Immagini e metafore della formazione

Posted on 13 ottobre 2007

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Il bello del computer è che ogni tanto, come nei vecchi bauli di leggendarie soffitte, se ti metti a curiosare nelle innumerevoli cartelle accatastate nelle sue viscere di bit, salta fuori un po’ di tutto…

Oggi sono inciampata in uno scritto del 2005, “nato” qualche mese dopo la morte di mia madre.

Il prof con cui collaboravo all’epoca all’Università mi impose (affettuosamente) di tornare almeno un giorno in cattedra per uno dei seminari che normalmente facevo nel corso di “Educazione degli adulti”.

La mia mente non era molto lucida e i pensieri fuggivano veloci senza che avessi la forza di fermarli. Ma qualcosa bisognava pur dire…

Il giorno prima, allora, decisi di scrivere ciò che avrei detto agli studenti come se loro fossero lì.

Eccone qualche stralcio, riportato così come l’ho trovato…

Da quando conosco il prof. Russillo più volte abbiamo discusso sul corpus di conoscenze che l’Università dovrebbe offrire a chi si prepara ad affrontare una delle professioni che attengono al campo dell’educazione e della formazione.Più volte me lo sono domandato, sia quando mi sono ritrovata ad essere formatrice di altri formatori ma ancor prima da studentessa di scienze dell’educazione.

Riflettendo su quello che è il core, il nocciolo duro della mia formazione professionale, su quello che fa capolino inaspettato nel mio fare scuola quotidiano, mi accorgo che ciò che guida il mio lavoro, non sono le teorie esplicite, ufficiali, quelle da ripetere pedissequamente agli esami ma è

una costellazione di immagini e metafore e di domande che orientano e significano il mio lavoro.

Tra le metafore che più mi ha colpito nei miei studi pedagogici – e a cui ho ripensato preparando questo intervento – c’è indubbiamente quella proposta da Demetrio relativamente alla didattica come tecné manipolatoria, come

metodo per convincere gli altri che ciò che si sta facendo per loro è utile e dilettevole.

Sono qui, quindi in primo luogo a convincervi che c’è un senso, un significato nelle mie parole per voi che siete qui che rinuncia a quello del “dovere” per approdare a quello del “volere” ascoltare.

Accettare tale metafora, significa però, accettare le ombre e le ambiguità del rapporto formativo, l’ombra del potere che in esso si nasconde, la possibilità di inganno e mistificazione che caratterizza questo mestiere.

E’ necessario quindi rimarcare che, a differenza dell’illusionista, il formatore ha l’onere di essere onesto, di spiegare il trucco – durante o alla fine della mediazione – e di cambiare il suo pubblico. Non solo di stupirlo e intrattenerlo.

La virtù della manipolazione in campo didattico è dunque costituita dall’autocontrollo e dalla consapevolezza di quel che si intende fare unitamente all’assenso e al consenso dei manipolandi.

Ora. Il compito di un conferenziere, direbbe Virginia Woolf, è quello di offrirvi un nocciolo di verità pura, da racchiudere tra le pagine del vostro taccuino e da conservare sulla mensola del caminetto. Ma io non sono un conferenziere, non voglio esserlo nonostante le caratteristiche istituzionali del luogo dove ci troviamo (l’università) e la strutturazione di quest’aula, il modo in cui i banchi vi inchiodano alle vostre posizioni di ascoltatori, facilita, spinge, costringe ad un tipo di comunicazione del genere.

Ciò che vorrei fare con voi stamattina è riflettere ed esplorare il concetto di innovazione pedagogica a partire dalle mie ultime riflessioni e letture in merito, cercando di provocare domande più che fornendo risposte, domande che vi dovete portare insieme sempre, perché – nel nostro mestiere, sia esso quello di docente, di formatore, di insegnante – se non ci si interroga sul senso e sulla direzione dell’azione formativa (soprattutto – ma non solo – quando si decide di cambiarla), si rischia di inciampare nei vizi di una didattica vuota, che nega l’identità dell’interlocutore, che si illude basti creare degli effetti speciali per conquistare la fiducia, la mente, la volontà degli altri…

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