Facebook? Roba da vecchi. Beh, insomma proprio vecchi magari no, ma una cosa sembra certa: i giovanissimi, quelli che immaginiamo eternamente in linea su un social network come una volta si scendeva in piazza per fare due chiacchiere, proprio loro voltano le spalle a Facebook e MySpace.
La ragione? Troppi adulti hanno invaso lo spazio virtuale, e non ci diverte più se mamma e papà – o peggio, gli insegnanti – sono in agguato dietro l’angolo. Perché non c’è niente più deprimente per un teen-ager che vedere genitori e prof comportarsi come se avessero 16 anni. Stessi vestiti, stessa musica. E ora anche stessi amici – virtuali, si intende. Dunque via dai social network.
En passant, vi consiglio la lettura del nutrito post (anche in termine di link) di Giorgio Jannis su Semioblog. Mi ha fatto piacere rincontrare blogger che avevo perso di vista e scoprire che ho un sacco di cose nuove da leggere.
che esalta a parole la potenza delle nuove tecnologie da una parte e dall’altra ne vieta severamente l’uso [ed in cui] la consegna stessa è stata sviluppata con penna biro e sul più tradizionale dei fogli protocollo, timbrato, siglato a mano da un membro della commissione; e quando si prendono più dei tre fogli “in dotazione” si annota con un “+1, +1, +1…” vicino al nome del candidato l’uso di fogli ulteriori
Facebook batte Svevo alla maturità. Mi incuriosirebbe molto leggere un po’ dei testi scritti dai ragazzi per capire che cosa ne pensano veramente, se ne pensano qualcosa o si limitano a consumarlo frettolosamente e senza pensarci troppo come il nostro tempo ci ha abituato a fare. Ma non è facile.
Ci chiamano nativi digitali, generazione always-on, millennials ma, secondo me, sopravvalutano il reale stato delle cose. Almeno in Italia, dove prima delle «intelligenze connettive» e delle «dinamiche partecipative» di cui si parla in questa traccia molti di noi devono ancora provare l’ebbrezza del «potere di connessione». Sì perché è bello quello che scrive Manuel Castells quando ammonisce che viviamo nella «galassia internet» e non possiamo sentirci soli anche se lo vogliamo. Però dovrebbe dirlo a quelli di di Telecom Italia…
Di sicuro, da bravi emigranti, abbiamo la nostra Little Italy virtuale, coi paracarri tricolore e il bar con l’unica macchina per l’espresso alla napoletana, abbiamo il nostro slang, i nostri graffiti sui muri, il nostro sindacato del crimine, le nostre street gang. Fra di noi ci conosciamo tutti, diventiamo subito tutti amici, hey, paisà, ci sposiamo fra noi, e mangiamo linguine con le polpette ascoltando Caruso.
Scoperto via Bibienne blog, vi segnalo questo articolo di Guastavigna, assolutamente imperdibile… La mia proposta di bypassare la barriera intergenerazionale sta trovando conferme…
[...] Quando è insegnante, il digital naïf ha poi alcuni comportamenti specifici:
- va ai convegni sulle tecnologie per accertare “che cosa c’è di nuovo”, nel timore che gli sia sfuggito; tira un sospirone di sollievo quando ha la conferma di avere tutto sotto controllo;
- ciclicamente si innamora dell’ultimo gadget professionale (nel passato magari lo scanner, oggi probabilmente la Lavagna Interattiva Multimediale) e pensa che se lo avesse risolverebbe tutti i suoi problemi didattici;
- appena si imbatte in una novità hardware e/o software, immediatamente cerca il modo di “sperimentarne le potenzialità” con i suoi allievi;
- non coglie la contraddizione tra gli scenari descritti e le intenzioni annunciate dall’amministrazione scolastica in occasione delle annuali parate sulle tecnologie e il disinvestimento sulla scuola operato dalla stessa;
- pensa che se tutti usassero le tecnologie come lui/lei la scuola sarebbe molto diversa;
- rifugge dalla teoria perché ciò che importa davvero è la pratica quotidiana;
- se partecipa ad iniziative di formazione a distanza su piattaforma e-learning, legge superficialmente il materiale di studio, perché “ciò che conta sono i forum dove si scambiano le esperienze tra colleghi”.
In attesa del diluvio purificatore, che spazzerà via banchi, muri e tristi retoriche dalla scuola italiana c’è chi continua a dilettarsi con giochini didattici come questo qui…
Poiché la comunicazione è il fondamento su cui si basano sia il pensiero e la conoscenza individuale, sia quella forma di pensiero e conoscenza collettiva che chiamiamo cultura, ne consegue che la natura degli strumenti del comunicare diventa un fattore di trasformazione del pensiero, della cultura e dunque della società. [M. McLuhan]
Per noi che ci troviamo in mezzo a questa trasformazione, nativi o immigranti digitali che siamo, l’appropriazione culturale di questa nuova compagine societaria non è certo semplice.
our students are no longer “little versions of us,” as they may have been in the past
anche se io mi chiedo se ci siano veramente state, fin dalla notte dei tempi, delle generazioni che non si siano distinte, in qualche maniera, da quelle che le hanno precedute.
Comunque sia, sembra che il problema oggi sia più evidente che in passato e che emerga in tutta la sua complessità nella contrapposizione tra nativi e immigranti digitali, attraverso cui si presuppone – in qualche maniera – che si sia compiuta quell’evoluzione psicotecnologica (per dirla alla de Kerckhowe) che ci pone (noi nati prima degli anni ‘80 e per questo identificati come immigrati in questa realtà interconnessa) di fronte ad una generazione di cyborg.
I’ve coined the term digital native to refer to today’s students (2001). They are native speakers of technology, fluent in the digital language of computers, video games, and the Internet. I refer to those of us who were not born into the digital world as digital immigrants. We have adopted many aspects of the technology, but just like those who learn another language later in life, we retain an “accent” because we still have one foot in the past. We will read a manual, for example, to understand a program before we think to let the program teach itself. Our accent from the predigital world often makes it difficult for us to effectively communicate with our students. [Prensky]
Ad essere sincera, quando si parla di “nativi digitali” mi sembra talvolta di trovarmi di fronte ad una costruzione concettuale più che a una realtà concreta, ad un idealtipo direbbe Weber.
Vorrei capire, cioè, se lo stesso concetto di competenza digitale elaborato in sede europea (pdf) non sia un tentativo di addomesticamento della realtà, una sorta di colonizzazione da parte di noi immigranti per “normalizzare” nuovi fenomeni comunicativi.
La competenza digitale consiste nel saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Essa è supportata da abilità di base nelle TIC:
l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet.
Per ciò che concerne la dimestichezza, la mia esperienza in ambito universitario mi pone continuamente di fronte a studenti che hanno grossi problemi con l’utilizzo del PC in genere e che spesso ne ignorano le reali potenzialità comunicative. Escludendo la messaggistica istantanea, lo scambio p2p e myspace, ben poco sembra rimanere… Se a questo aggiungiamo poi il disinvolto utilizzo dei materiali interamente copiati, senza uno straccio di link né un minimo di valutazione sulla validità della fonte citata, il quadro si completa.
E in questo, ben poco sembra distinguere questi nativi da quella massa di immigranti che preme alle porte e la cui pericolosità potenziale è stata stigmatizzata da Faceparty, social network britannico, che ha cancellato gli account degli utenti over36 che non è riuscito ad identificare, in quanto potenziali “sex offender”.
A controbilanciare la notizia, interviene però la moratoria sulle tecnologie di comunicazione e intrattenimento, decisa da un collegio privato di Strasburgo che ha “deciso di vietare agli studenti anche solo di toccare per un periodo di dieci giorni console, TV, lettori DVD e quant’altro sia riconducibile all’era digitale.”
Non resta che da chiedersi (sulla scia di Fabio Giglietto) chi, in realtà siano i marziani della parte abitata della rete o se, alla fin fine, c’è un po’ di marziano in tutti noi…
… Istituire la scuola come area potenziale di espansione vitale e di esplorazione del mondo. Non si deve temere di riprodurre al suo interno quello che i ragazzi fanno già fuori di essa, ma preoccuparsi di farglielo fare in modo più ricco di significati esistenziali e culturali.
Ultimi commenti