O meglio. Ci dovrebbe essere, da qualche parte, almeno in prospettiva futura, l’e-learning inteso come
un nuovo approccio che, sfruttando le proprietà delle tecnologie digitali e utilizzando materiali didattici predisposti per ambienti di apprendimento aperti, flessibili e distribuiti, consente l’erogazione di ambienti di apprendimento ben progettati, incentrati sullo studente, interattivi e di facile uso per tutti, in ogni luogo e in ogni tempo.
B. H. Khan, E-learning: progettazione e gestione, p.17
Cavolo, quante cose tutte insieme! Ecco perché ci vogliono tutte quelle figure professionali di cui parla Fabio!
E perché a me invece tocca portarmi anche il server da casa??????????????????????????





Se aspettiamo le figure professionali siamo fritti. I progressi sostanziali nel mondo sono tutti dovuti allo stupore, alla passione, alla tenacia di singoli. Mai le innovazioni vengono dall’alto, dalle istituzioni. Il mondo nuovo lo fanno coloro che non esitano un attimo a farsi carico dei rischi connaturati all’innovazione, quella vera, quella perseguita senza MAI perdere di vista l’obiettivo, anche quando ci si trova controcorrente, anche quando si disattende il mansionario, anche quando non si finisce il programma, anche quando si disturbano gli ignavi, anche quando tocca disubbidire, anche quando si irritano i capi, se ci sono. Coloro che si fanno carico. Il resto sono chiacchere …
Mah! Sono perfettamente d’accordo con te quando parliamo di figure professionali come di “etichette” da stampigliarci sul petto ma è anche vero che le competenze chiamate in causa da un progetto e-learning sono identificabili almeno in 3 macro-aree: quella dei contenuti, quella tecnologica e quella didattica. E fare tutto da soli è veramente faticoso oltre che frustrante (talvolta).
Se poi ci si mettono di mezzo impossibili e ottuse pratiche burocratiche, veti e cavilli corporativi di ogni genere, ti chiedi perché le istituzioni si adoperino per rendere difficile ogni innovazione e ti viene voglia di mandare tutto a quel paese…
O meglio, te lo chiedi sapendo già la risposta e allora ricominci a lavorare più dannatamente di prima.
Buona giornata
Per quanto riguarda la macro-area tecnologica io credo che i problemi vadano evaporando. Dico questo in seguito all’esperienza che ho fatto quest’anno. Non sono più sicuro dell’utilità delle piattaforme – che richiedono installazioni, gestione di server ecc. – gli strumenti utili sono tutti là fuori, wiki, blog, repositori file, forum e via.
È tutta roba facilissima da usare, gestita in modo professionale da altri.
E perché sempre progetti? Ho vissuto all’interno di tanti progetti, in vari contesti. Hanno partorito tutti topolini nei casi di maggior successo, in altri niente o peggio sono solo costati molti molti molti denari. L’Economist da anni cita dati sulla crisi della progettualità convenzionale: il 60 dei grandi progetti internazionali di IT fallisce o consegue solo obiettivi parziali, il 90% di quelli grandissimi. Abbiamo l’esempio dell’open source, di Linux, di IBM che ha capito tutto ciò, di Wikipedia, per dirne solo alcuni e noi siamo ancora li a fare castelli di carte inventando di continuo carte nuove che non avranno mai un valore … categorie nuove ruoli nuovi definizioni nuove e gli obiettivi son sempre più lontani sempre più avvolti e infine irriconoscibili dentro a dense nubi di parole
Andiamo per ordine:
1) sì, è vero che gli strumenti sono tutti lì fuori ma non sempre possono essere utilizzati per la formazione “istituzionale”. Il problema più grosso, al momento, è quello di formare docenti e studenti al loro utilizzo, che non è poi ancora così scontato.
Altro questione importante è poi quella di accompagnare il docente a ripensare la propria pratica didattica attraverso nuovi strumenti comunicativi. Come nel mio caso (docente universitaria molto attenta alle problematiche dell’apprendimento ma scarsamente dotata di competenze tecnologiche) la questione è complessa e va mediata gradualmente.
Aggiungerei, inoltre, che la possibilità di un’analisi dello stile di utilizzo della piattaforma da parte degli studenti (attraverso i log di Moodle e i dati di tracciamento dei learning object se utilizzati) può fornire materiale molto utile per conoscere “come studiano”. L’anno scorso, ad esempio, utilizzai i tempi e i dati di tracciamento dei L.O. per discuterne con i ragazzi, cogliendo così l’occasione per comprendere quali fossero le difficoltà in merito e spiegare loro come – in teoria – andavano utilizzati.
2) Parlando di progetto
(mi scuso se non sono stata chiara ma è una deformazione da maestra) faccio riferimento ad un percorso formativo ben delimitato nel tempo e focalizzato. E poi, in genere, preferisco utilizzare questo termine per riferirmi ai percorsi formativi. I programmi non fanno per me
. Sui progetti di cui parli tu, sottoscrivo convinta.
Ho capito
Salve a tutti, provo a dare il mio contributo a questa interessante discussione.
1) delle figure professionali specifiche – se non sono intese come “ordini professionali” – sono assolutamente necessarie. A ciascuno il suo. Spesso il campo dell’e-l viene presidiato da figure tecnico-informatiche, mentre dovrebbe essere chiaro anche in questo settore che se una infrastruttura tecnologica funziona davvero, diventa trasparente, intuitiva e usabile.
Il cuore di un intervento formativo è sulle metodologie didattiche, poi sui contenuti. Le technicalities (SCORM e compagnie cantando) dovrebbero essere irrilevanti. Ma può darsi che il mio, essendo psicologo e formatore, sia un discorso interessato…
2) Da questo punto di vista, le soluzioni SaaS sono una svolta. Ma è anche vero che ogni iniziativa (giusto per evitare il termine “progetto”) formativa è “riservata”, o quanto meno finalizzata a obiettivi e target specifici. Creare ambienti protetti a partire da soluzioni nate come “open” ci riporta alla necessità di avere forti competenze tecnologiche. In ogni caso, anche io preferirei (committenti permettendo) soluzioni di questo tipo.
3) In ogni caso, resta il problema di formare il corpo docente all’uso delle tecnologie. Concordo con Maria Grazia: fino a quando non entreranno nella scuola gli “internet natives”, l’e-l è destinato ad andare a mezza velocità.
Ciao Stefano
. Scusa il ritardo con cui ti rispondo ma è stata una settimana da dimenticare.
Concordo con il tuo intervento, anche se questi benedetti “nativi digitali”
utilizzano in maniera abbastanza selvaggia il web, spesso privi di consapevolezza sugli strumenti che usano.
E comunque, l’esperienza con gli studenti universitari e post-universitari mi rivela – almeno al momento attuale – una certa resistenza ad utilizzare il web 2.0 per qualcosa che non sia il tempo libero.
No problem per il delay nella risposta. Anche perchè vedo che poi, quando hai tempo, ci dai sotto !
(a propos., grazie per il commento)
Secondo me, i “nativi digitali” usano le ICT non tanto in modo “selvaggio” quanto – come dire? – plastico.
Aiutati in questo anche dalla scarsa consapevolezza di cui parli, certo.
Ora, nel caso della sicurezza informatica (e dei “web-comportamenti” consapevoli in generale) la cosa rappresenta un problema oggettivo.
Ma se parliamo di comunicazione (di cui l’elearning è un caso), la spontaneità e immediatezza è fondamentale.
Se c’è una cosa buona del web 2.0 è proprio questo rendersi “trasparenti”, portabili, interconnessi. Mi ricordo come era artificioso comunicare con Telnet…
Peraltro, anche se non so dare un riferimento anagrafico preciso, i “nativi” cui mi riferisco sono quelli che entrano adesso, più o meno, all’università.
Ti segnalo a questo proposito una interessante presentazione dell’amico Prof. Wim Veen.
Quanto al “tempo libero”… anche tu, e anche io, usiamo molto di più il web in questo “tempo libero” (anche se, “libero” da cosa?).
Le cose poi, vengono un po’ da sè.
Ad esempio, vuoi mettere quanto è più facile studiare i sistemi dinamici, e progettare simulazioni didattiche, avendo alle spalle ORE di gioco con Age of Empires?
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