Non mi interessa quello che il film dice allo spettatore, bensì ciò che lo spettatore crede che il film gli dica.
A me non interessa l’effetto che il film ha sullo spettatore bensì quello che lo spettatore fa sul film, con il suo modo di organizzare i dati, con le gerarchie di importanza che egli stabilisce, con le selezioni che compie e con i significati che egli produce e attribuisce in una donazione di senso.
A. Franza
praticamente niente sulla parte relativa agli ebook nel contesto scolastico, che pure era presente a Fosdinovo: non sono riuscita a sentire gli interventi e mi mancano troppi passaggi…
Questo mi ha ricordato un po’ i timori di Noa sul fatto che alcuni “filoni” di riflessione ne fagocitassero altri o che le esperienze delle scuole venissero prese un po’ sottogamba perché tradizionalmente destinate ad essere il “terminale della filiera” (sicuramente troveremmo concorde in proposito il simpatico vicino di tavola di Davide Mana) e non certo il luogo a cui guardare per capire l’innovazione che, a prescindere da ogni imposizione, vi si sviluppa.
Anch’io, come tutti quelli che ci sono stati, ho il “mio” eBookFest. Per motivi organizzativi ho potuto seguire poco i seminari al castello (tranne quelli di venerdì e i primi del sabato), per niente i camp e le tavole rotonde (con esclusione di quella moderata da me, per ovvi motivi). Ho vissuto invece piuttosto pienamente i cosiddetti eBookTab (brevi relazioni su esperienze, prodotti, progetti in corso) in cui non c’era alcun segno della contrapposizione (ideologica? ancora? °_°) a cui accenna Mario Rotta, confermata da Roberto Maragliano su Facebook “pur da testimone parziale perché presente solo per metà dei tre giorni”.
Ognuno ha portato le sue idee, i suoi esperimenti, il suo contributo ad una questione dalle mille sfaccettature in un confronto vivo, interessante e pieno di senso.
In una mail ricevuta oggi, due colleghe mi scrivono
siamo ancora piene dell’atmosfera accogliente che abbiamo trovato nei due giorni trascorsi al Castello, in occasione dell’eBookFest… Sono stati due giorni ricchi di stimoli e di confronto con colleghi, docenti universitari ed editori che ci hanno arricchito non solo dal punto di vista professionale, ma anche umano. Nonostante fosse per noi la prima esperienza, ci siamo sentite assolutamente a nostro agio.
Nella torre malaspiniana che ospitava i Tab ci sono state molte prime volte però tutti/e i/le debuttanti (lo scrivo con tutto l’affetto possibile) mi hanno confermato il loro sentirsi perfettamente a loro agio, nonostante i nomi “altisonanti” (soprattutto per chi frequenta la Rete) che circolavano in giro.
C’era qualche prof universitario estraneo al ristretto giro di quelli che fanno dottrina in e sulla Rete; qualche blogger eclettico transdisciplinare per natura; docenti che portano bambini e ragazzi in mondi virtuali che qualche collega ha creato anche per loro o che costruiscono libri/percorsi a cui la LIM dà il giusto supporto (ma di cui non è certo “artefice”), producono storie e disegnano mappe, supportati da ambienti formativi de-verticalizzati; bravissimi (e pazienti
) illustratori; bibliotecari che attraverso l’editoria elettronica svolgono un importante supporto alla crescita culturale dentro e fuori la rete, qualche accenno all’editoria digitale per l’università, le dirette da Second Life e, dulcis in fundo, artisti/formatori il cui apporto visionario (e non lo dico certo in senso negativo) avrebbe dovuto forse incuriosire un po’ di più qualche veterano della Rete.
La realtà è molto più incerta di quanto appare: i modi con cui gli esseri umani percepiscono il reale – sulla base della propria cultura e delle proprie esperienze – sono innumerevoli.
In questo progetto laboratorio l’a-reale è un campo sfumato nel quale forme, segni e parole funzionano come ‘metafore attive’ che possono dis-velare modi di conoscere.
Se aggiungete qualche sporadico intervento più decisamente promozionale qui e lì rispetto a corsi e prodotti editoriali (non più di due-tre), avete un’idea di come ha preso vita l’eBookTab.
La sensazione – in primo luogo come docente/sperimentatrice che produce autonomamente i suoi testi liberandoli dalla linearità d’ordinanza – è stata però quella di una certa divaricazione tra ciò che fa chi innova all’interno della scuola e quello di cui si discute nelle stanze degli addetti ai lavori (i famosi protagonisti della “filiera” editoriale).
Attenzione! Non sto parlando della massa “critica” di docenti di cui tratta Maurizio Chatel e di cui mi sono occupata anch’io in maniera estemporanea. Sto parlando di quelli che manipolano, stravolgono, selezionano o inventano di sana pianta il materiale che utilizzeranno in aula e che non si accontenteranno.
Se ciò che viene loro proposto sarà qualitativamente inferiore a ciò che già fanno (o li costringerà in percorsi più o meno obbligati che già rifuggono), i docenti che oggi possono essere inquadrati in una minoranza (forse perché si dà poco risalto alla loro esperienza al di fuori dei circuiti scolastici) continueranno a fare quello che fanno oggi: mettere da parte il libro di testo o utilizzarlo come un database essenziale per prendere qui e lì ciò che serve.
Mi sembra cioè che – al di là delle disquisizioni, talvolta un po’ eteree, sulla linearità/non linearità del testo e la reticolarità delle relazioni e delle conoscenze – il libro di testo di cui si parla continui ad essere pervicacemente agganciato al modello tradizionale in versione cartacea, così come si continuano a confondere due piani di discussione che dovrebbero rimanere ben distinti (come ho già scritto l’anno scorso): quello dell’avvento del passaggio cartaceo/digitale e quello delle discussioni relative all’opportunità di liberare i percorsi di insegnamento/apprendimento dalla dittatura della modalità simbolico-ricostruttiva.
Mi pare quasi che, alla fine, si tenda a realizzare un prodotto più adatto alla numerosa stirpe dei docenti-dinosauri che ai “piccoli mammiferi a sangue caldo più agili a adattati al nuovo ambiente”, come ha scritto Giorgio Jannis. Certo le motivazioni economiche sono sotto gli occhi di tutti (la massa a-critica degli insegnanti è un mercato che fa gola a molti, non ce lo nascondiamo) ma se ci fosse una reale concorrenza tra materiale didattico di tipo diverso ci sarebbe maggiore ricerca e attenzione per l’innovazione didattica da parte di tutte le case editrici, grandi e piccole, digitali e non.
L’obbligatorietà del libro di testo è da ridiscutere nei termini in cui ognuno deve poter scegliere tra materiali, forme e contenuti didattici che più si adeguano al proprio (e altrui) stile di insegnamento (e apprendimento). Al testo digitale non dobbiamo chiedere di fare le stesse cose che facciamo con i libri “tradizionali”, si diceva con Davide Mana. E allora se volete fare libri di testo digitali che clonano quelli esistenti, fateli!
Però non costringetemi ad adottarli.




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Mario Rotta
18 settembre, 2010
Mah Maria Grazia, in realtà io non ho parlato di contrapposizione ideologica, ma di approccio ideologico, che ho notato talora nella pretesa di definire, da parte di diversi relatori, una sorta di modello univoco per un fenomeno che in realtà comprende un intero scenario ed è molto più complesso e “aperto” di ciò che pensiamo. I libri digitali non sono nè il bene nè il male, nè il problema nè la soluzione, sono tecnologie della conoscenza che assumeranno molte forme e molti significati: si tratta di esplorare il territorio che si sta delineando all’orizzonte, senza pregiudizi e senza pretendere di trovarci ciò che vorremmo. Lasciando spazio alla trasparenza e all’immaginazione.
Maria Grazia
18 settembre, 2010
Tu hai potuto ascoltare ciò che mi manca e viceversa, anche se all’inizio ho pensato che ti riferissi [anche] alla discussione della tavola rotonda di domenica (che ormai sembra diventata un tradizionale appuntamento di quelli che si trovano a Fosdinovo per discutere di libri di testo), circa i favorevoli e i contrari all’innovazione attraverso i testi digitali imposti “per legge”. Di destra, di sinistra, così a sinistra da ritrovarsi a destra e così via
Il commento di Roberto Maragliano – che però domenica non c’era – mi ha fatto pensare che le cose siano andate un po’ diversamente e mi ha aiutato ad ampliare un po’ il senso del tuo discorso. Il vizio prettamente accademico di ritagliarsi una propria visione del problema, di darsi la propria risposta e di non uscire dai propri steccati è rinvenibile anche altrove.
Continuo a pensare che non si cambierà mai la scuola se non partendo da quello che è e non dall’idea che ognuno ha di essa, come scriveva anche Giuseppe Russillo.
Non si può costruire uno strumento per gli insegnanti che non sia pensato insieme a questi o a prescindere dalle alternative che spontaneamente sono scaturite dalla pratica scolastica quotidiana.
Dobbiamo spezzare una struttura verticale di comunicazione ormai totalmente inutile e improduttiva: più luoghi ed occasioni di rimescolamento dei vari protagonisti del mutamento sono essenziali, con una reale apertura all’ascolto da parte di tutti.
E allora più che di approccio ideologico (sai bene che questo aggettivo è stato ormai espropriato del suo significato più ampio e profondo per essere relegato all’etichetattura di chi non concorda con l’opinione dominante), parliamo di approcci che selezionano orizzonti e significati in base a opportune convenienze e/o alle barriere disciplinari che non ci permettono di sbirciare al di là del muro. Non fosse altro che per curiosità.
Roberto Maragliano
19 settembre, 2010
Resto testimone parziale, certo, perché non ho potuto trattenermi sino alla fine, ma interessato, e molto, allo sviluppo di questa nostra discussione. Un solo appunto faccio, qui, e riguarda il modo ‘distratto’ con cui si parla di università. Lì la questione del libro è ancora più drammatica di quanto non è nella scuola. Per una semplice ragione. Lì la sensibilità al problema della didattica è di livello zero, quando non sotto zero. Lì si (de)formano i futuri docenti. Così è ora. E così è stato nel passato. Con una differenza, che a coprire questa lacuna un tempo c’era tensione politica e attenzione ‘ideologica’ per il problema educativo. Oggi prevale la pedagogia regressiva. E il rischio è che sia questa a dare alimento al manuale elettronico. Ecco allora che dobbiamo, io credo, uscire dal contesto puramente accademico e scolastico per affrontare seriamente e pubblicamente il tema del ‘testo aumentato’, e delle garanzie che può offrire all’apprendimento.
Roberto M.
Maria Grazia
19 settembre, 2010
Credo di non esagerare dicendo che siamo tutti testimoni parziali: la numerosità e l’eterogeneità degli interventi non avrebbe – del resto – potuto offrire a nessuno la possibilità di seguire tutto e tutti: la pubblicazione dei materiali credo che renderà ragione di questa ricchezza… limitante.
La didattica è sempre stata la Cenerentola dell’università: e anche su questo blog se ne è parlato in diverse occasioni (una delle ultime, credo, sia questa).
Il problema di quale sia la spinta che traghetterà l’università verso il testo digitale è reale, concreto, pressante (alla scuola ci pensa la circolare della Gelmini…) Avevo chiesto a Pasqua Colafrancesco – la docente con cui collaboro da più di qualche anno alla ricerca di nuove forme e spazi da dare al processo di insegnamento apprendimento – di partecipare alla tavola rotonda sull’obbligatorietà dei libri di testo per ampliare la discussione anche all’università, anche se non direttamente interessata dalla questione. Sfortunatamente lo sciopero dei treni l’ha fatta andar via prima…
Da quel po’ che vedo/sento in giro, l’interesse dei docenti universitari per l’editoria elettronica (quando c’è) al momento mi sembra alimentato più da motivi economici (leggi scarsità di fondi per le pubblicazioni) che da altro. A mezza bocca, nei corridoi, ci si scambia informazioni circa l’aver firmato impegni con questa o con quella casa editrice. Nel frattempo si continuano a saturare i vari Moodle di PDF, link e – quando va bene – qualche video, perpetrando il modello del travaso ad libitum.
Affrontiamo seriamente e pubblicamente il tema del testo aumentato e delle sue “garanzie” (come tu scrivi): il dibattito, che spero l’eBookFest abbia contribuito ad alimentare e per cui principalmente stato pensato, deve andare oltre Fosdinovo ma anche oltre approcci e punti di vista rigidi e monotematici (o di convenienza), quando ci sono.
Non è facile né comodo. Ma non ci siamo mai tirati indietro
e, direi, siamo qui per questo. No?