Sono a Rimini. Prima di partire vi avevo promesso il tentativo di una web cronaca ma ieri sera ero talmente stanca da non potermi permettere che una frettolosa cena solitaria ed un urgente sonno ristoratore.
Sono state giornate piene, pienissime. Anche troppo ed oltre l’umana resistenza fisica. Però è stata un’eperienza umana forte, intensa e ristoratrice.
Ho scritto molto. Non so se vi racconterò tutto (altrimenti gli atti che ci stanno a fare ) ma le impressioni personali e le emozioni sì, quelle ci tengo a dirvele subito, almeno in parte.
Un po’ le copio-incollo dagli appunti, un po’ dalle impressioni annotate qui e lì tra i pensieri.
Rimini, 13 novembre
ore 8.00-9.00
Sciamiamo tra file lunghe ma scorrevoli. C’è quella certa eccitazione tipica degli studenti in gita Sarà l’effetto reciprocità di cui parlava Canevaro in Diversità e uguaglianza Organizzazione 4 stelle… Nulla da eccepire.
Ho recuperato i bollini per partecipare ai workshop del pomeriggio: n.4 e n.29. La mia amica Noa sarà contenta
Accenti di tutta Italia si mischiano insieme ai colori delle sciarpe e delle borse.
Il salone si sta riempendo. Attendiamo i relatori…
9.31
Si parte… Siamo come il sole a mezzogiorno
E’ così bello da avere l’effetto di un pugno nello stomaco dall’emozione.
Vi ho messo il video in attesa e nella speranza che quello proiettato in sala – realizzato grazie al contributo di tanti ragazzi speciali – sia al più presto disponibile. Le pause con le letture del testo di don Milani hanno completato il tutto.
Non posso dire che questo sia un convegno come tutti gli altri. C’è la scienza e c’è la coscienza. C’è il cervello e c’è il cuore. C’è il dolore e la speranza. E c’è la rabbia che non si rassegna davanti ad una demagogia da quattro soldi che utilizza la meritocrazia e la competitività (le due meteoriti, le ha chiamate Frabboni) che trasforma il mio compagno di banco nel mio nemico.
La platea è variegatissima: dai medici, agli insegnanti, ai terapisti, ai genitori che si sono presi carico di ciò che la scuola non riesce a fare.
E i genitori sono, da un certo punto di vista, i protagonisti invisibili delle plenarie ma anche dei workshop. Ho sentito più volte e in più luoghi la necessità di coinvolgerli, di sostenerli, di ascoltarli in quanto primi mediatori del rapporto con il mondo dei loro figli.
Serve meno scuola perché serve meno società, ha denunciato Raffaele Iosa. L’uguaglianza non va più di moda, sostituita da un conservatorismo compassionevole di cui non sappiamo che farcene. Indietro non si torna e noi non ci arrendiamo perché “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”, come è scritto nella presentazione dell’evento firmata da Andrea Canevaro e Dario Ianes. E qui di duri ce ne sono veramente tanti…
E mentre, tutti infervorati di sacro zelo (è proprio il caso di dirlo), si stracciano le vesti per un crocefisso, elevato/abbassato (dipende dai punti di vista) a simbolo culturale e di cui probabilmente neanche si accorgevano dell’esistenza prima di questo can-can, nessuno parla di ciò che in nome del dio denaro si sta perpetrando impunemente ai danni dei più indifesi.
Perché noi al crocefisso in aula ci teniamo. Che poi continuiamo a sputare addosso a quel povero Cristo (è proprio il caso di dirlo) inchiodato lì e al Messaggio di cui dovremmo essere portatori è un altro paio di maniche. E mica tiro fuori bazzeccole tipo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o di quella del Bambino perché quella è roba da comunisti e noi in Italia, non la vogliamo certa roba.
Dicevo quindi che, tra le varie novità che bollono in pentola grazie alla lungimirante e generosa gestione della Pubblica Istruzione da parte del duo Tremonti-Gelmini, leggo su Superando.it che
di fronte infatti a quella che viene definita ormai come «una perpetua latitanza e mancanza di risposte» da parte del Ministero dell’Istruzione, alle varie e urgenti istanze sull’inclusione scolastica delle persone con disabilità, i rappresentanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali dei Disabili) – che rappresentano la quasi totalità delle Associazioni italiane in ambito di disabilità – hanno deciso di proporre ai rispettivi Consigli Direttivi l’uscita dalla Consulta Ministeriale dell’Osservatorio sull’Integrazione Scolastica, dopo un’inconcludente riunione a Roma.
Sul blog di Genitori Tosti (veramente ) non sono d’accordo:
Solo per il fatto che gli esponenti delle federazioni (perchè esistono due federazioni e non una sola?) rappresentano i disabili italiani, non devono arretrare di un passo, casomai è qualcun altro che se ne deve andare (a nascondersi, per non dire di peggio).
Ricordiamoci, come mi ha fatto giustamente notare un’altra mamma tosta, che i nostri figli vanno a scuola, nella scuola pubblica, perchè a suo tempo quelli prima di noi si sono battutti per arrivare a questo risultato.
Cosa facciamo? Vanifichiamo e, in un certo senso, sviliamo le battaglie e le energie messe in campo da coloro che si sono mossi, in tempi in cui non si aveva il mondo a portata di click e, quindi, era tutto più difficile più lento etc?
E quindi cominciamo, per esempio, a far girare queste informazioni e documenti come questo qui. Se cominciamo ad informarci su ciò che succede magari è un primo passo…
Mi metto a scrivere sapendo che non potrei permettermelo, che la lista lunghissima delle cose archiviate nella categoria “URGENTE!” si allunga sempre di più ma il mondo aspetterà ancora un po’…
Ci sono cose che vanno scritte quando le senti e questo è il momento.
Il mio amico Andreas è qualche giorno che va borbottando circa l’essere, l’apparire, l’essere categorizzati e così via. Aspettavo un post di quelli stile flusso di coscienza da un momento all’altro ed è arrivato.
Punto focale: io sono il mio cartellino
Di cartellini, nella vita, ce ne sono tanti. C’è chi se li cerca, c’è chi se li trova appioppati suo malgrado. Se non ci fosse un “io” a cui appendere questi cartellini, non staremmo qui a parlare ma il problema più grosso è che da quando li abbiamo inventati – tendiamo a dimenticarci che dietro c’è qualcuno con la sua personalità e la sua storia.
La forma, il colore, il carattere, il significato di quei cartellini assorbono l’uomo/la donna, il suo sangue, i suoi sentimenti e così via.
Distinguerei però tra i vari “non sono” indicati da Andreas…
L’essere o non essere un blogger credo sia molto soggettivo. Se ritorniamo alle origini, al blog come “identità narrativa in Rete”, io credo che Andreas lo sia nel momento in cui utilizza in maniera “non controllata” (leggi emotiva) il blog. E’ raro ma ogni tanto gli scappa . Però se uno non vuole considerarsi blogger solo perché utilizza un blog non credo sia un problema per nessuno… Al prossimo camp, se proprio occorre, un bel badge con su scritto “Andreas” e passa la paura.
Sul non essere un professore, sono perfettamente d’accordo. Fenomenologicamente (e qui vado a braccio sulle letture di Vanna Iori), se si accetta il processo di insegnamento/apprendimento come un processo vitale, di interazione tra esistenze, si riconosce anche lo studente come soggetto primo dell’azione didattica.
E’ il suo bisogno di apprendere a determinare il processo. Se si può concepire un bisogno di apprendere senza qualcuno in grado di soddisfarlo, non si può fare altrettanto circa il “bisogno” di insegnare…
Il docente esiste perché e quando qualcuno lo riconosce come tale. E non credo ci sia molto altro da aggiungere.
Sull’essere prigioniero di un campo disciplinare capisco Andreas ma il problema è un retaggio culturale di cui non riusciamo a liberarci, sia a causa dell’organizzazione del nostro sistema di istruzione, sia a causa dell’arroccamento su posizioni sempre più anacronistiche di chi, tra questi steccati, ci ha delimitato il proprio feudo.
Per quanto riguarda l’essere intelligenti e il guardare all’altro con gli occhiali della nostra “normalità” è l’aspetto più doloroso e – per taluni aspetti – infame della nostra società.
Tutto ciò che diverge dalla maniera socialmente accettata di fare le cose, di comunicare, di apprendere, di essere-nel-mondo deve essere prontamente categorizzato.
In “Nascita della clinica – Una archeologia dello sguardo medico”, Foucault delinea magistralmente quel processo di riorganizzazione istituzionale dell’ospedale, che ha gradualmente separato il malato dalla sua malattia.
I reparti riuniscono persone accomunate dallo stesso cartellino facendo dimenticare che la malattia in sé non ha possibilità di manifestarsi se non attraverso la persona malata.
L’oggettivazione della malattia e dei suoi segni, la nostra tracotante fiducia nel controllo razionale del dolore, della paura e della morte ci portano spesso – anche inconsapevolmente – a negare l’umanità del malato/disabile, la sua unicità, il suo “essere altro” dalla malattia/deficit.
Nella storia, vi sono non poche bambine e bambini handicappati abbandonati che sono stati allevati da animali, nella realtà o nella fantasia. E’ come se fossero collocati su un confine, e il loro riconoscimento può umanizzare orsi, lupi, gazzelle. Ed è bene ricordare come il nazismo abbia disumanizzato alcune categorie di donne e di uomini, e tra queste gli handicappati e i malati mentali. Disumanizzando diventava disumano; e così diventavano disumani i tanti che tacitamente erano complici del nazismo. Il processo di disumanizzazione ne conferma, in negativo, la reciprocità…
Un essere umano riunisce in sé numerose proprietà e funzioni. La mancanza di alcune di queste può rendere problematico il riconoscimento… Ma la mancanza di riconoscimento incrina, nei due sensi, la reciprocità. Per questo, riconoscimento e reciprocità sono strettamente collegati all’insegnare e all’apprendere.
La Gelmini ha annunciato che si sposa e che sta lavorando ad una raccolta di fiabe “regionali”, il cui ricavato verrà devoluto in beneficenza.
Suggerirei alla ministra di cominciare a pensare ai soggetti che beneficeranno del suo buon cuore, escludendo la scuola pubblica, magari costretta da Tremonti a comprarsi obbligatoriamente il tomo per poi beneficiare – forse – di un 30% dei soldi versati, a terza ristampa avvenuta…
tutte le università e le altre istituzioni che sono tradizionalmente clienti del Mulino, per poi diventare a pagamento dal gennaio 2010. Non è previsto che venga fornito a privati: semplicemente si potrà accedere solo se l’istituzione lo permetterà.
Diciamo quindi che di rivoluzionario non c’è poi molto. Secondo il nostro amico Guaraldi, ad esempio, in tutta la faccenda c’entra non poco lo sbarco di Kindle anche sui nostri mercati…
Ma ecco che Amazon si inventa Kindle. Una banale rivisitazione del vecchio Rocket e-book, si sarebbe detto, tranne che questa volta si tratta di “carta elettronica”, non di un PC dedicato! Kindle ha un successo straordinario e appare per quello che è: un “terminale remoto” di e-books in formato proprietario, soprattutto per gli studenti ( addio zainetti e chili di carta!) con una riserva alle spalle di alcune centinaia di migliaia di titoli. Gli editori scolastici italiani sudano freddo quando, pochi giorni fa, Amazon annuncia a sorpresa, il suo sbarco in Europa.
E cosa fanno gli editori italiani (ovviamente democratici e di sinistra)? Rispondono per bocca dei furbetti del quartierino bolognese: il Mulino annuncia in maniera roboante un libero accesso ai suoi 300 titoli! Idea fantastica, come il nome (Darwin Books), che indica un progetto “evolutivo” di libri consultabili sul server dell’editore. Peccato che sia una bufala, che in realtà non faccia accedere a nulla! Anzi il modello bolognese sembra, se possibile, l’apologia del vecchio caro Digital RestrictionManagement che si credeva defunto!
E c’è da immaginarsi che nei prossimi giorni assisteremo a una valanga di (finte) conversioni al Web 2.0. Che diamine, per soldi si cade volentieri da cavallo sulla via di Seattle…
Un episodio di violenza contro uno studente è commentato dai docenti con parole non troppo diverse da quelle che gli studenti userebbero per commentare un episodio di violenza di uno di loro contro un docente. E’ evidente che c’è un conflitto. La scuola è il luogo in cui i docenti odiano – o sopportano, accumulando rancore e frustrazione – gli studenti, e lo stesso avviene agli studenti. La pretesa assurda è che questo luogo, in cui ci si odia, sia al tempo stesso il luogo dell’educazione…
Scopro tramite la rassegna stampa Flc, un paio di articoli che non ho il tempo per commentare ma che mi hanno richiamato alla mente la richiesta che più spesso registro quando chiedo agli studenti universitari cosa vorrebbero da un aula virtuale: la sintesi delle lezioni.
Gli articoli in questione riguardano l’uso miracoloso degli iPod nella didattica, oggetto addirittura di un “esperimento scientifico” da parte di Dani McKinney, professoressa di psicologia alla State University di New York a Fredonia, che ha dimostrato come – ascoltando la lezione più volte e rielaborandola con schemi e appunti scritti – si impara di più.
Una domanda: ma quando c’erano i registratorini e gli stoici studenti che sbobinavano non era la stessa cosa? Non è, per caso, che magari approcciando gli studenti-senza-iPod con una modalità didattica diversa da quella tradizionale, sarebbero andati meglio anche loro? E che tipo di competenze avrebbero sviluppato? Cosa ci fanno con queste conoscenze così efficacemente trasmesse?
Che sia chiaro: io sono favorevole all’uso dell’iPod, soprattutto per le lezioni universitarie, ma i problemi della didattica universitaria non possono essere certo risolti con esso e, comunque, potrebbero essere utilizzati in maniera ben più creativa! Prendiamo il caso di Federica, la piattaforma e-learning della Federico II di Napoli: oltre alla bella grafica e la “portabilità” dei contenuti, qual è il valore aggiunto che la didattica ne ricava? Lascio a voi giudicare.
Sono convinta, con Vertecchi, che sono i docenti a rendere viva la tecnologia (anche perché, da sola, ho seri dubbi che potrebbe esprimersi adeguatamente). Ma non è che si può provare anche ad andare oltre alla fatidica metafora del travaso?
so che questo blog si sta prendendo lunghe pause ma sono immersa fino al collo in altri luoghi della rete e, nonostante l’ubiquità di cui si dice , le mani e il cervello continuano a rimanere di numero finito.
Vi ricordate quel progetto di cui parlavo ne Il coraggio dell’utopia? Beh diciamo che sta prendendo corpo quasi autonomamente ed io, in certi momenti, fatico un po’ a stare dietro a questo multiforme aggregato che – ufficialmente – si colloca sul Lab ma che in realtà tracima in mille rivoli dentro e fuori la Rete.
Posto ciò, avendo dovuto fare una presentazione semplice ed essenziale per coinvolgere anche gente che in Rete non è, condivido anche qui il suo contenuto così sapete che cosa sto combinando.
E ci aggiungiamo anche un po’ di musica che non guasta mai…
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