino strettamente.

1. La società contemporanea è caratterizzata da una pluralizzazione delle visioni del mondo e dalla pluricollocazione sociale degli individui. I modelli valoriali e comportamentali si sono moltiplicati, per i gruppi come per i singoli, rendendo più fluide (”liquide”, direbbe Bauman) le relazioni sociali, più libere ma – proprio per questo – anche più incerte. Da un certo punto di vista, prima la società (nel bene e nel male) ti tracciava una strada, ti scandiva delle tappe esistenziali ora non può più farlo. Nella cultura contemporanea, l’eccedenza delle possibilità pone all’individuo il problema – non indifferente – di selezionare e filtrare le molteplici opzioni, rimettendo continuamente in gioco il progetto di vita.

2. La reticolarità della comunicazione online ben si presta a dare voce e concretezza ad un modello emergente di socializzazione che è – appunto – quello comunicativo e che solo può garantire una coesione sociale sempre più “minacciata” dal moltiplicarsi di centri erogatori di valore. E’ la spinta relazionale ad essere alla base di questa realtà connettiva, che viene temuta perché non compresa o letta con logiche adatte ad una comunicazione uno-a-molti. Il che però non può farci ignorare le nuove responsabilità che si pongono nel momento in cui ci si pone come “produttori” di informazioni invece che come semplici fruitori passivi.

E da questo punto di vista, i media “tradizionali” non sono certo stati dei buoni maestri!

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