Mi metto a scrivere sapendo che non potrei permettermelo, che la lista lunghissima delle cose archiviate nella categoria “URGENTE!” si allunga sempre di più ma il mondo aspetterà ancora un po’…
Ci sono cose che vanno scritte quando le senti e questo è il momento.
Il mio amico Andreas è qualche giorno che va borbottando circa l’essere, l’apparire, l’essere categorizzati e così via. Aspettavo un post di quelli stile flusso di coscienza
da un momento all’altro ed è arrivato.
Punto focale: io sono il mio cartellino
Di cartellini, nella vita, ce ne sono tanti. C’è chi se li cerca, c’è chi se li trova appioppati suo malgrado. Se non ci fosse un “io” a cui appendere questi cartellini, non staremmo qui a parlare ma il problema più grosso è che da quando li abbiamo inventati – tendiamo a dimenticarci che dietro c’è qualcuno con la sua personalità e la sua storia.
La forma, il colore, il carattere, il significato di quei cartellini assorbono l’uomo/la donna, il suo sangue, i suoi sentimenti e così via.
Distinguerei però tra i vari “non sono” indicati da Andreas…
L’essere o non essere un blogger credo sia molto soggettivo. Se ritorniamo alle origini, al blog come “identità narrativa in Rete”, io credo che Andreas lo sia nel momento in cui utilizza in maniera “non controllata” (leggi emotiva) il blog. E’ raro ma ogni tanto gli scappa
. Però se uno non vuole considerarsi blogger solo perché utilizza un blog non credo sia un problema per nessuno… Al prossimo camp, se proprio occorre, un bel badge con su scritto “Andreas” e passa la paura.
Sul non essere un professore, sono perfettamente d’accordo. Fenomenologicamente (e qui vado a braccio sulle letture di Vanna Iori), se si accetta il processo di insegnamento/apprendimento come un processo vitale, di interazione tra esistenze, si riconosce anche lo studente come soggetto primo dell’azione didattica.
E’ il suo bisogno di apprendere a determinare il processo. Se si può concepire un bisogno di apprendere senza qualcuno in grado di soddisfarlo, non si può fare altrettanto circa il “bisogno” di insegnare…
Il docente esiste perché e quando qualcuno lo riconosce come tale. E non credo ci sia molto altro da aggiungere.
Sull’essere prigioniero di un campo disciplinare capisco Andreas ma il problema è un retaggio culturale di cui non riusciamo a liberarci, sia a causa dell’organizzazione del nostro sistema di istruzione, sia a causa dell’arroccamento su posizioni sempre più anacronistiche di chi, tra questi steccati, ci ha delimitato il proprio feudo.
Per quanto riguarda l’essere intelligenti e il guardare all’altro con gli occhiali della nostra “normalità” è l’aspetto più doloroso e – per taluni aspetti – infame della nostra società.
Tutto ciò che diverge dalla maniera socialmente accettata di fare le cose, di comunicare, di apprendere, di essere-nel-mondo deve essere prontamente categorizzato.
In “Nascita della clinica – Una archeologia dello sguardo medico”, Foucault delinea magistralmente quel processo di riorganizzazione istituzionale dell’ospedale, che ha gradualmente separato il malato dalla sua malattia.
I reparti riuniscono persone accomunate dallo stesso cartellino facendo dimenticare che la malattia in sé non ha possibilità di manifestarsi se non attraverso la persona malata.
L’oggettivazione della malattia e dei suoi segni, la nostra tracotante fiducia nel controllo razionale del dolore, della paura e della morte ci portano spesso – anche inconsapevolmente – a negare l’umanità del malato/disabile, la sua unicità, il suo “essere altro” dalla malattia/deficit.
In un passo di Diversità e Uguaglianza, Andrea Canevaro (p.59) afferma:
Nella storia, vi sono non poche bambine e bambini handicappati abbandonati che sono stati allevati da animali, nella realtà o nella fantasia. E’ come se fossero collocati su un confine, e il loro riconoscimento può umanizzare orsi, lupi, gazzelle. Ed è bene ricordare come il nazismo abbia disumanizzato alcune categorie di donne e di uomini, e tra queste gli handicappati e i malati mentali. Disumanizzando diventava disumano; e così diventavano disumani i tanti che tacitamente erano complici del nazismo. Il processo di disumanizzazione ne conferma, in negativo, la reciprocità…
Un essere umano riunisce in sé numerose proprietà e funzioni. La mancanza di alcune di queste può rendere problematico il riconoscimento… Ma la mancanza di riconoscimento incrina, nei due sensi, la reciprocità. Per questo, riconoscimento e reciprocità sono strettamente collegati all’insegnare e all’apprendere.




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iamarf
6 novembre, 2009
Grazie!
P.S.
Affascina e turba la storia del Ragazzo selvaggio dell’Aveyron
mi ha fatto un grande effetto
Maria Grazia
7 novembre, 2009
La storia del ragazzo selvaggio è quello che i geologi definiscono un “chiodo d’oro” nella storia del pensiero pedagogico: un’avventura pedagogica che marca il confine tra ere diverse.
La pedagogia illuminista compie quell’atto che la cultura dell’Ancien Régime non era riuscita a compiere, e cioè: il riconoscimento nel sauvage dell’Aveyron di un soggetto educabile, di un soggetto che pur nella asimmetria che esiste tra la sua attuale condizione e quella del consesso civile entro cui lo si vuole inserire, è a pieno titolo iscritto nel più ampio consesso della comunità umana.
E’ dall’attenzione per l’altro a partire dal suo divergere dalla norma che la ricerca educativa ha dato i suoi frutti migliori. Ora tutti fanno del proprio meglio per farne tabula rasa.
vivo un morire
10 novembre, 2009
Ho commentato il post di iamarf o comunque ne ho commentati un paio in cui la parola è molto vicina a Dio. Anche a me ha impressionato il video, pur non conoscendo tutta la storia e non avendo una conoscenza così approfondita delle tappe della pedagogia, sono convinta che il segreto di tutto sia proprio lì, nell’”accompagnare” il puer, che oggi è sempre più vicino ai 40 anni, non perchè svilupa tardi, ma perchè rimanda ad un epoca più tardiva le riflessioni che riguardano il proprio rapporto con il resto del mondo e dell’umanità. Della serie: non si finisce mai di imparare!. Penso inoltre che un prof sia tale anche perchè chi apprende da lui gli vuole bene, giusto perchè in quanto insegnante gli dà la sua conoscenza, non solo perchè l’alunno è curioso di imparare.
Pat