Julius Hallervorden

Pubblicato il 26 gennaio, 2011

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Domani è il Giorno della Memoria. C’è molta retorica attorno a questo appuntamento ma soprattutto molta ipocrisia, soprattutto da parte di chi magari parteciperà come figura “istituzionale” a qualche bella cerimonia per poi rimarcare come certe categorie di persone siano un peso per la collettività e per la sua “competitività” internazionale [vedi le dichiarazioni di Tremonti nel maggio scorso - pdf].

Nel 1920, in Germania, Alfred Hoche (psichiatra) e Karl Binding (giurista)

di fatto svilupparono un concetto di “eutanasia sociale”. Il malato incurabile, secondo i due, era da considerarsi non soltanto portatore di sofferenze personali ma anche di sofferenze sociali ed economiche.

Da un lato il malato provocava sofferenze nei suoi parenti e – dall’altro – sottraeva importanti risorse economiche che sarebbero state più utilmente utilizzate per le persone sane. Lo Stato dunque – arbitro della distribuzione delle ricchezze – doveva farsi carico del problema che questi malati rappresentavano. Ucciderli avrebbe così ottenuto un duplice vantaggio: porre fine alla sofferenza personale e consentire una distribuzione più razionale ed utile delle risorse economiche. [via: www.olokaustos.org]

Il concetto di fondo non vi sembra familiare?

L’ottimizzazione delle risorse è del resto una delle leve che – ad esempio – ha spinto Julius Hallervorden (annoverato tra i fondatori della neurologia infantile) a sfruttare il progetto eutanasia per creare una nutrita collezione di cervelli di bambini e ragazzi uccisi nell’ambito del cosiddetto progetto T4.

Più di 600 “pezzi” utilizzati fino al 1990 nel Max Planck Institut, dove Hallervorden lavorò come neuropatologista nel dopoguerra, senza che nessuno avesse nulla da ridire.

“Venni a sapere di ciò che si stava facendo e così dissi loro: «se state uccidendo tutta quella gente almeno prendetene i cervelli in modo che possa essere utilizzato del materiale». Allora mi chiesero: «Quanti ne può esaminare?» ed io risposi che potevo esaminarne un numero illimitato, «Più ce ne sono, meglio è» aggiunsi. (…) C’era materiale meraviglioso in quei cervelli, bellissimi difetti mentali, malformazioni e malattie infantili. Naturalmente accettai questi cervelli. Da dove venissero e come arrivassero a me non era affar mio”

In un Paese in cui il “non è affar mio” è diventato cifra distintiva di una collettività che sta sempre più prendendo distanza da se stessa, il nostro eminente neurologo mi è parso una figura simbolo del cinismo in cui stiamo affogando.

Stasera, vedrò il monologo di Marco Paolini su La7 in diretta dall’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano “Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute”, uno spettacolo dedicato alla terribile vicenda dell’eliminazione dei disabili e dei malati di mente nella Germania nazista. La prima tappa di un disumanizzante cammino sfociato nella soluzione finale.