Suggestioni…

15 09 2009

Tratto dalla presentazione al DULP… A più tardi, la versione completa.suggestioni





SchoolBookCamp: note di viaggio

26 05 2009

In questa torrida giornata di maggio (incredibile ma vero), dopo essere stata tagliata fuori dalla Rete per qualche giorno per motivi vari ed eventuali, mi appresto finalmente a buttare giù due note sull’esperienza SchoolBookCamp.

Come dicevo altrove, sono tornata con più domande che risposte però le domande sono in parte cambiate. Il che significa che la scossa cognitiva c’è stata e questo testimonia la significatività di quanto detto e (soprattutto) ascoltato.

Pensieri e suggestioni sono molteplici. Forse mi ci vorrà più di un post. Anzi sicuramente. E poiché non so da dove cominciare… partirò da alcune note di viaggio, scritte sulla tratta Piacenza-Sarzana e viceversa.

trainImmagine: nj dodge

22 maggio, ore 8.20

In un post del 6 marzo scorso sull’argomento, Gino Roncaglia invitava a chiedersi cosa fosse un libro di testo online. Prima di farlo, però, credo che occorra avere ben chiaro che cosa rappresenti realmente il libro di testo “tradizionale”. Senza perdersi dunque dietro i mille rivoli del libro in generale ma di un certo tipo di libro, in un determinato contesto, utilizzato con uno scopo preciso.

Occorre disvelare quindi, prima di tutto, quali siano le sue funzioni manifeste che, dallo stesso Roncaglia, vengono individuate ne:

  • il filo narrativo che accompagna lo svolgimento del programma;
  • il primo (e purtroppo in molti casi unico) incontro con quella che è stata per secoli la forma principale di organizzazione del sapere: la forma-libro.

A queste osservazioni se ne potrebbero però aggiungere altre, forse così interiorizzate da essere divenute quasi invisibili: l’identificazione

Pinocchio_abbecedario

immaginifica del libro di testo con l’istituzione scolastica nella sua forma “biblica” da Pinocchio in poi e la funzione di contenimento (o di coperta di Linus se preferite) svolta da questo sussidio per la stragrande maggioranza dei docenti. Del resto, per controllare e contenere è stato creato…

A corollario di ciò, sullo sfondo, da non dimenticare il libro di testo come “strumento” con cui gli stessi formatori sono stati formati.

“Un libro è anche la storia del suo lettore…” ci ricorda Angelo Franza e – nella fattispecie – la cosa suona quanto mai calzante.

Alla ricerca di definizioni e differenze, ciò che secondo me – ora – distingue un libro di testo “tradizionale” da uno digitale è la sensorialità tattile e l’appartenenza storico-culturale ben radicata nell’immaginario collettivo.

Immagine: Leonardo

E per adesso non mi è dato aggiungere altro dato che, non a caso, siamo venuti qui a discutere e cercare di capire lo scarto significativo tra il primo e il secondo.

Se, ad esempio, andiamo a considerare la non-linearità come prima cifra distintiva, essa va considerata a tutto tondo. In primis, va ovviamente riferita ad una lettura reticolare che non si limiti a linkare approfondimenti ma che rompa le simmetrie autore-lettore, docente-studente, umanistico-scientifico.

Che trascenda insomma quella forma-libro (foucaultianamente intesa) che è rispecchiamento della forma-scuola, ancorata ad un dispositivo disciplinare, nato per rendere docili i corpi e le menti, erogando saperi distinti, in riferimento a norme predeterminate.

E allora, in primo luogo, deve far saltare gli steccati disciplinari, narrare per tematiche ed esperienze significative, essere pensato per grandi aree del sapere, che non devono necessariamente essere quelle standard. Ma forse qui sono già nella fantascienza…

23 maggio, 20.40

Sono in treno per Piacenza. Cerco di raccogliere le idee su ciò che mi porto a casa di nuovo dopo queste giornate così intense di idee ed emotività. Non so se so qualcosa in più sull’e-book rispetto a quando sono partita. Posto che qualcuno a questo punto mi sappia realmente dire cos’è un e-book…

Perché tanta emotività, uno si potrebbe chiedere… Sicuramente perché l’accelerazione imposta dalla circolare sui libri di testo non è rispettosa di un progetto culturale né a questo è ispirato, muovendosi da ben più mercantilistiche visioni. E questo è stato ribadito più volte in questi giorni. La sensazione di spaesamento, di incertezza rispetto agli scenari ipotetici che a brevissimo le scuole (e gli editori scolastici con loro) dovranno affrontare, soprattutto se nulla cambierà rispetto al rapporto tra edizioni e adozioni, è sicuramente uno dei motivi. Anche se non l’unico.

Del resto continuare a parlare di questo smantellamento della scuola pubblica come di una riforma è segno che non si hanno più occhi per vedere…

Ho voluto scrivere questo perché è stato pesante per me andare ad immaginare cosa potrebbe essere un e-book (o un testo liquido o ambiente) chiedendomi il senso di questo esercizio intellettuale mentre le scuole rischiano di chiudere. Però l’ho fatto.

Ho voluto sforzarmi di immaginare una modalità diversa di organizzare/fruire/manipolare i contenuti di apprendimento per una scuola di qualità. Perché un atteggiamento realistico rispetto ai rischi che una transizione affrettata e culturalmente improvvisata verso libri di testo “misti” o online, non significa essere contro l’innovazione.

Nonostante il cuore pesante, la mente è volata, ha immaginato e sognato “libri verticali”, grazie ai quali docenti e studenti di gradi di scuola diversa si incontrano e imparano reciprocamente e “interdisciplinari”, dove quell’inter si rivela come la capacità di essere “terra di mezzo” per il lavoro comune di docenti di discipline diverse.

Sì. Ho sognato molto e farlo mi ha fatto bene…

[continuerà anche se non so quando... :-) ]





Chi era Riccardo Massa

17 04 2009

ricmassaIo Riccardo Massa, sfortunatamente, non l’ho mai conosciuto. Quando ho frequentato il Master in Sviluppo delle Competenze Cliniche nelle Professioni Educative e Formative alla Milano-Bicocca lui non c’era già più ma la sua presenza era quasi palpabile.

E non solo nelle parole e nel ricordo costante di Angelo Franza, che mi onoro di chiamare maestro e che Anna Rezzara (p.15) ha giustamente ricordato essere coprotagonista del percorso di ricerca che ha dato vita a quella metodologia di studio, consulenza e supervisione definita Clinica della formazione.

In quella prima edizione senza di lui, conobbi molti suoi studenti e mi colpì molto una maniera di parlare di pedagogia… che non sembrava pedagogia. Del resto, io non ci sono mai andata d’accordo con i pedagogisti e se non fosse stato per Giuseppe Russillo (unica eccezione alla regola) – che probabilmente ha visto in me più lontano di quanto io stessa volessi o potessi, sopportando le mie fughe verso altri lidi disciplinari ma riportandomi poi sempre a casa :-) – non sarei né una maestra, né una che si interessa, per passione e professione, di “accadimenti formativi”. E, soprattutto, non avrei fatto questo master. Io volevo fare il formatore aziendale! :-D Immagine di Dalla scienza pedagogica alla clinica della formazione

Ma torniamo a noi. Perché questo post? Perché non si può parlare di dispositivi pedagogici senza conoscere chi ha mutuato il concetto da Foucault, trasponendolo in campo pedagogico. E dato che scopro che il concetto viene riproposto da Bertagna in diverse sedi (come riportato Margherita e Gianni, per esempio) mi sono sentita moralmente obbligata a farlo.

Prima di tutto quindi, mi pare opportuno segnalare agli interessati il testo di cui vedete la copertina sopra, che propone gli atti del Convegno del 2001 a lui dedicato in cui ci sono anche alcuni suoi scritti. Il link che ho messo alla curatrice degli atti, Anna Rezzara, vi permetterà di consultare l’indice e parte del testo su Google Books. Credo che per chi non lo conosca sia un incipit adeguato e non troppo in salita.

Come ho detto altrove (e spesso) per capire Massa devi studiare, studiare e studiare ed io continuo a farlo, perché la sua opera è troppo vasta e profonda per permetterne una lettura superficiale.

Ho selezionato poi un’intervista fattagli da Fabrizio Eva nel 1999, in cui si parla dell’autonomia scolastica e dei suoi potenziali pro e contro. Mi è piaciuta molto, non solo perché Massa qui parla come noi umani :-) ma soprattutto perché ci ricorda che lui era uno che “si sporcava le mani” con i docenti di scuola. Se la sua teoria è forte, la sua pratica non lo era di meno. Lui era “il maestro delle maestre” e non ci sono tanti professori universitari che verranno ricordati così…

Anche un link su Foucault a scuola potrebbe essere utile (con particolare attenzione all’intervento di Raffaele Mantegazza) e, ovviamente, il suo Cambiare la scuola. Educare o istruire? è una lettura importante, soprattutto per i docenti e, in genere, per chi vuole saperne di più sulla scuola come dispositivo.

Come inizio mi sembra abbastanza. ;-)

Credits: la foto di Riccardo Massa – l’unica che sono riuscita a trovare – è stata presa dal sito dell’Istituto Comprensivo a lui dedicato di Milano.





Il dispositivo

24 03 2009

Quello della scuola è rimasto un dispositivo disciplinare. Nel duplice senso di una strategia complessa – e soprattutto delle sue tattiche – per rendere docili i corpi erogando saperi distinti, in riferimento a norme predeterminate. Immagine di Cambiare la scuola
Ma la macchina, oltre che arrugginita, si è inceppata, come l’erpice di Kafka che, invece di scrivere la colpa e la punizione nella carne del condannato, lo trafigge stupidamente diventando inutile e innocuo, incapace di qualunque lavoro sul corpo e la mente.

R. Massa





Il riflesso dell’agire sociale

18 03 2009

la_scuola_non_puo_che_essere_il_rifless2





“Portar via” per “condurre altrove”

7 03 2009

Stasera* sono stata gentilmente ospitata da Andreas nella prima sessione online del corso di Editing Multimediale della Italian University Line.

In teoria, la sessione sarebbe dovuta essere al chiuso della piattaforma della IUL, appunto, ma il bravo prof. Formiconi ha visto la bella serata ed ha pensato di portare i suoi studenti a fare una passeggiata fuori, lì dove c’erano strani personaggi curiosi a girare attorno al muro e a sospirare: “Potessi dare solo una sbirciatina dentro!”.

E così, il nostro prof, ha scelto una radura in mezzo al bosco che si chiama WiZiQ, un posto ben attrezzato per “fare scuola in virtuale”, come potete vedere dal video sotto

Molte maestre e qualche professore si sono così seduti in cerchio scambiandosi due chiacchiere in libertà (eco permettendo :-) ma si sa com’è all’aperto! ) sulle aspettative e i timori di quella che Andreas ha chiamato “la passeggiata nel bosco”.bosco

E qui, la mia mente e il mio cuore sono andati in fibrillazione. Le metafore, soprattutto nel campo della formazione, non sono mai neutre. “Noi veniamo parlati dalle nostre parole”, direbbe Angelo Franza, che ci ricorda [p.103] come Aristotele considerasse la metafora come lo strumento privilegiato per l’apprendimento:

L’uso della metafora è raccomandato essenzialmente per due obbiettivi propri del calcolo retorico: il raggiungimento della chiarezza dal punto di vista dell’apprendimento e il carpire l’attenzione dal punto di vista dell’espressione. [...] Già qui ve ne sarebbe a sufficienza per sedare le ansie di quanti, preoccupati per una didattica ritenuta priva di scienza e forse anche di coscienza, confidano nelle virtù di gadgets tecnologici, di lavagne portentose o di seducenti schermi luminosi.

L’attualità di queste considerazioni, scritte nel 1994, mi sembra veramente sconcertante (non a caso ho linkato il post di Gianni Marconato sulle LIM).

Ritornando però alla metafora della passeggiata nel bosco, non ho potuto ignorare il richiamo della lezione di Riccardo Massa e delle sue parole sulle Seduzioni, suggestioni e incantesimi nell’intervento formativo (in: Nanetti F. (a cura di), “Fare formazione a scuola – Teorie e modelli, IRRSAE Emilia Romagna – Synergon, Bologna 1996, pp.27-41)

Il rapporto costitutivo tra educazione e seduzione è bene indicato dalla immediata affinità semantica di questi due termini. Seduzione significa “condurre in disparte”, educazione “condurre via”. Questa affinità consente di compiere alcuni movimenti concettuali utili a pensare criticamente l’idea di “formazione”, oggi esposta a tali abusi e slittamenti discorsivi da risultarne estenuata e svirilizzata. [...]

Risulta imbarazzante parlare dell’emergenza di relazioni seduttive negli interventi formativi, tanto può essere corrivo nelle sue consuete sdolcinature psicologiste. [ :-) ] Più interessante è riportare l’esperienza di formazione in quanto tale a quel tipo specifico di struttura seduttiva in cui consiste l’esperienza del fare educazione nel senso del “portar via” per “condurre altrove”, e quella dell’educarsi e del farsi educare nel senso del “trovarsi altrove” e “lasciarsi condurre altrove”

Si tratta infatti di un codice pedagogico originario, a sé stante, che non concerne tanto la norma e l’istituzione ma riguarda piuttosto l’altrove e l’aperto, il lontano e il diverso. Esso ha più a che fare con l’esterno che con l’interno, o meglio, con un sommovimento dell’interno a partire da uno spostamento verso l’esterno. Troppo spesso in realtà si tratta dell’immissione in un luogo chiuso e recluso, ma sempre di un luogo materiale

E’ certo importante intendere un simile altrove come un luogo dello spirito, uno spazio psicologico interno, relativo all’incontro a al contatto con il nuovo e il diverso in senso sia affettivo sia cognitivo. Ma nel caso della formazione risulta essenziale, in particolare, un movimento reale di decentramento in un luogo e un tempo “altro” da quello in cui si soggiorna e si trascorre comunemente. In ciò che Foucault ha appunto chiamato, ponendone in luce la funzione coercitiva e sovversiva, “eterotopia” ed “eterocronia”.

So, per esperienza, che Massa non è autore di facile lettura soprattutto per chi non sia particolarmente addentro al suo pensiero pedagogico ma la metafora della passeggiata nel bosco è un buon filo conduttore ;-)

Immagine: Claudio®

* il post è stato cominciato ieri e finito oggi.





Le “mosse” dei prof che giocano…

9 04 2008

Poiché oggi mi sento particolarmente propensa alle dediche, ed Andreas se ne dedica proprio una (con bacione virtuale incorporato), sono andata a scartabellare tra le pagine de Le tecniche e i corpi di Riccardo Massa, ricordando una mia sottolineatura sul gioco…

Il gioco corrisponde pertanto ad una dialettica di educazione e vita nel suo duplice statuto di finzione e realtà da un lato, di condizionamento e spontaneità dall’altro. Dove i vari concetti di vita e di educazione si relativizzano, si intrecciano e si sostituiscono scambievolmente.

Non è forse l’educazione più reale della vita immediata, e non è forse quest’ultima più pedagogica dell’educazione formale? E ancora, come realizzare nella vita il desiderio di avventura che si esprime nel gioco, se non tramite una compensazione educativa? [...]

Ciò non comporta per nulla privilegiare una pedagogia del gioco, e ridurre l’educazione a una serie di giochi, ma domandarsi invece se l’educazione nel suo insieme, allo stesso modo del linguaggio, non riveli la propria essenza e il proprio ordine qualora venga studiata come un certo contesto di gioco, entro il quale l’educatore e il bambino compiono le loro mosse.

O se non altro affermare che il meccanismo ludico, più che svolgere una funzione determinata, costituisce una delle condizioni fondamentali che rendono possibile l’accadere stesso del processo educativo.





Lo sguardo, l’ascolto, la narrazione nelle pratiche formative

25 02 2008

Nel mio post precedente, ho citato un autore che ha tracciato un solco nella mia formazione tra tutto ciò che prima pensavo della riflessione pedagogica a e ciò che oggi è la mia riflessione pedagogica: Riccardo Massa.

Di méntori, scrive Massa, è meglio averne tanti, anche se poi è uno solo quello che conta. Lui, per me, è quello che conta.

Chi ha letto la mia biografia professionale, sa che – subito dopo la laurea – ho seguito un Master in “Sviluppo delle Competenze Cliniche nelle Professioni Educative e Formative” presso la Milano-Bicocca.

Di solito, non parlo/scrivo molto sul percorso di Clinica della formazione in cui sono stata incomparabilmente guidata da Angelo Franza e dai suoi collaboratori, perché rischierei di sembrare “oscura” e perché un’esperienza del genere si attraversa, non si spiega.

Da un certo punto di vista, valgono le parole di Davide circa lo zen, anche in questo caso.

“Questo master mette al centro del setting di lavoro la propria esperienza professionale. Ciò implica il riconoscimento ai partecipanti della loro adultità. Occorre in primo luogo imparare a riconoscere e a studiare le proprie tattiche e strategie di apprendimento nella propria prassi professionale. La teoria è successiva all’esplorazione e all’interrogazione di tale prassi. Tale interrogazione è di tipo clinico e si può capire che cos’è quest’ultimo solo mettendolo in pratica… Si tratterà quindi di attivare lo sguardo relativamente alla relazione che ognuno di noi ha con la propria esperienza”.

Ecco. Questi sono stralci degli appunti da me presi mentre Franza ci introduceva al percorso di scoperta di cui saremmo stati protagonisti.

Il focus è apprendere e far apprendere dalla propria esperienza professionale, riconoscendo come la maniera in cui siamo stati formati, influenza e delinea il modo in cui formiamo; scoprendo quel dispositivo pedagogico latente che mettiamo in atto quando entriamo in un’aula ed in-segniamo, lasciando quindi i segni del nostro passaggio.

Dunque, come nella più antica prassi clinica, c’è uno sguardo che si attiva per “interrogare l’esperienza che il corpo ha della propria malattia, individuando quali segni sono fenomeni significativi di una sindrome”; poi c’è l’ascolto, “con cui il medico interroga il paziente sull’esperienza della propria malattia”.

E qui viene il bello. Il linguaggio con cui descriviamo la nostra esperienza, i termini utilizzati, non sono neutri. “Il linguaggio diventa strumento di percezione”. “Noi veniamo parlati dalle nostre parole”. Le metafore utilizzate non sono neutre.

Pensate alle classiche immagini dello studente come “vaso vuoto” o come “pianta da far crescere”. Lo studente sempre studente è ma la visione che il formatore ha di lui non è la stessa. E, di conseguenza, la visione che ha di se stesso è necessariamente differente.

La narrazione della propria pratica, della propria esperienza, è, al tempo stesso, narrazione di sè e dell’altro.

Spero di poter parlare con lei, e parlarle a cuore aperto… spesso ci troviamo soli in questo sistema e questi schemi che ci vengono imposti, ed è davvero sorprendente vivere ancora in un LICEO chiamato università, dove non sei libero di organizzarti da solo. Siamo ignorati… e non chiediamo molto, ma vivere umanamente e serenamente lo studio!
Grazie prof di esserci sempre stato per noi; è un vero amico, padre e professore per noi…un punto fermo, dove sai che sei ascoltato e compreso…

Le parole di uno studente che esprime la propria solitudine all’interno di un sistema per cui è solo un numero, parlano di lui ma anche di quel sistema che ha separato “la malattia” dal “malato”, che guarda al “prodotto” dimenticando “che i processi necessari alla costruzione di qualcosa sono tanto concreti quanto gli esiti di tali processi”…

Condanniamo formandi e formatori alla paura di essere vittime e carnefici di in un meccanismo formativo in cui non c’è più spazio per l’umanità.

Io ho paura delle organizzazioni. Ho paura dei corsi, dei titoli, dei crediti che si comprano frequentando corsi a pagamento. Ho paura degli esami; ne ho avuta come esaminato e ne ho di più ora come esaminatore. Mi terrorizzano. Ho paura dei numeri chiusi, dei test per esservi ammessi, assurdi, privi di senso. Ho paura dei voti, delle micrometriche discettazioni docimologiche sulla costruzione del voto di laurea. Ho paura degli ordini professionali, delle abilitazioni formali. Ho paura dei progetti. Ho paura delle formalizzazioni. Ho paura della didattica formale. Ho paura dei professori; sì, ho paura di me stesso.

Sì, Andreas, hai ragione. Come darti torto?





Ipse dixit

24 02 2008

… Istituire la scuola come area potenziale di espansione vitale e di esplorazione del mondo. Non si deve temere di riprodurre al suo interno quello che i ragazzi fanno già fuori di essa, ma preoccuparsi di farglielo fare in modo più ricco di significati esistenziali e culturali.