Prossima fermata: Roma, DULP ‘09

2 09 2009

Essendo ormai tornata quasi completamente operativa, mi sembra opportuno aggiornarvi sulle occasioni in cui si può godere delle mie elugubrazioni teoriche in “presa diretta”… :-) Se questo poi sia auspicabile, lascio a chi ne ha già fatto esperienza giudicare… bus

Il 14 e 15 settembre prossimo, sarò al DULP (evento satellite del VI Congresso Nazionale SIe-L – Università di Salerno), che si propone come avvio di una presa di coscienza collettiva circa l’affermarsi di un nuovo paradigma

D per Design Inspired Learning

U per Ubiquitous Learning

L per Liquid Learning Places

P per Person in Place Centred Design

Non si può dire che il fine non sia ambizioso… In teoria, ci dovrebbe essere anche Andreas, coautore (nonché protagonista principale insieme alle sue blogoclassi) del contributo Portar via per condurre altrove: suggestioni e annotazioni metodologiche sull’orizzonte di senso di una blogoclasse, ma la sua partecipazione è in forse. Cercherò di supplire degnamente l’assenza.  :-P

In parallelo alla conferenza scientifica, ci sarà anche un DULPcamp

evento “aperto” in cui presentare, nello spirito del BarCamp, vision, concetti, prototipi, esperienze, strumenti che abbiano ad oggetto le tematiche del DULP e cioè:
analisi degli odierni “learning space” fisici e virtuali e dei processi formativi che vi si svolgono
riflessioni sulle trasformazioni indotte dalla post-modernità sui processi di apprendimento, sulle pratiche didattiche e sulla loro relazione con le tecnologie
prospettive teoriche per il DULP
design, prototipazione e valutazione di artefatti, spazi sensibili e ambienti virtuali per il DULP
sperimentazioni sul campo di processi, modalità operative e metodi per il DULP
modalita’ avanzate di monitoraggio e valutazione di processi e discenti nel DULP
contestualizzazione e personalizzazione del DULP
impatto, accettabilità sociale, sostenibilità psicofisica ed economica del DULP
nuove professionalità e riqualificazione delle vecchie professionalità

evento “aperto” in cui presentare, nello spirito del BarCamp, vision, concetti, prototipi, esperienze, strumenti che abbiano ad oggetto le tematiche del DULP e cioè:

  • analisi degli odierni “learning space” fisici e virtuali e dei processi formativi che vi si svolgono
  • riflessioni sulle trasformazioni indotte dalla post-modernità sui processi di apprendimento, sulle pratiche didattiche e sulla loro relazione con le tecnologie
  • prospettive teoriche per il DULP
  • design, prototipazione e valutazione di artefatti, spazi sensibili e ambienti virtuali per il DULP
  • sperimentazioni sul campo di processi, modalità operative e metodi per il DULP
  • modalita’ avanzate di monitoraggio e valutazione di processi e discenti nel DULP
  • contestualizzazione e personalizzazione del DULP
  • impatto, accettabilità sociale, sostenibilità psicofisica ed economica del DULP
  • nuove professionalità e riqualificazione delle vecchie professionalità.

Questa idea di un’università che organizza un barcamp a me è piaciuta subito fin dall’inizio. Ciò di cui oggi la comunicazione accademica difetta è proprio la mancanza di occasioni/luoghi di confronto più veloci, informali, aperti anche a chi “accademico” non è. La chiusura secolare degli atenei è però ben radicata, così come non si può ignorare che la “corsa alle pubblicazioni” (con annessa protezione delle proprie… “teorizzazioni”) non facilita certo un’apertura feconda, vivificante direi, con chi ha da dire qualcosa sull’applicazione di quelle teorie…

Dunque, ben venga il camp e che sia il primo di tanti, mi auguro. Confesso che l’idea di intervenire ce l’avevo ma non voglio peccare di protagonismo… Ascolterò gli altri.

Insomma, cosa aggiungere? Avevo già segnalato l’evento anche sul sito di Form@re in occasione dell’uscita del numero da me curato sui leggendari nativi digitali. Ora ho fatto un post. Spero di aver contribuito un po’ a diffondere lo spirito DULP in giro… ;-)

Immagine: Today is a good day





Prove tecniche di apprendimento significativo

9 04 2009

Dopo aver tanto (studiato e) scritto nell’ultimo mese di dispositivi pedagogici e utilizzo significativo delle tecnologie (vecchie e nuove) mi sono capitate tra capo e collo due giornate di formazione sull’e-learning in un master in Organizzazione e gestione delle Risorse Umane per il Knowledge Management, in cui ero già intervenuta in un incontro di “familiarizzazione” con la CMC.

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Immagine: OmarCaf

Dover inchiodare i ragazzi 8 ore di seguito per due giornate consecutive a parlare di qualcosa che è lontano anni luce dalla loro esperienza è una prospettiva complicata per chi si propone sempre di lasciare i propri interlocutori un po’ più ricchi di come li ha trovati. Non è detto che ci si riesca (esiste sempre quella irriducibile libertà dell’educando con cui confrontarsi…) ma comunque ci si prova.

Vi butto giù, a grandi linee, l’organizzazione del tutto, più o meno come l’ho pensata e realizzata.

Definizione dei contenuti: data la genericità e l’ampiezza del tema, ho deciso di prendere le mosse dal concetto di apprendimento, per introdurre e sviluppare l’argomento tecnologie attraverso l’utilizzo delle stesse. Mi ero per questo precedentemente informata sul fatto che avessero appena terminato il modulo della formazione e quindi il terreno cognitivo ;-) era già “smosso”.

Strumenti (tecnologici e non): lavagna con pennarelli, un PC a studente, video proiettore.

Applicativi e risorse online: GoogleDocuments, Google Reader, Google Books, Anobii, piattaforma Blogger, Delicious, Youtube, Last.fm.

Approccio didattico: learning by doing.

Attività: condivisione della presentazione online e sua modifica in base ai risultati del brainstorming nonché delle discussioni e rielaborazioni collettive di quanto fatto o di letture proposte; creazione del proprio PLE, secondo le esigenze personali; utilizzo del blog come strumento per documentare il proprio lavoro; creazione della sito-bibliografia individuale attraverso Delicious, Anobii e Googlebooks.

Credo di non essermi dimenticata niente… Comunque potete sempre dare un’occhiata e dirmi che ne pensate :-)





Scendi giù, scendi giù, manifesta pure tu!

31 10 2008

Beh, questo è lo slogan che oggi mi è piaciuto di più. Lo urlavano i ragazzi a quelli che ci guardavano (/filmavano/fotografavano) dai balconi. E’ stato bello, bello, bello stare insieme ai ragazzi. Sono distrutta ma volevo lasciarvi un paio di link.

In primo luogo, le parole di Epifani* (e le sue scuse)

Oggi questa piazza sta segnando una giornata memorabile per la nostra democrazia, per il futuro del Paese, per i nostri giovani. Abbiamo scelto una piazza troppo piccola, ma non ce ne sarebbe stata una capace di contenere le decine di migliaia di persone che ancora stanno affluendo qua…

E’ stato un enorme sit-in in realtà. Qualcosa che non avevo mai visto. “Perché questo errore di valutazione?”, mi sono chiesta tutto il giorno? Non vi fidavate di noi?

Secondo link, un video. :-)

Nonostante il governo ladro, la pioggia è durata solo fino alle 8.30 circa. Il peggio (ma per poco) si è avuto dalle 6.30 alle 7.30. Ma poi è uscito il sole!!!!!

*volevo linkare il discorso, ma non lo trovo (per il momento). Se magari qualcuno lo scopre prima di me, me lo dice :-)





Apollo, la luce, il buio… fuor di metafora (o quasi)

6 05 2008

Pur consapevole che, già le parole ‘formazione’ e ‘educazione’ sono metaforiche e che parole come stampo e formazione, guida e indirizzo, crescita e sviluppo sono come una serie di ulteriori designazioni pedagogiche, da intendersi bene solo metaforicamente [Franza-Mottana], aggiungo qualche riga fuor di metafora per riportare il discorso sul piano della materiale concretezza del vivere e del fare.

In Italia (ma non solo) siamo di fronte ad una crisi “globale” del sistema educativo e di istruzione senza precedenti. Quanto denunciato da Andreas Formiconi circa la gravità del problema viene ribadito da Gianni Marconato, a margine della conclusione di Didamatica 2008

Quello che a me sembra manchi per una reale innovazione che sia diffusa e di sistema è la consapevolezza del problema in tutti i suoi aspetti, delle sue implicazioni anche “profonde” e di come rendere operative sul piano organizzativo e didattico (non inserisco qui quello politico che è un livello totalmente incapace di muovesi se non facendo danni) le affermazioni che si fanno.

Cosa vuol dire andare “oltre la scuola”? Cosa vuol dire fare una didattica personalizzata e centrata sulla persona che apprende? Cosa vuol dire passare dall’insegnamento all’apprendimento? Cosa vuol dire “innovazione” nella scuola e nei processi di insegnamento? Cosa vuol dire “apprendere”? Cosa vuol dire passare dalla trasmissione di conoscenza alla sua costruzione (chiarendo, comunque, che ciò che si trasmette è l’informazione, mai la conoscenza)? Queste ed altre tematiche andrebbero comprese bene per non muoverci a casaccio e per dare sistematicità a tanti fermenti.

E invece a casaccio ci si è mossi (e ci si continua a muovere), esercitandosi a turno (politico) in virtuosismi ingegneristici e legislativi che sono intervenuti violentemente nell’architettura del sistema, accentuando i problemi che già c’erano, creandone dei nuovi e creando una condizione profonda di incertezza e disorientamento in chi vi opera.

Abbiamo creato così un’idra a più teste, in cui i livelli di autonomia entrano in conflitto reciproco provocando la paralisi del sistema più che il suo cambiamento.

Forse giova ricordare che, dal punto di vista squisitamente organizzativo, l’autonomia scolastica e universitaria non sarebbe dovuta essere finalizzata a creare feudi incontrastati né repubbliche anarchiche, quanto piuttosto ad avviare un processo di “collaborazione permanente e a due vie tra il centro e le varie periferie del sistema” [F. BUTERA, 1998].

Tale processo avrebbe dovuto dare vita ad una architettura reticolare in cui il governance system è caratterizzato dalla “coesistenza della spinta e del supporto strategico dell’agenzia focale e dalla autoregolazione dei nodi”.

Non bisogna certo essersi laureati alla Bocconi per riconoscere che:
1) è mancata qualsiasi tipo di strategia a livello centrale nella conduzione di questo processo di cui, quasi subito, si è perso il vero significato;
2) i “nodi” non hanno avuto né le capacità né le possibilità reali di autoregolarsi.

Il danno strutturale e culturale è incalcolabile e segnerà ineludibilmente la vita dei singoli e della collettività coinvolta.

Ecco la “profanazione del tempio”, l’empietà di cui ci siamo macchiati nei riguardi di ciò che più profondamente racchiude il nostro essere sociale, la nostra cultura, il nostro futuro…

Se non si riparte da qui, le cose non potranno che peggiorare. Parafrasando quanto detto da Russillo a proposito della scuola [p.12],

non si può cambiare un sistema formativo semplicemente additandogli il modello ideale che esso deve attuare, ma bisogna fare i conti con quello che il sistema è attualmente e con le risorse di cui dispone per migliorarsi.

Per farlo, sarebbe il caso – in primo luogo – di finirla di parlare a vanvera di teorie organizzative che non si conoscono, trapiantando acriticamente modelli e strategie che già in ambito economico hanno rivelato i loro limiti. Personalmente sono stufa di ascoltare e leggere scimmiottamenti di teorie e strumenti che hanno un loro perché e un loro dove ma che non è detto facciano sempre al caso, in ambito formativo.

E non guasterebbe prendere coscienza dell’atteggiamento “oracolare” che abbiamo adottato nei confronti dei dati statistici, vittime di quel mito razionale che, sottolinea Morgan,

al pari dei miti primitivi, ci mette a disposizione un quadro di riferimento generale e una struttura di credenze attraverso le quali possiamo rendere intellegibile l’esperienza quotidiana. Il mito della razionalità ci aiuta a considerare certi modelli di azione come legittimi, credibili e normali e, quindi, ad evitare l’incertezza e la discussione che emergerebbero se fossimo costretti a prendere consapevolezza della incertezza e dell’ambiguità di fondo che sta alla base di buona parte dei nostri valori e dei nostri comportamenti abituali.

E ci riporta le conclusioni di un saggio del 1954 dell’economista inglese Ely Devon, in cui l’autore nota che

anche se i responsabili organizzativi non si sognerebbero mai di analizzare gli intestini di un pollo o di consultare un oracolo per conoscere il futuro della loro organizzazione o gli sviluppi dell’economia, l’utilizzo che viene fatto della statistica ha non poco in comune con la magia primitiva…

L’oracolo di Apollo, incomparabilmente racchiuso nel “Conosci te stesso” iscritto nel frontone del suo tempio, non era chiaro né oscuro. Non diceva la verità né la nascondeva. Non si esprimeva né taceva.

I numeri sono numeri. Sono segni che possono diventare segnali solo se ci si interroga realmente sui processi che li hanno generati e non rideclinandoli con altri numeri.

O siamo noi che siamo polli?





Apollo, la luce, la notte

5 05 2008

Irresistibilmente “provocata” dal commento di Francesco, proverò qui ad intrecciare le sue parole a quelle di Pietro Citati, nel solco di una riflessione in cui io stessa sono stata guidata da qualcuno e su cui torno spesso alla ricerca di luce quando la notte si fa più scura…

Identificando Apollo ne “lo splendore della ragione e delle leggi” che “forse, viene sempre dopo il purificatorio passaggio di Dioniso con le sue Baccanti, l’abbandono e la manifestazione priva di controllo”, tracci la storia di un dio in cui la luce e la notte si fondono, caro Francesco.

Nel prologo de La mente colorata, Citati ci ricorda che, “ancor prima di nascere, Apollo fu temuto dalla Grecia” perché

era un dio atálastos, temerario, sfrenato, empio, accecato. Ciò che ci meraviglia è che lo stesso aggettivo venga applicato, nell’Iliade e nell’Odissea, a Achille che infuria sul cadavere di Ettore, ai Proci che disonorano il palazzo di Itaca, ai compagni di Ulisse che divorano gli armenti del Sole. Apollo era “empio”. Qui sta uno dei paradossi dello spirito greco. Apollo non conosceva nessuna delle virtù che da lui vennero chiamate apollinee: la serenità, il rispetto per la legge, l’armonia, la moderazione. Il dio che avrebbe proscritto la dismisura peccava di dismisura…

Dopo l’uccisione della dracena – mostro femminile “figlio della Terra, che ne custodiva il santuario oracolare” e che più tardi verrà chiamato Pitone – e la profanazione del tempio (pdf), Apollo diviene “l’ultimo dei miserabili, dei maledetti e dei vagabondi”.

Solo dopo aver espiato, tornò a Delfi e “purificò gli sventurati, che come lui avevano conosciuto la colpa, nella doppia veste di signore degli oracoli e di medico” perché

solo chi ha compiuto il male, lo ha conosciuto sino in fondo e l’ha espiato, può liberare gli altri esseri umani dal male dove abitano durevolmente.

La luce di Apollo accettò la notte, ingoiò la notte, si tinse durevolmente di notte, accogliendo in sè quel potere oracolare “che, secondo Euripide, apparteneva esclusivamente alla Terra”.

Nel tuo commento, aggiungi poi che

Educare è solo funzionale alla scoperta del proprio talento, all’acquisizione della propria autonomia e alla scoperta del proprio sé.

E mentre già questo non mi sembra poco, mi domando:

Del proprio di chi? Del docente o del discente? O di entrambi? E dov’è il “vero sé” di ognuno di noi? C’è qualcuno diverso da noi che ci possa svelare una verità così accuratamente incastonata nella nostra storia personale?

L’oracolo di Apollo, incomparabilmente racchiuso nel “Conosci te stesso” iscritto nel frontone del suo tempio, non era chiaro né oscuro. Non diceva la verità né la nascondeva. Non si esprimeva né taceva.

Si limitava a significare, a dare segni, trasformando il postulante in interprete tra ciò che l’oracolo gli aveva detto e ciò che lui aveva chiesto.

I Greci appresero a guardare sé stessi con gli occhi di Apollo, e a nutrire verso sé stessi lo stesso grandioso disprezzo. Non c’è esercizio più nutriente, lucido ed educativo: solo chi conosce l’arte dei limiti, impara a superarli.





La storia comincia così

24 04 2008

Piccola premessa:

E’ qualche mese che in questi dintorni si chiacchiera, si discetta, si cita e si progetta attorno a quel misterioso oggetto di conoscenza che è il modo in cui formiamo e siamo stati formati.

Grazie al nostro barcamp “esclusivo” ;-) (svoltosi senza soluzione di continuità tra viaggi in macchina, sale d’attesa d’aeroporti, seminari accademici ed una magnifica cena a base di orecchiette), io e Andreas abbiamo delineato una trama narrativa attraverso cui dare senso e visibilità ad un’esperienza formativa che va ben oltre il “corsetto di informatica” :-) .

I mille rivoli di questi pensieri, di queste voci non possono essere dispersi. Appena definiremo l’assetto organizzativo, chiameremo a raccolta i “cercatori d’oro”. State all’erta.

Per chi si è perso qualcosa (o si è perso proprio), ho pensato fosse utile ricordare che la storia comincia così…

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WordPress e OpenCourseWare

19 02 2008

A corollario della discussione sull’e-learning di qualche giorno fa, segnalo il post dell’infaticabile Catepol sull’utilizzo dei blog al posto dei LMS.

Le suggestioni sono parecchie…





Perché non sono una pedagogista

15 02 2008

Io non sono una pedagogista. Non ho mai voluto esserlo. Non lo sarò mai.

Sono solo una che si interroga su qual è la strada migliore da percorrere per raggiungere certi obiettivi e se quegli obiettivi possono essere interessanti per i viandanti che mi accompagnano in quella avventura formativa.

Se fossi una pedagogista, non avrei bisogno di farmi tutte le domande che mi faccio perché la strada sarebbe segnata e la meta stagliata nitidamente sul fondo. Non avrei bisogno di fare tutta quella “contrattazione” con i miei studenti su cosa fare e come farlo. Non parlerei tanti linguaggi diversi e non utilizzerei così tanto le nuove tecnologie.

Non avrei bisogno di guardarli i miei studenti. Li avrei “tutti in mente, come le tabelline”.

Se fossi una pedagogista non avrei bisogno di insegnare per imparare, giorno dopo giorno, come si fa.





Il mio blog ha cambiato casa

1 11 2007

Beh, non è stato difficilissimo, anche perché non avevo poi così tanto da “trasportare” ma un po’ di lavoro me l’ha portato…

La sensazione è quella di essere passata da un comodo appartamentino con tutto l’essenziale (o quasi) a portata di mano ad un palazzetto in cui ogni tanto perdo l’orientamento. Ma all’inizio succede sempre così :-) . Quando avrò capito cosa fare con i Feed sarà meraviglioso.

continua a leggere…





Gruppi in formazione e formazione dei gruppi

26 10 2007

Tra le cose fondamentali che l’esperienza di docente mi ha insegnato c’è quella, abbastanza ovvia apparentemente, che avere davanti una “classe” (o in genere un insieme di persone che intraprendono un percorso formativo) non significa avere a che fare con un “gruppo”.

Per “fare gruppo” occorre sentirsi reciprocamente legati ed avere degli obiettivi comuni, delle “visioni condivise” direbbe Senge. E questo ha bisogno di tempo perché significa passare dall’interazione alla relazione tra individui.

Posto ciò, non voglio certo stare a ribadire ciò che sull’argomento hanno detto autori fondamentali come Lewin o Bion ma solo sottolineare come molti dei problemi che caratterizzano i contesti formativi nascano dal fatto che il docente/formatore trascuri (o talvolta addirittura ignori) di essere parte integrante del gruppo che vorrebbe creare.

Ci si dimentica troppo spesso che, pur ricoprendo il ruolo istituzionale di docente, l’effettività di questo è garantita solo da un processo di riconoscimento da parte dello studente.

“Io ti riconosco come mio docente perché puoi aiutarmi a soddisfare un bisogno di conoscenza che sento mio”.

E allora, il momento iniziale del rapporto di formazione non può prescindere dalla definizione di un patto formativo che coinvolga gli studenti nella condivisione degli obiettivi e nelle modalità del loro raggiungimento.

E non sto parlando di tutte le carte, dei progetti, delle unità di apprendimento e delle scartoffie varie che saturano di burocrazia il nostro lavoro ma di un “patto formativo” reale, condiviso e concordato de visu, in cui sia chiaro cosa vogliamo fare e dove vogliamo arrivare.

Il docente, il formatore, l’educatore deve avere il coraggio di mettersi in gioco anche buttando all’aria tutto ciò che aveva progettato perché è sul bisogno di apprendere qualcosa che si regge tutta l’azione formativa. Ed i bisogni non possono essere imposti. Possono solo essere ascoltati…

Qualche link per chi vorrebbe saperne di più sulle dinamiche di gruppo:

A. Rossati, Il gruppo e le sue dinamiche

A. Zatti, Il gruppo come luogo di formazione della persona

P. Condemi, Psicologia dell’educazione: Kurt Lewin in Psicologia dell’educazione: il Comportamentismo.