La scuola infelice ovvero l’infelicità di fare scuola

19 10 2009

Con un certo raccapriccio, vi segnalo l’episodio e l’annessa discussione online tra… docenti, su cui riflette Antonio Vigilante (via Fuoriregistro).

Un episodio di violenza contro uno studente è commentato dai docenti con parole non troppo diverse da quelle che gli studenti userebbero per commentare un episodio di violenza di uno di loro contro un docente. E’ evidente che c’è un conflitto. La scuola è il luogo in cui i docenti odiano – o sopportano, accumulando rancore e frustrazione – gli studenti, e lo stesso avviene agli studenti. La pretesa assurda è che questo luogo, in cui ci si odia, sia al tempo stesso il luogo dell’educazione…

Preferisco non aggiungere altro.





E io che gli rispondo? Dubbi di un insegnante nel “ciclone della riforma”

18 09 2009

Sa poi qual è il problema? Che i giornali scrivono cose, che i giornalisti sono convinti di sapere cose. Cose che nessuno ha mai messo nero su bianco a noi, eppure loro le sanno già. Per esempio l’altro giorno il Corriere scriveva che dal prossimo libro della II classeanno non sarebbe più bastata la media del sei per essere promossi. Dieci righe sotto dicevano che educazione fisica e condotta avrebbero fatto media. A quel punto io che sono del settore mi domando: quale media? Se la media non c’è più, cosa mi stai dicendo esattamente, giornalista? La stessa cosa che si sapeva all’inizio dell’anno scorso, e che poi è stata smentita da una circolare all’ultimo momento?A proposito, quali circolari mi stai citando? Perché io fino a dicembre mi rifiuto di leggerne, anzi aspetto che ne arrivi una a marzo che contraddica quella di febbraio, mi risparmio un bel po’ di fatica e di fegato. Ma la cosa tremenda è che invece il genitore ci crede, a quello che scrivi, e poi viene da me a farmi delle domande strutturate così: ma è vero che non c’è più la media del sei però condotta fa media? E io che gli rispondo?

C’è chi mi dice: racconta la verità. La verità non è di sinistra né di destra. Come no, certo. Quindi, cari padri e madri, è inutile che mi chiediate che novità rappresenta il “potenziamento dell’italiano” da un punto di vista didattico, perché dietro non c’è nessuna innovativa idea didattica, ma una semplice trovata per tagliare una cattedra di italiano su quattro alle scuole medie. Insomma mi hanno tolto un’ora di italiano e l’hanno dato a un altro prof di italiano che ha perso la cattedra, capito? Senza dargli nessuna programmazione, non è nemmeno chiaro se debba fare per forza italiano o altre cose (Storia, geografica, civica). Non si sa nemmeno se valuterà o no i vs figli perché non si sono ancora posti il problema al Minis… ops.

tratto da Considerazioni di un impolitico di Leonardo (scoperto via Mamma!)

PS: consiglio vivamente la lettura dell’intero post :-)

Immagine: sempre tratta dal post di Leonardo





La piramide

28 03 2009

Io, di mestiere, faccio la maestra. Il mio lavoro consiste nel vivere esperienze di apprendimento significative con i miei bambini, accompagnando al tempo stesso i loro genitori alla scoperta dell’individualità dei propri figli.

Se dovessi utilizzare il metro della relazione educativa, allora la mia “posizione istituzionale” di docente si rivela una posizione di potere rispetto al discente, grazie a quella asimmetria strutturale del processo di insegnamento/apprendimento scolastico che passa attraverso il dato dell’autorità [Iori], affondando le sue radici nella disparità di esperienze vitali e di conoscenze che c’è tra me e i miei alunni. Ciò mi permette di decidere i contenuti e le esperienze di apprendimento che sostanziano il mio e il loro lavoro.

Se però facessi mie una di quelle metafore organizzative tanto care a Morgan e considerassi la mia posizione all’interno dell’istituzione-scuola come sistema culturale e politico, non potrei ignorare (tanto per ciò che riguarda la strutturazione del corpo docente quanto per ciò che concerne le possibilità di partecipazione ai processi decisionali relativi alle più generali politiche formative) la persistenza di un modello di tipo gerarchico, all’interno del quale vengo collocata, in quanto maestra, tra i gradini più bassi della piramide.

Il senso relazionale dell’insegnamento si stempera sempre più man mano che si sale nei diversi ordini di scuola, sempre più su fino ai gradi accademici e istituzionali più alti, dove chi insegna pedagogia i  ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline [Scuola di Barbiana]; dove si gioca il valore supremo del sapere ma si guarda ai processi formativi solo attraverso le lenti di fantomatici modelli di progettazione degli stessi; dove si elaborano sigle ed acronimi di cui spesso sfugge il senso pedagogico, costringendo i docenti a camuffare il loro fare-scuola quotidiano per fare “come se…”, ad imbellettare il proprio lavoro come da normativa per accontentare dirigenti, ispettori, genitori…

da Quando parliamo di innovazioni pedagogiche





La scuola al tempo del web 2.0

26 03 2009

Scoperto grazie a Flavia, vi presento il futuro della scuola. Non è meraviglioso?

Update: ammetto colpevolmente che nell’aggettivo “meraviglioso” c’era un po’ d’ironia… :-P





Edupunk? Perché no?

13 03 2009

Già nel pieno della mia attività multitasking, ero intenta ad ascoltare la recitazione del libro IV dell’Eneide (per la precisazione vv. 9-29, ad opera  di Vojin Nedeljkovic)

quando la casellina di Googletalk mi fa intravedere l’invito di Gianni Marconato al gruppo Edupunk Italia su Facebook, con un subliminale “Ti intriga l’idea di Edupunk?”. Mi intriga???? E certo che mi intriga! punk

Conseguenza: lettura del post di Gianni; iscrizione istantanea al gruppo di Facebook; commento sulla bacheca del gruppo e sulla mia; googolata per saperne di più…

Punk rock was a rebellion against the clean, predictable sound of popular music and it also encouraged a do-it-yourself attitude. Edupunk seems to be a reaction against the rise of course-managements systems, which offer cookie-cutter tools that can make every course Web site look the same.

Jim Groom, an instructional-technology specialist and adjunct professor at the University of Mary Washington, coined the term, and this week on his blog he declared himself a poster boy for the movement. He says he is worried that Blackboard’s latest release, which attempts to incorporate the latest social-networking tools, will end up presenting a watered-down version of what pioneers of Web 2.0 technologies have done in their experiments.

[The Wired Campus]

Qui sotto, la prima parte del confronto tra Jim Groom (che ha coniato il termine) e Gardner Campbell. Sono un po’ troppo veloci ma ascoltando e riascoltando…

Ritorno dunque ai miei “affari” multitasking. Sfortunatamente, il tempo che avevo deciso di dedicare all’ascolto è finito (ora si passa alla scrittura del contributo che sta rendendo insonni le mie notti) ma non posso resistere alla tentazione di aggiungere… questo :-D

Immagine: what what





Partorire una stella danzante

5 03 2009

Insegnandosi le cose a vicenda. Così come dice Andreas nel video è cominciata l’amicizia web 2.0 tra Speculum Maius e Iamarf. Con la curiosità reciproca per cosa stava facendo l’altro e la voglia di imparare a farlo.

MG: Ehi, mi piace questo corso… Dove ci si iscrive? ;-)

A: Mi pare che tu sia già iscritta di fatto … come io sono iscritto al tuo “corso” …

Interessante quest’annotazione sull’iscrizione. Di fatto, sto spingendo questo corsetto verso la non iscrizione, verso le Open Education Resources che sto studiando con quegli altri pazzi (mi sembra proprio che si sia un gruppetto di pazzi, tutti fatti diversi ma che si divertono di molto.) di OpenEd, qui dentro.

I ragazzi lo vivono come un corso ma per me è ricerca pura. Ripeterò presto l’esperimento in altri laboratori. Li descriverò tutti qui perché anche questo fa parte dell’esperimento.

MG: Occorre avere un po’ di caos in sé per partorire una stella danzante. Friedrich Nietzsche

E’ vero. C’è bisogno di un po’ di caos, di amore per l’imprevedibile e per quella leggendaria :-) “didattica dell’imprevisto” di cui parla Vanna Iori per “partorire” costellazioni di blog con un semplice post e due-tre palle lanciate per aria (e chi c’era sa a cosa mi riferisco).

C’è bisogno di docenti che abbiano voglia di imparare e studenti che abbiano voglia di insegnare per la meravigliosa gratuità del farlo.

C’è bisogno di quelle emozioni che, se esplicitamente espresse, sembrano segnare ineludibilmente il tuo lavoro come “poco scientifico”.

Qualche anno fa, scrivevo:

Provo emozioni quando la fitta e invisibile trama del mio lavoro quotidiano si rivela nell’osservazione di un bambino. Provo emozioni quando ho la fortuna di partecipare alla lezione di una collega o quando cerco insieme a lei di colmare quella distanza che ci separa dalla soluzione di un problema. Provo emozioni quando la stanchezza non riesce a spegnere la felicità di aver, anche quel giorno, imparato qualcosa. Provo emozioni quando una “visita d’istruzione” si trasforma in poesia e le mani si impiastricciano di colla e colori mentre diamo forma al ricordo. Ma non so a chi parlarne. C’è sempre meno spazio e voglia di parlare di emozioni all’interno della scuola dell’autonomia.

E allora capisco Andreas quando scrive:

dopo avere lavorato per circa sei anni cercando di trasformare il mio ruolo di insegnante in una cosa nella quale potessi credere, mi sentivo terribilmente solo. Non trovavo interlocutori.

E capisco perché gli interlocutori te li vieni a cercare in Rete: incontri un sacco di gente con il tuo stesso bisogno.





Lesson two: la netiquette

16 02 2009

Oggi ho fatto lezione di netiquette. Questo è il filo conduttore…

Ai blogger in erba (o aspiranti tali) che non lo conoscessero, segnalo anche questo post, abbondantemente sfruttato da me e Andreas ;-) .





Sono salito sulla cattedra…

28 09 2008

…per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù! Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva!





Il valore della scuola? 7,8 miliardi di euro

24 06 2008

Complice il caldo, la stanchezza di fine anno, gli esami o che so io, probabilmente non tutti i docenti (o più correttamente la maggior parte) si stanno rendendo conto dello tsunami che si sta per abbattere sulla scuola pubblica ad opera del Ministero dell’Economia (consiglio una breve lettura qui e qui).

Con il famigerato decreto fiscale che approderà a brevissimo in Parlamento, in primo luogo si istituisce una “piramide di controllo” con al vertice “una task force tecnico-finanziaria” che controllerà che la Gelmini faccia ciò che le si dice di fare (ossia tagliare – in 3 anni – 47.000 posti A.T.A. e circa 100.000 cattedre).

Per non farla sfigurare e spianarle un po’ la strada in quest’opera di smontaggio dell’apparato scolastico nazionale, sottolinea Italia Oggi,

per evitare che ci siano intralci nel percorso attuativo, il governo le assegna anche un potere sanzionatorio nei confronti dei dirigenti ministeriali e scolastici: chi non dovesse essere ligio nel fare i tagli di spesa, potrà essere richiamato, poi potrà vedersi sospendere l’indennità di risultato, in terza battuta essere trasferito e, nei casi estremi, anche licenziato. Un sistema di valutazione dell’operato dei manager della scuola, quello richiamato dal dl, che è previsto dal contratto dei dirigenti in vigore ma che ad oggi non è mai stato applicato.

Finalmente un po’ di chiarezza nella valutazione dei dirigenti ministeriali e scolastici: più tagliate, più siete bravi. Anche questo è merito.

Il 30% dei risparmi (reali e adeguatamente certificati, ricorda Tremonti) saranno destinati a docenti meritevoli: su come saranno scelti non è ancora dato sapere. Cosa dovranno tagliare per risultare tali? E l’altro 70% dei risparmi, scusate la curiosità, dove andrà a finire?

Ovviamente, anche un inesperto di scuola (per fortuna che in Italia ce ne sono veramente pochi…) riesce ad intuire che qualcosa cambierà: avremo meno insegnanti di sostegno, meno Centri per l’Istruzione degli Adulti (vi sembra questo il momento di parlare di integrazione in Italia?), meno maestri (finalmente ritorna la maestrina dalla penna rossa, che tanto ci mancava), meno tempo pieno (o niente del tutto?), meno ore di scuola ai professionali, meno collaboratori scolastici e personale di segreteria…

Forse ci sarà meno qualità (lì dove c’era, ovviamente) e forse avremo meno voglia di far parte di questa scuola e di sentirci parte di questa nazione, ma cosa volete che sia di fronte alla prospettiva di essere considerati finalmente dei PROFESSIONISTI?





La storia comincia così

24 04 2008

Piccola premessa:

E’ qualche mese che in questi dintorni si chiacchiera, si discetta, si cita e si progetta attorno a quel misterioso oggetto di conoscenza che è il modo in cui formiamo e siamo stati formati.

Grazie al nostro barcamp “esclusivo” ;-) (svoltosi senza soluzione di continuità tra viaggi in macchina, sale d’attesa d’aeroporti, seminari accademici ed una magnifica cena a base di orecchiette), io e Andreas abbiamo delineato una trama narrativa attraverso cui dare senso e visibilità ad un’esperienza formativa che va ben oltre il “corsetto di informatica” :-) .

I mille rivoli di questi pensieri, di queste voci non possono essere dispersi. Appena definiremo l’assetto organizzativo, chiameremo a raccolta i “cercatori d’oro”. State all’erta.

Per chi si è perso qualcosa (o si è perso proprio), ho pensato fosse utile ricordare che la storia comincia così…

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