Navigare a vista

8 11 2009

Ma che riforma è, che riordino è quello che dipende da un ministero ignorante, sottomesso alle scelte economiche del solo risparmio, buon sensista, qualunquista, propinatore di favolette per il popolo bue? Ogni giorno ce lo chiediamo e stringiamo i denti, perché ben poco d’altro ci resta da fare.

C’è chi si rifugia nei libri, chi nel proprio ego convincendosi che il miglior modo di insegnare è il proprio e che le vicine e i vicini di aula sono poveretti “insapienti” e insipidi, c’è chi si ostina a chiamare in causa i sindacati, c’è chi cerca di non fare il maestro unico a tutti i costi studiando a tavolino il sistema per avere orari flessibili, attimi di scambio, poi si accorge che la cura è peggiore del male perché gli orticelli vengono comunque divorati da un seminativo globale che avanza desertificando tutto il resto…

Claudia Fanti (via Fuoriregistro)





Dall’Atto d’indirizzo del primo ciclo: leggere per credere

17 09 2009

L’ultima perla in materia di scuola dell’obbligo, è il cosiddetto Atto d’indirizzo del I ciclo che dovrebbe illuminare noi poveri operatori del settore, su come far emergere le straordinarie potenzialità di rinnovamento del sistema da quello che rimarrà quando la mannaia si sarà fermata.

Vi invito a leggere la serie di banalità (certo che sarà costato fatica scriverle!) che dovrebbero dirci qualcosa ma che, onestamente, solo di fumo negli occhi danno.

Un esempio per tutti (maestre e maestri tenetevi forte), le priorità per la scuola primaria:

Il quinquennio della scuola primaria costituisce l’arco temporale entro cui si pongono le basi – decisive ai fini dell’ulteriore sviluppo dell’itinerario formativo dei giovanissimi allievi – dell’alfabetizzazione. In tale ottica, nell’ampio ed articolato quadro di un percorso curricolare caratterizzato da pluralità ed integrazione di linguaggi, contenuti, tecniche ed attività, costituiscono priorità irrinunciabili:

a) assicurare al termine della scuola primaria l’apertura ai valori della cittadinanza e al senso della storicità e della fenomenologia sociale;

E cosa significa? Mi date un’interpretazione del “senso della storicità e della fenomenologia sociale”??? La storia e la geografia (le educazioni, vabbè, sono un di più) le buttiamo nel water???

b) garantire, pur nel rispetto dell’unitarietà del percorso di crescita e di formazione, un coerente livello delle competenze in italiano, in matematica, in inglese e in scienze, in modo da consentire all’alunno il padroneggiamento teorico e pratico delle relative conoscenze.

La “coerenza” a cosa si riferisce? Cos’è il “padroneggiamento teorico e pratico”? Cosa c’è nella parola “competenza” che spaventa tanto? Ma, soprattutto, come dovremmo valutarlo questo padroneggiamento? In inglese, poi, dove volete mettere le docenti a insegnare dopo un corso coatto di 150 ore? Toglietela proprio la lingua straniera che ci facciamo miglior figura!!!

E’ in un tale contesto e in vista del raggiungimento dei traguardi essenziali sopra indicati che, in considerazione delle complesse esigenze del mondo attuale, va attualizzata ed innovata la tradizionale definizione della scuola primaria come quella del “leggere, scrivere e far di conto”.

Ma la tradizionale per chi? Per la casalinga di Voghera? O avete consultato il libro Cuore per trovare ispirazione adeguata? E quella che volete voi cos’è? L’università per piccoli geni? Ma vi rendete contoooooooo?





Anno domini 2009: il tempo interrotto

27 06 2009

Vi segnalo l’ultimo scritto dalla maestra Claudia Fanti (a cui sono veramente grata per le profonde riflessioni), che ripercorre le sue tappe professionali per diventar maestra ed insieme ad esse il mutamento di un segmento scolastico oggi colpito a morte tra l’indifferenza dei più.

Ora è una guerra in cui apparentemente non ci sono vincitori e vinti, è una guerra trasparente come il vetro che sto strofinando in questa domenica di giugno. C’è il sole che splende, il mio vetro è talmente pulito che sembra non esserci, fuori c’è silenzio…Ogni tanto do un’occhiata a internet per sapere cosa succede nel mondo, per incontrare altre teste pensanti…
Ormai, penso, soltanto internet fa comunità, è triste, ma non vedo altri modi efficaci affinché ci si senta comunità…Vorrei regalare a tutte e a tutti l’opportunità di incontrarsi in una rete di idee, opinioni, pensieri… ma costa anche la tecnologia…
Tutto altrimenti è piani di silenzi ronzanti, la politica più che “ascoltare” annusa l’aria che tira, è demagogia. Tutto è silenzio e muore intellettualmente… I silenzi dei figli degli altri fanno comodo. Do not disturb i leoni!

Le riviste pedagogiche, i libri sono lì, sparpagliati sul solito tavolino, la mia mente lavora, va avanti e indietro nel tempo, così vede sì un gran lavorio delle maestre per fare ricerca, per cambiare le cose… eppure vede anche, con grande preoccupazione, quanto sia inutile, senza il Potere, incidere, segnare le scelte politiche affinché la pedagogia sia di nuovo arte e artigianato, sfida alla “filosofia” di chi considera la scuola un corpo da agghindare, da imbellettare, da vestire e, soprattutto, svestire per renderlo ogni volta più esposto, più vecchio, più imbalsamato di prima…

E non ci sono vincitori e vinti fra politici e pedagogisti, perché essi vivono proprio in mondi paralleli, e i mondi loro non si incontrano e non si scontrano realmente, si ignorano sdegnosamente. Fra i due mondi c’è il sottile e schiacciatissimo piano della scuola della quotidianità che vive con le regole che cambiano ogni anno e si arrangia a fare, si arrangia per sopravvivere, dentro le aule ci sono insegnanti che cercano di resistere, altri che si adeguano, altri che sbandano…e ci sono le alunne e gli alunni che, inconsapevoli delle scelte al ribasso della politica, vivono il loro tempo…e ci sono le famiglie che sperano, che vogliono credere in un futuro luminoso…per lo meno dignitoso, per i figli…





Primi libri

31 05 2009

Dato che oggi avevo promesso a mia figlia che  avrei navigato insieme a lei per aiutarla a creare la sua band musicale virtuale, ci siamo anche dedicate a giocare e a disegnare un po’ al computer insieme.

Le ho proposto di trasferire un po’ di studio estivo dalla carta ai bit ed è stata ben felice di accettare. Del resto, lei è sicuramente più autonoma col PC che con carta e penna…

Ci siamo quindi messe alla ricerca di qualche software didattico che ci fornisse qualche idea simpatica e piacevole per i mesi a venire (aiutandoci però anche a consolidare qualche apprendimento qui e lì ;-) ).

E che cosa tiriamo fuori dal cilindro?

“Primi libri”, il programma di Sandro Sbroggiò per bambini di 7-10 anni che consente di creare libri elettronici autoeseguibili.

Quale progetto migliore per l’estate che crearci noi il libro delle vacanze che ci piace?





Scuola primaria tra presente e futuro: note a margine

15 05 2009

Mercoledì scorso sono andata al seminario nazionale sulla scuola primaria (organizzato da FLC Cgil e Proteo Fare Sapere), che fa parte di un ciclo di incontri di studio che toccano tutti i gradi di scuola. In questa pagina potete trovare le sintesi dei seminari precedenti, a cui si aggiungerà anche quella sul seminario in questione, in vista della quale mi hanno chiesto di fare un breve sunto del mio intervento.

Avevo comunque già deciso di scriverne su questo blog, essendo stata una giornata densa. Cognitivamente ed emotivamente.

Gli spunti di riflessione sono stati numerosi a partire dalla constatazione di come i genitori siano ancora lontani dal prendere coscienza di ciò che sta realmente avvenendo (Marco Bronzini) e di come occorra uscire dal contesto degli addetti ai lavori per cercare di spiegare le ricadute che questa incredibile marcia indietro avrà sul destino dei nostri figli e sull’intero assetto sociale. E a questo proposito, ho trovato particolarmente interessante l’iniziativa della FIOM di Modena (riportata da Arturo Ghinelli), che ha chiamato i rappresentanti della FLC a parlare nelle fabbriche per spiegare gli effetti dei tagli e gli scenari futuri. Del resto, anche i dirigenti (Silvia Leonetti Tucci) si ritrovano a dover fronteggiare – senza averne le risposte normative – i dubbi di genitori che si chiedono, ad esempio: “Ma mio figlio, in 24 ore, deve imparare le stesse cose di quello che frequenta 27, 30 o 40 ore?”. Bella domanda, no? E certo che gli apprendimenti devono essere gli stessi. Sulla qualità, dovremmo però parlarne… Del resto è difficile parlare di qualità quando i tagli vengono fatti prima di avere i numeri sulle iscrizioni, come è stato ribadito sempre dalla dirigente.

Così come andrà pubblicizzato che – grazie al ritorno di un maestro unico che i genitori italiani hanno dimostrato non volere (e qui condivido l’invito di Diana Cesarin a fare una lettura critica dei dati sulle iscrizioni) – i maestri in realtà si moltiplicheranno senza nessun altro criterio che non sia quello dei tappabuchi.

Vorrei ricordare, a tale proposito, l’articolo di ScuolaOggi in cui si annunciava la grande svolta nella scuola primaria:

l’ultimo coniglio tirato fuori dal cilindro ministeriale è la figura dello “spezzonista”, strano animale pedagogico mai sperimentato nella scuola primaria. Si tratterà di un certo numero di insegnanti, che saranno nominati non per l’intera cattedra di 22 ore, ma per un numero di ore a geometria variabile. Questa nuova figura è, ovviamente, del tutto coerente con la filosofia del “tappabuchi” in quelle situazioni nelle quali nonostante tutti i marchingegni organizzativi fin qui utilizzati mancheranno “ore” di insegnamento per far fronte almeno alle esigenze minime di copertura oraria delle classi dei vari circoli didattici.

Interessante anche la discussione circa il ruolo dell’Ente Locale, a proposito del quale Pasquale Martino ha ricordato la nota giaculatoria della Gelmini circa il 97% delle spese del Ministero dell’Istruzione spese in stipendi e dei mirabolanti benefici che deriveranno dai risparmi reinvestiti nella scuola.

Un cavallo di battaglia che va smontato, sottolinea l’assessore, in primo luogo chiedendo cosa ne farà la Gelmini di questi risparmi (che vengono continuamente tirati fuori per ogni emergenza del sistema) e ricordando, al tempo stesso, che non c’è solo lo Stato a finanziare l’istruzione pubblica ma anche gli EE.LL. che mettono a disposizione gli edifici, i trasporti, le mense e così via, quindi le spese andrebbero ri-calcolate in maniera più globale.

Altra domanda scottante è quella relativa alla qualità del Tempo Pieno, le cui richieste anche a Bari si sono impennate e per soddisfare le quali l’amministrazione locale ha dato la sua disponibilità a fornire i servizi necessari. L’Aprea però, in occasione dell’ultima visita nella nostra amena città, ha detto che tutte le richieste di TP saranno soddisfatte ma con il maestro unico. Questo significa che, a fronte di 22 ore di insegnamento del singolo docente ce ne saranno ben altre 18 da coprire non si sa bene con quanti altri docenti. Da cui la domanda: ma che Tempo Pieno sarà?

Giungiamo così al mio intervento, messo su mentre ascoltavo ciò a cui ho brevemente accennato e che ho riorganizzato attorno a due pensieri forti. Leggi il seguito di questo post »





Orizzonti di senso

16 04 2009

pescatori

Immagine: Macoring Paolo

Leggendo dei tagli poderosi che si apprestano a mettere in ginocchio la scuola pubblica (e pensate che è solo il primo anno!) e, più specificatamente, a radere al suolo quella meridionale, mi chiedevo in che scuola tornerò una volta finito il dottorato… Ammesso e non concesso che ce l’abbia una scuola dove ritornare, dato che già quest’anno andranno in esubero i docenti di ruolo e se mi salvo quest’anno, dubito di riuscire a farlo per altri due anni di seguito.

Ipotizziamo comunque che io sia fortunata e mi ritrovi a ricominciare, ad esempio, in quelle scuole di frontiera da dove si sono mossi i primi passi, dove magari i problemi scuola-famiglia da affrontare riguardano la detenzione carceraria di uno dei genitori, il lavoro minorile o le regole di un mondo in cui lo Stato sembra confinato in “recinti” (come quello scolastico, appunto) ben definiti.

Credo che per un docente si tratti di una vera e propria opera di mediazione culturale. Almeno io l’ho sempre vista così. In primo luogo perché non puoi giungere come un kamikaze e pensare che tutto ciò che i bambini si portano dietro è sbagliato e da buttare perché, in automatico, loro penseranno la stessa cosa di te. In secondo luogo, devi imparare ad essere elastica, curiosa, sincera ma non ingenua (la storiella dello svantaggio socio-culturale molti di questi bimbi la conoscono meglio di te) e accettare che ci saranno molte più sconfitte di quelle che vorresti, perché il primo sistema che ti rema contro è proprio quello che dovresti rappresentare.

Perché mi sono ritrovata a scrivere di questo? Perché non vorrei che tutto questo parlare di tecnologie per l’apprendimento sia alla fine un baloccarsi di adulti che cercano di salvarsi dalla realtà, eludendola il più possibile. E non sto parlando, ovviamente, di quelli che ci fanno i soldi su questi “infingimenti” ma proprio di noi, dei docenti “illuminati e tecnologici”: quelli sopportati con un certo fastidio dai colleghi – che conducono la loro placida nave per rotte note, pacifiche, noiose e senza sorprese – ma anche silenziosamente tacciati di tradimento da quelli che… “anche tu con quelli che ci vogliono sostituire con il computer?”. Ed in effetti è proprio a questi ultimi a cui ho pensato quando ho letto il post di Mario Agati, in cui si parlava di collaborazionismo… ;-)

Guardando però il lato più subdolo e oscuro della annosa questione legata alla bontà dell’insegnamento e a quella delle tecnologie al servizio dell’apprendimento, non ci si può nascondere che il pericolo di essere (anche inconsapevolmente) parte attiva di un’ulteriore mistificazione della portata degli strumenti è dietro l’angolo.

Ed allora ha ragione Antonio Fini quando si chiede se i laboratori informatici vadano smantellati perché sappiamo che la nostra riflessione “teorica” ci porta ad ipotizzare come naturale la necessità e l’esistenza di un PC ad alunno, disponibile direttamente in aula, sul suo banco. Ma non possiamo per questo ignorare che la dotazione media di una scuola ben attrezzata è di 1-2 videoproiettori, una quarantina di PC, un paio di portatili e una rete cablata (per tacere della necessità che i computer siano in un luogo solitamente ben protetto per evitare che li rubino quando non c’è nessuno).

E ben venga il parlare e il ragionare sugli aspetti culturali, ergonomici e cognitivi degli e-books purché non si scambino per tali ciò che è finalizzato al contenimento della spesa “per le famiglie” (ma ne siamo proprio sicuri?) e all’aumento dei guadagni delle case editrici compiacenti. Certo che gli e-book saranno l’unica via di scampo in un sistema scolastico in cui ti dovrai sciroppare lo stesso libro di testo per 5 o 6 anni! Ma quelli fatti da noi e non certo quelli racchiusi nei pdf di ordinanza!

E se troverò una LIM in aula la userò ma con quanto costa non credo che saranno poi così diffuse dove normalmente ti compri il materiale di facile consumo di tasca tua.

Allora certo che userò le tecnologie. Userò quello che troverò, al meglio delle possibilità. Mi auguro di avere sempre una connessione a Internet e me la farò bastare. Realizzerò gli artefatti tecnologici con tutto ciò che ho a disposizione, come ho sempre fatto. Sosterrò l’open source e l’open content così come il recupero di tutti quei PC abbandonati, in attesa di rottamazione.

Se non capiamo che l’utilizzo significativo delle tecnologie nella didattica non può che partire da qui, dalla motivazione e dall’iniziativa personale dei singoli (soprattutto nella scuola pubblica, dove nessuno ha intenzione di investire ma solo di lucrare a vantaggio di “altri” e a danno della maggior parte), non ci resta che aspettare tranquilli, governando le greggi ed instradandole verso il loro “naturale” destino.

E’ una storia già vista e sappiamo già come va a finire.





La piramide

28 03 2009

Io, di mestiere, faccio la maestra. Il mio lavoro consiste nel vivere esperienze di apprendimento significative con i miei bambini, accompagnando al tempo stesso i loro genitori alla scoperta dell’individualità dei propri figli.

Se dovessi utilizzare il metro della relazione educativa, allora la mia “posizione istituzionale” di docente si rivela una posizione di potere rispetto al discente, grazie a quella asimmetria strutturale del processo di insegnamento/apprendimento scolastico che passa attraverso il dato dell’autorità [Iori], affondando le sue radici nella disparità di esperienze vitali e di conoscenze che c’è tra me e i miei alunni. Ciò mi permette di decidere i contenuti e le esperienze di apprendimento che sostanziano il mio e il loro lavoro.

Se però facessi mie una di quelle metafore organizzative tanto care a Morgan e considerassi la mia posizione all’interno dell’istituzione-scuola come sistema culturale e politico, non potrei ignorare (tanto per ciò che riguarda la strutturazione del corpo docente quanto per ciò che concerne le possibilità di partecipazione ai processi decisionali relativi alle più generali politiche formative) la persistenza di un modello di tipo gerarchico, all’interno del quale vengo collocata, in quanto maestra, tra i gradini più bassi della piramide.

Il senso relazionale dell’insegnamento si stempera sempre più man mano che si sale nei diversi ordini di scuola, sempre più su fino ai gradi accademici e istituzionali più alti, dove chi insegna pedagogia i  ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline [Scuola di Barbiana]; dove si gioca il valore supremo del sapere ma si guarda ai processi formativi solo attraverso le lenti di fantomatici modelli di progettazione degli stessi; dove si elaborano sigle ed acronimi di cui spesso sfugge il senso pedagogico, costringendo i docenti a camuffare il loro fare-scuola quotidiano per fare “come se…”, ad imbellettare il proprio lavoro come da normativa per accontentare dirigenti, ispettori, genitori…

da Quando parliamo di innovazioni pedagogiche





A mo’ di rassegna stampa

27 03 2009

Non avendo la possibilità di rubare neanche altri 5 minuti al lavoro, segnalo velocemente qualche articolo che potrebbe essere utile di là da Andreas (c’erano infatti delle domande circa il problema della proprietà dei contenuti su FB che, detto fra noi, tenta di farla ben più sporca di altri socialnetwork sul tema) ma anche qui a proposito della macelleria scolastica in atto.

Di Facebook e della proprietà intellettuale (per tacer della censura e del “batter moneta”)

NoLogo/ La proprietà dei contenuti (by Punto Informatico)

Ora, Facebook aveva davvero esagerato, con regole tipo l’impossibilità di cancellare i propri contenuti, con pesanti ripercussioni anche sul diritto alla privacy: in genere però pensiamoci, ogni volta che rogniamo sulla richiesta di cedere i diritti di sfruttamento economico dei contenuti pubblicati su piattaforme gratuite. Noi di quei diritti non ce ne facciamo niente, loro sì, e se “loro” da qualche parte non guadagnano, noi prima o poi torneremo a proiettare diapositive in salotto dopo aver legato i parenti alle sedie. [E sì, che vuoi che sia cedere il proprio diritto alla privacy? n.d.r.]

Prigionieri tra due censure (by Punto Informatico)

Utenti e cittadini, nel giro di poche settimane si ritrovano minacciati tra due censure: quella di Stato e quella privata di un intermediario atipico come Facebook che – condizioni di uso alla mano – si arroga il diritto di decidere di cosa si può parlare, scrivere e dibattere e di cosa, invece, è sconveniente. È una situazione preoccupante perché in gioco vi è l’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero in questo Paese e altrove.

Facebook pensa in grande  e si prepara a battere moneta (by Repubblica)

Con i suoi 175 milioni di “abitanti”, Facebook è ormai una comunità ben più popolosa di molti Stati. E chi pensa che un sito internet, per quando grande, non possa essere paragonato a una nazione, dovrà ricredersi se, come pare, Facebook acquisirà la prerogativa di battere moneta, trasformando un social network di grande successo in un enorme mercato globale.

Delle bugie sulla scuola

Balle in libertà (by Rete Scuole)

Ma soprattutto mancano gli insegnanti per i moduli a 30 ore: ne occorrerebbero altri 7.650. Ciò vuole dire che oltre 300.000 famiglie che si aspettavano i moduli non saranno soddisfatte. E spiega anche perché il taglio si abbatterà di più sul Sud dove c’è poco tempo pieno e prevalgono i moduli.

E qui salta fuori la terza balla. Il Ministro infatti in televisione parla di tempo pieno che viene mantenuto, ma in realtà la legge non parla più né di tempo pieno né di moduli: parla di 40 ore, di 30 ore. E tutto ciò perché il Ministro sapeva che gli organici non sarebbero bastati per riprodurre quei modelli didattici. Ed infatti ha previsto già nella legge di grattare il fondo del barile tagliando tutte le compresenze, non solo nelle prime ma anche nelle seconde nelle terze nelle quarte e nelle quinte giusto per garantire “pezze orarie” di due ore a insegnante per tappare i vuoti. I bambini si troveranno così sballottati tra un numero di insegnanti che potrà variare da cinque a dieci, dentro a un orario-spezzatino, come alle medie, peggio che alle medie. In questo modo non solo il tempo pieno non viene garantito nelle prime, ma viene snaturato anche nelle seconde nelle terze nelle quarte nelle quinte. E non solo il tempo pieno, anche i moduli.

Definitivi i Regolamenti Gelmini. Devastanti gli effetti (by Scuola Oggi)

L’insegnamento solo frontale
Con l’eliminazione di tutte le compresenze dei docenti nella scuola primaria e la riconduzione di tutte le cattedre a 18 ore settimanali nella scuola secondaria di primo grado, nel primo ciclo dell’istruzione saranno possibili solo modalità di insegnamento di tipo frontale.
In questo modo sparisce ogni traccia di funzionalità dell’organico dei docenti all’autonomia scolastica. L’autonomia didattica e organizzativa attribuita alle istituzioni scolastiche è una prerogativa esercitabile in presenza di una quota di risorse sufficiente a rendere più flessibile l’offerta formativa. Un monte orario delle risorse professionali assegnate in modo corrispondente al monte orario delle lezioni da impartire agli alunni riduce praticamente a zero le opportunità di flessibilità di organizzazione didattica (gruppi di recupero, classi aperte, laboratori, …) e con esse la principale potenzialità dell’autonomia scolastica per garantire il successo formativo a tutti gli studenti.
L’azzeramento della contemporaneità docente e di ogni altra disponibilità oraria dei docenti comporta anche difficoltà nell’organizzazione del servizio mensa, nella realizzazione delle uscite didattiche, nella copertura delle supplenze brevi, nell’alfabetizzazione linguistica e nell’integrazione degli alunni stranieri, nelle attività alternative per chi non si avvale dell’insegnamento della religione cattolica.





Cenni di federalismo equo e solidale

25 03 2009

L’ho fatto. Di nuovo. Come ogni mattina. Ho letto i giornali. Ma non mi è bastato. Ho letto anche un paio di rassegne dedicate alla scuola. Perché continuo? Non sarebbe stato meglio aprire il mio file e continuare a scrivere di didattica, tecnologie e dispositivi pedagogici? Sì, lo sarebbe stato ma non avrebbe cambiato le cose. Dunque, un breve sunto che poi mi metto a lavorare.

Mentre il PD faceva compromessi (a proposito, complimenti! Dio ve ne renderà merito!) con la Lega per fare l’occhiolino agli sceriffi e vice-sceriffi (sindaci e non), democratici o pseudotali che inseguono il bacino elettorale dei verde-vestiti, il macello si andava compiendo.

I bene informati sapevano già della strage sociale che nelle stanze degli smiley ci si apprestava a varare ma oggi è lì, a lettere cubitali, su tutti i giornali:

37.000 cattedre in meno

di cui 50% nel Sud

E subito lì la Bastico a stracciarsi le vesti e ad “insorgere” a nome del PD ad ulteriore difesa della scuola (del Nord)

«Questi non sono tagli, è una devastazione inattuabile – afferma Mariangela Bastico, viceministro all´Istruzione con Fioroni e responsabile scuola del Pd – chiediamo al governo di fermarsi perché i parametri scelti per decidere i tagli sono oscuri e non è vero che massacrano solo le Regioni del Sud. Tutto è stato deciso a Roma senza un confronto con le Regioni, un metodo incoerente con il tanto sbandierato federalismo del governo».

Infatti. Che se ci si mettevano anche la Bastico e gli amici suoi (a cui consiglio la lettura e il confronto di queste percentuali prima di parlare), magari qui le chiudevamo subito tutte le scuole, con i bambini a lavorare nelle campagne e un po’ di campi di concentramento in montagna dove internare docenti e dirigenti meridionali, in maniera che non scappino e servano (nei modi e nelle forme padane adeguate) il federalismo scolastico nel migliore dei modi possibili.

Perché delle due, l’una: o si deportano gli insegnanti meridionali costringendoli a rimanere al nord in maniera da sopperire alla cronica mancanza di “lavoratori della conoscenza” in questa zona del Paese (perché non sperimentare il braccialetto elettronico?), o si mandano in giro un po’ di ronde per stanare – casa per casa – i nativi laureati per costringerli a fare il concorso (tanto la residenza è divenuto criterio preferenziale nei concorsi pubblici).

Ma torniamo a chi toglie a chi ha di meno per salvaguardare il più possibile chi ha di più (un tempo qualcuno parlava di fare parti uguali tra disuguali ma ora non ci si limita più a questo perché l’impunità – anche morale – è garantita).

Mi limiterò a far spiegare la situazione a Salvo Intravaia:

Ed è il Sud che, soprattutto nella scuola primaria, viene penalizzato due volte: per la mancanza di servizi e per i posti che perde. Il tutto a prescindere dal calo degli alunni, che pure c’è.
Ma andiamo con ordine. Più di metà degli oltre 37 mila posti che svaniranno dal prossimo settembre verranno tagliati nelle regioni meridionali. Il dato diventa imbarazzante nella scuola elementare, dove due cattedre su tre salteranno proprio al Sud. Da mesi i sindacati parlavano di accanimento verso la scuola nel Sud.
Il taglio all’organico nella scuola primaria, che incide per quasi un terzo del taglio complessivo, colpirà soprattutto il cosiddetto tempo normale: le 24, 27 e 30 ore settimanali. Il tempo pieno di 40 ore viene risparmiato. A pagarne le conseguenze saranno quindi le realtà del Paese dove le lezioni pomeridiane alle elementari sono una specie di miraggio. Gli addetti ai lavori sapevano già che le classi di scuola elementare a tempo pieno al Sud sono soltanto otto su 100 mentre al Nord sono il 36 per cento. Stornare dai tagli le classi a tempo normale sarebbe equivalso a penalizzare le regioni del Sud. Ed è proprio quello che è avvenuto.

Dunque, in parole povere, dall’anno prossimo i bambini del Sud saranno costretti ad andare a scuola di meno per garantire a quelli del Nord (o al maggior numero possibile di loro) frequentare il tempo pieno. di stare a scuola 40 ore a settimana.

Il federalismo solidale si impara fin da piccoli.





Chi è quel qualcuno che segnalerà?

23 03 2009

Si erano vergognati anche loro (o, almeno, una parte di loro) di quello che stavano facendo. Ma, a quanto pare, nonostante le rassicurazioni, il “rischio fiducia” sul decreto sicurezza è più vicino. Nonostante le rassicurazioni. Che poi, a pensarci bene, delineavano uno scenario anche peggiore. “Non c’è obbligo di denuncia o di segnalazione: la farà solo chi vorrà” come a dire: se proprio uno non trattiene i propri istinti o frustrazioni, può sfogarli.stesso sangue stessi diritti

Ed è suonata la campana anche per gli insegnanti. In quanto pubblici ufficiali, se la clandestinità è un reato, sono costretti a denunciarla. Di fatto, potrebbero anche incorrere nel reato di omissione di atti di ufficio,
se si rifiuteranno. E non c’è possibilità di obiezione di coscienza.

La si può rigirare come si vuole, si può minimizzare, ma le varie norme del decreto si incatenano l’una all’altra.
Reato clandestinità vuol dire che non si iscrivono i figli nemmeno all’anagrafe. E poi si fa finta di indagare sui bambini scomparsi nei vari CTP. Reato clandestinità, unito all’abolizione della tutela del segreto nelle cure vuol dire che non si andrà più nemmeno al pronto soccorso. E
nemmeno a scuola, ovviamente. [continua]

Anna Pizzuti

E mentre la Gelmini pensa che il decreto non riguarderebbe la scuola (poverina! Non sa che, nonostante gli insulti quotidiani, noi docenti rimaniamo comunque “pubblici ufficiali”) a me viene da vomitare e non riesco ad aggiungere altro.