Io sono anche

6 11 2009

Mi metto a scrivere sapendo che non potrei permettermelo, che la lista lunghissima delle cose archiviate nella categoria “URGENTE!” si allunga sempre di più ma il mondo aspetterà ancora un po’…

Ci sono cose che vanno scritte quando le senti e questo è il momento.

Il mio amico Andreas è qualche giorno che va borbottando circa l’essere, l’apparire, l’essere categorizzati e così via. Aspettavo un post di quelli stile flusso di coscienza ;-) da un momento all’altro ed è arrivato.badge

Punto focale:  io sono il mio cartellino

Di cartellini, nella vita, ce ne sono tanti. C’è chi se li cerca, c’è chi se li trova appioppati suo malgrado. Se non ci fosse un “io” a cui appendere questi cartellini, non staremmo qui a parlare ma il problema più grosso è che da quando li abbiamo inventati – tendiamo a dimenticarci che dietro c’è qualcuno con la sua personalità e la sua storia.

La forma, il colore, il carattere, il significato di quei cartellini assorbono l’uomo/la donna, il suo sangue, i suoi sentimenti e così via.

Distinguerei però tra i vari “non sono” indicati da Andreas…

L’essere o non essere un blogger credo sia molto soggettivo. Se ritorniamo alle origini, al blog come “identità narrativa in Rete”, io credo che Andreas lo sia nel momento in cui utilizza in maniera “non controllata” (leggi emotiva) il blog.  E’ raro ma ogni tanto gli scappa :-) . Però se uno non vuole considerarsi blogger solo perché utilizza un blog non credo sia un problema per nessuno… Al prossimo camp, se proprio occorre, un bel badge con su scritto “Andreas” e passa la paura.

Sul non essere un professore, sono perfettamente d’accordo. Fenomenologicamente (e qui vado a braccio sulle letture di Vanna Iori), se si accetta il processo di insegnamento/apprendimento come un processo vitale, di interazione tra esistenze, si riconosce anche lo studente come soggetto primo dell’azione didattica.

E’ il suo bisogno di apprendere a determinare il processo. Se si può concepire un bisogno di apprendere senza qualcuno in grado di soddisfarlo, non si può fare altrettanto circa il “bisogno” di insegnare… :-)

Il docente esiste perché e quando qualcuno lo riconosce come tale. E non credo ci sia molto altro da aggiungere.

Sull’essere prigioniero di un campo disciplinare capisco Andreas ma il problema è un retaggio culturale di cui non riusciamo a liberarci, sia a causa dell’organizzazione del nostro sistema di istruzione, sia a causa dell’arroccamento su posizioni sempre più anacronistiche di chi, tra questi steccati, ci ha delimitato il proprio feudo.

Per quanto riguarda l’essere intelligenti e il guardare all’altro con gli occhiali della nostra “normalità” è l’aspetto più doloroso e – per taluni aspetti – infame della nostra società.

Tutto ciò che diverge dalla maniera socialmente accettata di fare le cose, di comunicare, di apprendere, di essere-nel-mondo deve essere prontamente categorizzato.
In “Nascita della clinica – Una archeologia dello sguardo medico”, Foucault delinea magistralmente quel processo di riorganizzazione istituzionale dell’ospedale, che ha gradualmente separato il malato dalla sua malattia.
I reparti riuniscono persone accomunate dallo stesso cartellino facendo dimenticare che la malattia in sé non ha possibilità di manifestarsi se non attraverso la persona malata.

L’oggettivazione della malattia e dei suoi segni, la nostra tracotante fiducia nel controllo razionale del dolore, della paura e della morte ci portano spesso – anche inconsapevolmente – a negare l’umanità del malato/disabile, la sua unicità, il suo “essere altro” dalla malattia/deficit.

In un passo di Diversità e Uguaglianza, Andrea Canevaro (p.59) afferma:

Nella storia, vi sono non poche bambine e bambini handicappati abbandonati che sono stati allevati da animali, nella realtà o nella fantasia. E’ come se fossero collocati su un confine, e il loro riconoscimento può umanizzare orsi, lupi, gazzelle. Ed è bene ricordare come il nazismo abbia disumanizzato alcune categorie di donne e di uomini, e tra queste gli handicappati e i malati mentali. Disumanizzando diventava disumano; e così diventavano disumani i tanti che tacitamente erano complici del nazismo. Il processo di disumanizzazione ne conferma, in negativo, la reciprocità…
Un essere umano riunisce in sé numerose proprietà e funzioni. La mancanza di alcune di queste può rendere problematico il riconoscimento… Ma la mancanza di riconoscimento incrina, nei due sensi, la reciprocità. Per questo, riconoscimento e reciprocità sono strettamente collegati all’insegnare e all’apprendere.





“Noi” chi?

18 10 2009

Leggo casualmente sul Corriere del Veneto:

Ora di religione cattolica obbligatoria per tutti gli studenti islamici: la proposta è del ministro dell’Agricoltura,ipocrisia il leghista Luca Zaia, che non solo boccia l’idea dell’ora di religione islamica a scuola avanzata da Adolfo Urso, ma rilancia. «L’ora di religione cattolica obbligatoria per i musulmani nelle nostre scuole serve a far capire a loro perchè noi siamo così – spiega Zaia – e quali sono i risultati del cristianesimo e cattolicesimo profondamente radicati nella nostra società.

In uno dei due commenti in calce all’articolo, Stefano Maresca sottolinea l’incongruenza della proposta, auspicando

che tutti,compresi gli islamici,abbiano le conoscenze minime per capire qualcosa! Molti italiani non sanno neppure le differenze fra noi cattolici,i protestanti o gli ortodossi,e pochissimi sanno le differenze fra sunniti e sciiti(NB:nemmeno io che scrivo!)… Non è possibile favorire l’integrazione se nessuno ha la minima idea di che cosa si sta parlando…

A questo punto penso che dovremmo cominciare a porci un po’ più seriamente il problema del “perché noi siamo così” identificando in primo luogo a chi ci riferiamo quando parliamo di noi, soprattutto quando si utilizza la religione a fini politici.

Un’utile distinzione ce la offrono proprio i musulmani, guarda caso, che distinguono (leggo su Wikipedia) tra:  musulmano (muslim), empio (fāsiq), miscredente (kāfir) e, soprattutto, ipocrita (munāfiq) — chi si atteggia cioè per convenienza a musulmano non condividendone però nel profondo il portato.

Vogliamo cominciare a contarci?

Immagine: pensatore Istintivo!





Modou Show – L’Africa si racconta a teatro

9 10 2009

manifesto_Modou Show





A tutti i “neurotipici” in ascolto…

6 10 2009

Segnalo questa lettera aperta di Flavia Caretto, Psicologa clinica all’Università di Roma Tor Vergata, a Marco Brancia, autore di “Non avevo le parole” (ed. Città Aperta) e dell’omonimo blog. Libro MarcoConsiglio vivamente la visione del video con l’intervista ad entrambi.

Ciao Marco,

è difficile per me spiegare perché la sindrome di asperger NON è esattamente una forma di disabilità, ma un modo di essere.

Trovo che la società pretenda molto da noi tutti (anche da noi neurotipici!) e che non ci sia sufficiente tolleranza rispetto alle diversità (rispetto a tutte le diversità).

Certamente, ci sono delle diversità che io non preferisco. E, non so perché, le persone con la Sindrome di Asperger mi piacciono, da un punto di vista umano.

Le trovo fondamentalmente oneste. E, se una persona non parla, non mi fa paura il silenzio.

Credo che in generale si dovrebbe essere più tolleranti, ma credo anche che le persone con la sindrome di asperger debbano comunque darsi da fare per “migliorare”. Non per aderire agli standard “imposti” dalla società (come la produttività, il successo, la ricchezza, l’immagine…) ma per vivere più serenamente e felicemente… [continua]

Ciao Marco,
è difficile per me spiegare perché la sindrome di asperger NON è esattamente una forma di disabilità, ma un modo di essere.
Trovo che la società pretenda molto da noi tutti (anche da noi neurotipici!) e che non ci sia sufficiente tolleranza rispetto alle diversità (rispetto a tutte le diversità).
Certamente, ci sono delle diversità che io non preferisco. E, non so perché, le persone con la Sindrome di Asperger mi piacciono, da un punto di vista umano.
Le trovo fondamentalmente oneste. E, se una persona non parla, non mi fa paura il silenzio.
Credo che in generale si dovrebbe essere più tolleranti, ma credo anche che le persone con la sindrome di asperger debbano comunque darsi da fare per “migliorare”. Non per aderire agli standard “imposti” dalla società (come la produttività, il successo, la ricchezza, l’immagine…) ma per vivere più serenamente e felicementeCiao Marco,
è difficile per me spiegare perché la sindrome di asperger NON è esattamente una forma di disabilità, ma un modo di essere.
Trovo che la società pretenda molto da noi tutti (anche da noi neurotipici!) e che non ci sia sufficiente tolleranza rispetto alle diversità (rispetto a tutte le diversità).
Certamente, ci sono delle diversità che io non preferisco. E, non so perché, le persone con la Sindrome di Asperger mi piacciono, da un punto di vista umano.
Le trovo fondamentalmente oneste. E, se una persona non parla, non mi fa paura il silenzio.
Credo che in generale si dovrebbe essere più tolleranti, ma credo anche che le persone con la sindrome di asperger debbano comunque darsi da fare per “migliorare”. Non per aderire agli standard “imposti” dalla società (come la produttività, il successo, la ricchezza, l’immagine…) ma per vivere più serenamente e felicemente.




Come un uomo sulla terra

23 09 2009

Un documentario scomodo andato in onda agli inizi del luglio scorso da Rai3 alle 23.40 (per essere sicuri che fosse visto da meno persone possibile). Consultate il blog dedicato se volete organizzare autonomamente delle presentazioni. Sembra che i circuiti “tradizionali” non ne abbiano sostenuto la diffusione. La Rete potrebbe fare meglio.





Perché non c’è lavoro al Sud?

25 05 2009

Volete una risposta? Anche se potrebbe lasciarvi stupiti? Vi accontento. Su La Tecnica della Scuola, in un articolo intitolato Stranieri tra i banchi: si conferma il boom, ma solo al Nord, si legge:

Continua inesorabile l’ascesa del numero di cittadini stranieri che vivono in Italia e, di conseguenza, il numero degli studenti di origine non italiana iscritti a corsi scolastici del nostro Paese. E questo nonostante i noti problemi di integrazione, comunicazione, l’ancora eccessiva dispersione…

E che ci vuoi fare? Quando un bambino è in età scolare, lo è anche se non è italiano e nonostante i problemi che dovrà affrontare per il suo inserimento a scuola. Però, a ben vedere…

Dietro al sensibile incremento nazionale – dai 50.000 alunnistranieri dell’anno 1995/96 agli oltre 574.000 del 2007/08 – le nostre percentuali (6,5% scarso) rimangono infatti nettamente inferiori a quelli di altri Paesi europei di consolidata immigrazione – in Francia, Germania, Inghilterra, Olanda superano il 10% – ed anche al di sotto a Paesi di recente immigrazione come la Spagna (7,6%).
Ma finché in Italia il Sud, isole comprese, continuerà a tenere gli stranieri lontani per perenne mancanza di lavoro, le scuole non potranno di certo avere iscritti d’oltre confine o comunque di origine non italiana: non a caso in tutte le Regioni da Roma in giù non si arriva al 2% di iscritti stranieri. Davvero troppo pochi per parlare di “fenomeno nazionale”.

E vuoi vedere che, sotto sotto, nel Sud non c’è lavoro per tenere lontano gli immigrati? Ma quanto siamo furbi…

Nota fuor di ironia (o quasi): non so quale fosse l’intento di questo articolo ma forse sarebbe il caso di non gettare altra benzina sul fuoco. Se no qualcuno si inventerà la deportazione scolastica obbligatoria nelle scuole meridionali.





Italiani, brava gente

14 05 2009

Il mio amico Davide, intervenendo nei commenti del post dedicato all’ennesima figura barbina dell’Italia a livello internazionale, sostiene che il detto di cui sopra non valga più e che ci stiamo rivelando per quello che siamo.

Beh, a leggere i commenti sul Corriere all’articolo che riporta la denuncia di Napolitano sull’eccesso di retorica xenofoba, non è che il quadro si riveli così rassicurante.

C’è chi propone di cambiare la definizione di razzista sul vocabolario

è vero, se essere razzisti significa non poterne più del caos, del non rispetto, dell’aperura indiscriminata a chiunque venga nel nostro paese a pretendere senza nulla dare allora siam un popolo di razzisti. Però bisogna chiedere ai linguisti di cambiare il significato della parola razzisti sui vocabolari…

Chi si dichiara tale perché…

amo l’Italia; perchè sogno un paese in cui si parli per sempre la lingua di Dante; perchè credo nel principio della Legge uguale per tutti e onoro il Diritto che si fonda sulle nostre radici latine

Chi si indigna perché

Era ora, a mio avviso, che si facesse qualcosa contro questa invasione e dico INVASIONE, senza regole, e sopratutto a spese degli Italiani. Io posso capire le necessità dei disperati che approdano sulle nostre coste, ma proprio per poter offrire un’accolienza dignitosa, bisogna che ci siano rsgole. Qunto alle critiche della Chiesa (CEI E Pontefice), il Vaticano è libero di dire tutto quello che vuole, gli altri sono liberi di ascoltare oppure no. Il Vaticano è anche libero di accogliere chi vuole, ovviamente, ma nello Stato del Vaticano.

Ma c’è anche chi prova a riproporre la questione in questi termini

Ritengo quello che sta succedendo una cosa gravissima e indegna. Credo che di questo, se resterà un’umanità, ci verrà (a tutti) chiesto conto. La legge è solo un granello (Maroni, almeno questo gli va riconosciuto, non fa mistero di quello che è). direi che oggi il dibattito si incentra sulla “utilità” degli immigrati, che equivale a ritenerli “merce”. Ciò di cui non ci si rende conto è che questo modo di pensare declassa anche noi al rango di merce, semplicemente trattata un po’ meglio. In altre parole: negare i diritti ai migranti comporta, ci piaccia o no, negarli prima o poi a noi stessi.

Interventi come questi sono ovviamente minoritari (del resto si vocifera che il 75% degli italiani sia d’accordo, o no?), perché poi – alla fin fine – non siamo noi che siamo razzisti ma sono loro che sono extra-comunitari e clandestini. Che ci possiamo fare?

Poi, ti ritrovi a leggere che alla fine del 2008 qualcuno si rammaricava che

«Certi meridionali non possono essere espulsi perché italiani, ma, se si potesse fare una bella barca, sopra ci metterei i meridionali che non lavorano e gli extracomunitari, che sono più bastardi dei meridionali».

Insomma, una bella gara di bastardaggine… Del resto, come dimenticare la fatidica sortita della Gelmini?

Chiudo questa aberrante rassegna (uscita fuori involontariamente) con l’intento principale con cui l’avevo cominciata: segnalare/ricordare i dati del rapporto 2008 della Unioncamere che individua nel 9% la quota di PIL creata dagli stranieri in Italia, che fa quasi l’11% (disaggregando i dati in macroaree) nel Nord-Est e Nord-Ovest del Paese.

Certo che è una bella fetta…





Noi educhiamo, non denunciamo!

5 05 2009

Una protesta di civiltà che accomuna insegnanti e medici perché salute ed istruzione sono diritti ricompresi nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. In una nazione dove si colpiscono i minori per brandire un distorto principio di supremazia nazionale, cos’altro ci rimane?

NOI EDUCHIAMO, NON DENUNCIAMO!

FIRMA ANCHE TU E DIFFONDI LA PETIZIONE





Chi è quel qualcuno che segnalerà?

23 03 2009

Si erano vergognati anche loro (o, almeno, una parte di loro) di quello che stavano facendo. Ma, a quanto pare, nonostante le rassicurazioni, il “rischio fiducia” sul decreto sicurezza è più vicino. Nonostante le rassicurazioni. Che poi, a pensarci bene, delineavano uno scenario anche peggiore. “Non c’è obbligo di denuncia o di segnalazione: la farà solo chi vorrà” come a dire: se proprio uno non trattiene i propri istinti o frustrazioni, può sfogarli.stesso sangue stessi diritti

Ed è suonata la campana anche per gli insegnanti. In quanto pubblici ufficiali, se la clandestinità è un reato, sono costretti a denunciarla. Di fatto, potrebbero anche incorrere nel reato di omissione di atti di ufficio,
se si rifiuteranno. E non c’è possibilità di obiezione di coscienza.

La si può rigirare come si vuole, si può minimizzare, ma le varie norme del decreto si incatenano l’una all’altra.
Reato clandestinità vuol dire che non si iscrivono i figli nemmeno all’anagrafe. E poi si fa finta di indagare sui bambini scomparsi nei vari CTP. Reato clandestinità, unito all’abolizione della tutela del segreto nelle cure vuol dire che non si andrà più nemmeno al pronto soccorso. E
nemmeno a scuola, ovviamente. [continua]

Anna Pizzuti

E mentre la Gelmini pensa che il decreto non riguarderebbe la scuola (poverina! Non sa che, nonostante gli insulti quotidiani, noi docenti rimaniamo comunque “pubblici ufficiali”) a me viene da vomitare e non riesco ad aggiungere altro.





I bambini prima di tutto…

20 03 2009

bambini invisibiliVignetta: Mauro Biani

Dire a un bambino che si affaccia alla vita “Tu per me non esisti” è un salto indietro di secoli. E’ un ritorno ai tempi oscuri nei quali le colpe dei padri ricadevano sui figli. E’ un passo verso la barbarie.

Flora Luzzatto