Anch’io, come Andreas
non sono un fan del sistema dei crediti perché è fondato sul tempo di lavoro anziché sulle cose realmente accadute nella testa degli studenti; un’approssimazione imbarazzante da quanto è grezza. Trovo invece condivisibile il concetto di gradazione pensato per poter confrontare risultati conseguiti in scuole e paesi diversi.
Per cui vi consiglio di leggere il suo post relativo al metodo messo a punto per dare i voti alla blogoclasse ma anche l’interessante intervista a Salvatore Settis su Repubblica di oggi in cui si afferma
«È stato detto che la dichiarazione di Bologna rappresentava un’imposizione dell’Unione Europea; in realtà era un patto tra atenei di vari Paesi, che si poteva seguire o meno. La Gran Bretagna, per dire, non ha certo modificato il proprio sistema per adeguarsi a noi. Ma l’aspetto più negativo è l’interpretazione “all’italiana” dei crediti: un gioco puramente al ribasso».
Vale a dire?
«Da noi sono diventati una misura quantitativa del lavoro; si suppone che a 10 o a 50 pagine di un certo libro debba corrispondere un credito formativo. Una stupidaggine. Che ha portato varie facoltà, in modo scandalosamente diffuso, a fare qualcosa che la legge non imponeva: individuare per ogni materia un tetto massimo di pagine. Anziché creare un limite minimo per spingere a superarlo, si è fatto il contrario».
Sarà il caso di ripensare a quanto fatto?




L’adozione dei crediti formativi rispecchia la vecchia convinzione italiana che, in faccia al malcostume, la soluzione sia costituita dall’adozione di un sistema quanto più meccanico e impersonale.
Scordandosi poi che ad applicare tale sistema saranno, appunto, persone.
La strana convinzione (molto kafkiana) che la burocratizzazione di tutto costituisca la salvezza.
Crediti formativi e debiti formativi, associati ad un insegnante meno che motivato e scrupoloso, sono la ricetta per la catastrofe.
Insegnanti motivati e scrupolosi li troveranno invece uncostante ostacolo allo sviluppo dei propri programmi.
Niente male, come invenzione.
Se non metti anche la domanda a Settis non si capisce che la risposta va fuori tema
La domanda era “Il nuovo sistema, dicevano, ci avrebbe equiparato al resto d’Europa. Era il famoso «patto» di Bologna, per armonizzare i sistemi di istruzione superiore… ”
Nessuno ha mai detto che uniformarsi all’europa sarebbe stato un obbligo. I favorevoli al 3+2 semplicemente dicevano che sarebbe stato un bene per il nostro paese…
Nel merito: il fatto che il 3+2 sia stato applicato dalle università italiane con un approccio quantitativo e non qualitativo (uso i termini, condivisibili, di Settis) non è colpa del 3+2, ma delle università italiane…
Per restare a Settis, io non credo che alla Normale ci siano lauree in “fenomenologia del fantacalcio”. Perchè? Perchè la Normale ha un interesse preminente a mantenere alto il proprio Nome, altre università invece hanno solo bisogno di fare iscritti e i loro docenti di mantenere cattedre (da qui il proliferare di corsi). Lo studente però queste cose le sa e sceglie: “vota con i piedi”.
Certo poi la laurea in normale ha lo stesso valore (legale) di quella all’università della california orientale di fede maoista, ma questo è un altro problema ancora
Insomma abolire il 3+2 è sbagliato perchè ci allontana dall’europa non perchè troppe riforme fanno male (*) e abolire i crediti sarebbe solo una scelta gattopardesca: o si impedisce ai Baroni universitari di ragionare solo per il proprio tornaconto oppure puoi anche abolire i crediti ma nulla cambierà.
Abolizione del valore legale del titolo di studio e borse di studio degne di questo nome: vedrai come la piantano di fare lauree in “fenomenologia del fantacalcio”…
(*) ti metto lì una pulce: ma pensi che se il 3+2 fosse così dannoso basterebbe come argomento a non cambiarlo il fatto che di “troppe riforme si muore”? Sarebbe insensato non trovi? Evidentemente anche Settis sa che quella è stata una scelta giusta (o per lo meno non così sbagliata)
PS: se ti interessa l’argomento consiglio
L’università di fronte al cambiamento a cura di Roberto Moscati e Massimiliano Vaira; Edizioni Il Mulino
http://www.mulino.it/edizioni/volumi/scheda_volume.php?vista=scheda&ISBNART=12413
@Marco
Ciò che mi interessava evidenziare è il problema della definizione dei crediti, al di là del fatto che poi i nuovi corsi di laurea siano stati definiti in base ai bisogni dei docenti e non a quelli degli studenti. La riformulazione in formato 3+2 non è un problema in sé ma lo è per il fatto che è stata fatto cercando di cambiare solo la forma e non la sostanza. Da qui, la corsa al ribasso…
invece la sostanza è cambiata eccome. ad esempio si laureano molte più persone e in meno tempo. Ma in generale si sono poste le basi per un rinnovamento vero dell’università italiana.
Dopo l’overdose di corsi e corsetti le università saranno costrette (approfittando dei pensionamenti dei vecchi baroni e delle restrizioni economiche) a cambiare registro.
Certo che se le aiutassimo ad accelerare con l’abolizione del valore legale…
Altra cosa utile sarebbe un sistema ad incentivi per i trasferimenti economici dallo stato (più soldi a chi ha prestazioni sopra la media, meno a chi le ha sotto). Su questo ci sono studi di Catalano, di Dente e di altri molto interessanti (e Mussi e Nicolais qualche timido passo lo avevano fatto)
@Marco
Spiacente ma il “si laureano molte più persone in meno tempo” mi lascia del tutto indifferente. Si laureano per fare che?
Solo chi ha fatto esami in questi ultimi anni ha visto la caduta libera della preparazione degli studenti (sicuramente più palpabile in alcune facoltà rispetto ad altre e tarabile diversamente da ateneo ad ateneo). E questo non significa rimpiangere il passato ma piuttosto la mancanza di volontà di mettersi in gioco ed in discussione dell’Accademia italiana.
L’autonomia (incompiuta) ha poi portato alle estreme conseguenze il sistema di potere legato alle tradizionali baronie. Il problema reale è una valutazione che non c’è rispetto, in primo luogo, all’attività scientifica dei docenti.
Ti ricordo che proprio per tenere la “media alta” si sono cominciati a regalare 30 ed esami a tutti…
concordo con tutto quello che hai scritto, ma nulla ha a che fare con la critica ai crediti.
settis (barone) e repubblica (con poca voglia di approfondire) ci costringono a discutere di crediti quando dovremmo invece approfondire cosa non funziona nell’autonomia e magari cacciare quelli che si sono preoccupati piú del loro tornaconto che del bene comune.
sulla valutazione concordo. purchè (come ti ho scritto prima) ad essa siano subordinati i trasferimenti di risorse pubbliche
Sì ma è l’interpretazione dei crediti “all’italiana” che ha trasformato le università in supermarket della conoscenza (se così la vogliamo chiamare)…
Un’aggravante della “caduta libera” nella preparazione delle nuove generazioni (ahimé palpabilissima nel mio campo) si aggiunge l’aggravante dell’incoscienza.
Non solo la preparazione è modestissima (anche e soprattutto se paragonata alla concorrenza internazionale), mai ragazzi escono con l’opinione opposta – convinti cioé di essere preparati al meglio e col massimo dell’aggiornamento possibile.
Dopotutto c’è stata la riforma per adeguarci all’Europa, no?
Chi ha più bisogno di espandere la propria preparazione, seguire corsdi di aggiornamento, anche solo abbonarsi ad un paio di riviste…?
Eppure molti corsi si sono limitati a darsi un titolo più pomposo, ed a contare le pagine del solito vecchio testo (aggiornato al 1984) e le ore di lezione frontale per calcolare i crediti.
Conosco docenti che non hanno neppure cambiato le slide del corso negli ultimi 15 anni!
Chiaramente, il “cattivo” non è il sistema a punti.
Semplicemente, il sistema a punti si presta meglio ad essere abusato, ed aggiunge veramente poco all’esperienza formativa di tutte le figure coinvolte.
In effetti la mancanza di consapevolezza è la parte più preoccupante di tutto questo…