Lo sguardo, l’ascolto, la narrazione nelle pratiche formative

Posted on 25 febbraio 2008

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Nel mio post precedente, ho citato un autore che ha tracciato un solco nella mia formazione tra tutto ciò che prima pensavo della riflessione pedagogica a e ciò che oggi è la mia riflessione pedagogica: Riccardo Massa.

Di méntori, scrive Massa, è meglio averne tanti, anche se poi è uno solo quello che conta. Lui, per me, è quello che conta.

Chi ha letto la mia biografia professionale, sa che – subito dopo la laurea – ho seguito un Master in “Sviluppo delle Competenze Cliniche nelle Professioni Educative e Formative” presso la Milano-Bicocca.

Di solito, non parlo/scrivo molto sul percorso di Clinica della formazione in cui sono stata incomparabilmente guidata da Angelo Franza e dai suoi collaboratori, perché rischierei di sembrare “oscura” e perché un’esperienza del genere si attraversa, non si spiega.

Da un certo punto di vista, valgono le parole di Davide circa lo zen, anche in questo caso.

“Questo master mette al centro del setting di lavoro la propria esperienza professionale. Ciò implica il riconoscimento ai partecipanti della loro adultità. Occorre in primo luogo imparare a riconoscere e a studiare le proprie tattiche e strategie di apprendimento nella propria prassi professionale. La teoria è successiva all’esplorazione e all’interrogazione di tale prassi. Tale interrogazione è di tipo clinico e si può capire che cos’è quest’ultimo solo mettendolo in pratica… Si tratterà quindi di attivare lo sguardo relativamente alla relazione che ognuno di noi ha con la propria esperienza”.

Ecco. Questi sono stralci degli appunti da me presi mentre Franza ci introduceva al percorso di scoperta di cui saremmo stati protagonisti.

Il focus è apprendere e far apprendere dalla propria esperienza professionale, riconoscendo come la maniera in cui siamo stati formati, influenza e delinea il modo in cui formiamo; scoprendo quel dispositivo pedagogico latente che mettiamo in atto quando entriamo in un’aula ed in-segniamo, lasciando quindi i segni del nostro passaggio.

Dunque, come nella più antica prassi clinica, c’è uno sguardo che si attiva per “interrogare l’esperienza che il corpo ha della propria malattia, individuando quali segni sono fenomeni significativi di una sindrome”; poi c’è l’ascolto, “con cui il medico interroga il paziente sull’esperienza della propria malattia”.

E qui viene il bello. Il linguaggio con cui descriviamo la nostra esperienza, i termini utilizzati, non sono neutri. “Il linguaggio diventa strumento di percezione”. “Noi veniamo parlati dalle nostre parole”. Le metafore utilizzate non sono neutre.

Pensate alle classiche immagini dello studente come “vaso vuoto” o come “pianta da far crescere”. Lo studente sempre studente è ma la visione che il formatore ha di lui non è la stessa. E, di conseguenza, la visione che ha di se stesso è necessariamente differente.

La narrazione della propria pratica, della propria esperienza, è, al tempo stesso, narrazione di sè e dell’altro.

Spero di poter parlare con lei, e parlarle a cuore aperto… spesso ci troviamo soli in questo sistema e questi schemi che ci vengono imposti, ed è davvero sorprendente vivere ancora in un LICEO chiamato università, dove non sei libero di organizzarti da solo. Siamo ignorati… e non chiediamo molto, ma vivere umanamente e serenamente lo studio!
Grazie prof di esserci sempre stato per noi; è un vero amico, padre e professore per noi…un punto fermo, dove sai che sei ascoltato e compreso…

Le parole di uno studente che esprime la propria solitudine all’interno di un sistema per cui è solo un numero, parlano di lui ma anche di quel sistema che ha separato “la malattia” dal “malato”, che guarda al “prodotto” dimenticando “che i processi necessari alla costruzione di qualcosa sono tanto concreti quanto gli esiti di tali processi”…

Condanniamo formandi e formatori alla paura di essere vittime e carnefici di in un meccanismo formativo in cui non c’è più spazio per l’umanità.

Io ho paura delle organizzazioni. Ho paura dei corsi, dei titoli, dei crediti che si comprano frequentando corsi a pagamento. Ho paura degli esami; ne ho avuta come esaminato e ne ho di più ora come esaminatore. Mi terrorizzano. Ho paura dei numeri chiusi, dei test per esservi ammessi, assurdi, privi di senso. Ho paura dei voti, delle micrometriche discettazioni docimologiche sulla costruzione del voto di laurea. Ho paura degli ordini professionali, delle abilitazioni formali. Ho paura dei progetti. Ho paura delle formalizzazioni. Ho paura della didattica formale. Ho paura dei professori; sì, ho paura di me stesso.

Sì, Andreas, hai ragione. Come darti torto?