La storia comincia così

Posted on 24 aprile, 2008

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Piccola premessa:

E’ qualche mese che in questi dintorni si chiacchiera, si discetta, si cita e si progetta attorno a quel misterioso oggetto di conoscenza che è il modo in cui formiamo e siamo stati formati.

Grazie al nostro barcamp “esclusivo” 😉 (svoltosi senza soluzione di continuità tra viaggi in macchina, sale d’attesa d’aeroporti, seminari accademici ed una magnifica cena a base di orecchiette), io e Andreas abbiamo delineato una trama narrativa attraverso cui dare senso e visibilità ad un’esperienza formativa che va ben oltre il “corsetto di informatica” 🙂 .

I mille rivoli di questi pensieri, di queste voci non possono essere dispersi. Appena definiremo l’assetto organizzativo, chiameremo a raccolta i “cercatori d’oro”. State all’erta.

Per chi si è perso qualcosa (o si è perso proprio), ho pensato fosse utile ricordare che la storia comincia così…

Siamo votati storicamente alla storia, alla paziente costruzione del discorso sul discorso, al compito d’intendere quel che è già stato detto.

M. Foucault

Premessa

Questo post non è una critica agli organi di governo dell’università. Non è nemmeno una critica agli uffici amministrativi e tecnici nei quali ho trovato persone che hanno cercato di darci una mano e che ringrazio ancora.

Questo post rappresenta uno spunto di riflessione sulla cronica inadeguatezza delle nostre istituzioni a seguire i mutamenti del mondo che si avvicendano ormai ad un ritmo vertiginoso. È quindi una riflessione che si riferisce ad un contesto e ad una cultura che caratterizzano un ambito ben più ampio di quello del singolo ateneo. Sta di fatto che il problema c’è ed è grave…

L’inadeguatezza che ho menzionato è strutturale e culturale. Riguarda tutti noi. Le considerazioni di Maria Grazia Fiore sulla valutazione nell’università sono un altro buon esempio.

Vi è la consuetudine di identificare l’innovazione con iniziative top-down che vengono subito istituzionalizzate, prima ancora che esse possano avere mosso i primi passi. Come dire: “Di questo bel neonato facciamo un grande ingegnere!”

Oggi questa è una strategia perdente. Tutte le grandi innovazioni nate nel terzo millennio sono del tipo bottom-up. Compito delle istituzioni e delle organizzazioni deve essere quello di favorire al massimo le circostanze affinché nuovi fenomeni sorgano spontaneamente. Codifica, regolamentazione, istituzionalizzazione vengono dopo.

Aziende del calibro di IBM o di Procter & Gamble l’hanno capito bene, per esempio. Varie altre aziende e organizzazioni si sono adeguate prontamente ma siamo solo agli inizi. In tutto il mondo le istituzioni pubbliche stanno arrancando, massimamente quelle didattiche.

In Italia, duole dirlo, non brilliamo davvero.

Un messaggio nella bottiglia, buttato nel mare oscuro della formazione, agitato dalle acque impetuose dei desideri inespressi e dei bisogni formativi insoddisfatti… Studenti di ieri e di oggi, leggono e rilanciano:

In questi ultimi 3-4 mesi ogni giorno ho lottato contro la rabbia, lo stress e l’incessante pensiero all’ingiustizia che spesso dobbiamo subire, senza aver alcuna voce in capitolo! Mi sono chiesto, perché io che mi dedico con passione alla mia formazione, non devo aver mai nessun stimolo verso l’umanità da chi dovrebbe essere la mia guida (forse una guida non c’è!); perchè devo spesso rimpicciolirmi e chiudermi nel mio silenzio, per paura di mille blocchi mentali, fisici e universitari e buttar giù amari bocconi di insensibilità e disattenzione da parte di chi non è un modello di empatia né di umanità. Mi dispiace profondamente fare i conti con una realtà che non riesce a promuovere il mio stato d’animo verso la gioia e umanità.

Ora voi mi direte che io ho il cervello montato storto, ma quella scena, col docente impassibile che continua a declamare sequenze stratigrafiche mentre passeggia sui miei appunti, è la prima immagine che mi è balzata alla mente quando ho letto il bel post comparso un paio di giorni or sono su Speculum Maius.

Sembra quindi emergere la necessità, anche per il docente universitario, di un ripensamento attento della propria prassi comunicativa

Tipo, evitare di calpestare gli appunti del corso.
Perché come momento comunicativo, ammettiamolo, fu splendidamente limpido.
Difficile comunicare ostilità con maggior chiarezza.
Ma come esperienza didattica… beh, non da sottovalutare, ma certo neppure da sperare di ripetere.

Il boccone amaro della disattenzione, l’impronta di scarpa lasciata sugli appunti ad imperitura memoria del passaggio del formatore, del suo sigillo sulla nostra formazione sono i segni lasciati nella viva carne del formando.

Ma si rivelano anche – per il formatore che ritorna sui suoi passi alla ricerca di “lumi” sulla sua identità professionale – delle bussole, delle stelle-guida che ci indicano da dove fuggire, alla ricerca di un luogo che sia più consono al nostro sentire.

Ma se quella strada fosse un miraggio? Se quelle Pleiadi beffarde fossero solo un gioco di luci riflesse, un canto di Sirene che ci fa girare in tondo, per ritrovarci/riscoprirci “vittime e carnefici di in un meccanismo formativo in cui non c’è più spazio per l’umanità”?

L’ammonimento che deriva dalle parentele linguistiche riecheggia implacabile tra le colonne di quel tempio in cui il postulante si trasforma in interprete tra ciò che l’oracolo gli ha detto e ciò che lui ha chiesto:

“lo sguardo che cura può essere anche uno sguardo che pietrifica, l’ascolto che accoglie può essere anche un ascolto che inibisce, il discorso che guida e mette ordine può essere anche un discorso che schiaccia e ferisce: il gesto terapeutico può anche risultare mortale!”

Le istruzioni di Circe salvano Ulisse “dalle insidie delle due divinità-streghe che hanno poteri simili ai suoi” e gli permettono di “trasformare il pericolo dell’oblio e della morte nella sapienza della poesia” [P. Citati]

Nel mare delle organizzazioni, delle quantificazioni, delle certificazioni, delle classifiche internazionali, delle “micrometriche discettazioni docimologiche”… qual è la rotta? Quali funi dobbiamo usare per restare incollati all’albero maestro?

Non sarà il caso, forse, di porgere l’orecchio anche alle voci di quelli che sono ai remi?

[continua] 🙂

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