Sul concetto di “religione civile”

Posted on 28 aprile, 2008

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Seguendo il filo dei miei pensieri a partire dalle riflessioni sulla cronaca quotidiana, mi sono imbattuta nel concetto di “religione civile” attraverso un interessante articolo di Giannino Piana, professore ordinario di Etica cristiana nell’Università di Urbino.

Per chi fosse incuriosito, riporto sotto un breve stralcio della più ampia trattazione reperibile qui, inclusa una citazione di Massimo Cacciari sul senso vero della laicità.

L’odierno concetto di «religione civile» non può essere ridotto a una concezione del cristianesimo, in cui la politica viene concepita come dipendente dalla fede, né, inversamente, a una sacralizzazione della politica, che si appropria della dimensione religiosa (laicizzandola radicalmente) per farla garante della propria assolutezza.

Ciò che viene oggi piuttosto ricercato è un rapporto di mutuo sostegno tra cristianesimo e politica; rapporto motivato dallo stato di precarietà in cui ambedue si trovano.

Il dialogo si sviluppa pertanto su entrambi i fronti in termini di mera funzionalità: la politica ricorre infatti alla religione cristiana per difendere l’identità dell’Occidente dall’incursione di altre tradizioni culturali e religiose, che si presentano con una identità forte; mentre, a sua volta, il cristianesimo, divenuto minoritario, sembra ricuperare, nell’appoggio dato a una politica particolare, la propria visibilità storica e la possibilità di influire sui processi che guidano la vita collettiva.

Si direbbe che venga riproponendosi, sia pure in un contesto diverso e con logiche diverse, una forma di «costantinianesimo», caratterizzato dal riconoscimento dell’autonomia dei rispettivi ambiti – la secolarizzazione ha definitivamente sancito la loro distinzione -, ma insieme dall’ammissione della necessità di una loro collaborazione, in ragione di interessi differenziati, che possono essere tuttavia meglio perseguiti (o tutelati) convergendo in una forma di accordo comune…

«Nulla contrassegna la volgarità del pensiero – scrive Massimo Cacciari – più della concezione, oggi largamente dominante, che oppone laicità ad atto di fede. Laico può essere il credente come il non credente. E così entrambi possono essere espressione del più vuoto dogmatismo. Laico non è colui che rifiuta, o peggio deride, il sacro, ma, letteralmente, colui che vi sta di fronte. Di fronte in ogni senso: discutendolo, interrogandolo, mettendosi in discussione di fronte al suo mistero. Laico è ogni credente non superstizioso, capace, cioè, anzi desideroso di discutere faccia a faccia col proprio Dio. Non assicurato a Lui, ma appeso alla Sua presenza-assenza. E così è laico ogni non credente che sviluppi senza mai assolutizzare o idolatrare il proprio relativo punto di vista, la propria ricerca, e insieme sappia ascoltare la profonda analogia che la lega alla domanda del credente, alla agonia di quest’ultimo. Quando comprenderemo con questa ampiezza il significato della laicità, allora, e soltanto allora, essa potrà essere il valore sopra il quale ricostruire la nostra dimora»

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