Apollo, la luce, il buio… fuor di metafora (o quasi)

Posted on 6 maggio, 2008

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Pur consapevole che, già le parole ‘formazione’ e ‘educazione’ sono metaforiche e che parole come stampo e formazione, guida e indirizzo, crescita e sviluppo sono come una serie di ulteriori designazioni pedagogiche, da intendersi bene solo metaforicamente [Franza-Mottana], aggiungo qualche riga fuor di metafora per riportare il discorso sul piano della materiale concretezza del vivere e del fare.

In Italia (ma non solo) siamo di fronte ad una crisi “globale” del sistema educativo e di istruzione senza precedenti. Quanto denunciato da Andreas Formiconi circa la gravità del problema viene ribadito da Gianni Marconato, a margine della conclusione di Didamatica 2008

Quello che a me sembra manchi per una reale innovazione che sia diffusa e di sistema è la consapevolezza del problema in tutti i suoi aspetti, delle sue implicazioni anche “profonde” e di come rendere operative sul piano organizzativo e didattico (non inserisco qui quello politico che è un livello totalmente incapace di muovesi se non facendo danni) le affermazioni che si fanno.

Cosa vuol dire andare “oltre la scuola”? Cosa vuol dire fare una didattica personalizzata e centrata sulla persona che apprende? Cosa vuol dire passare dall’insegnamento all’apprendimento? Cosa vuol dire “innovazione” nella scuola e nei processi di insegnamento? Cosa vuol dire “apprendere”? Cosa vuol dire passare dalla trasmissione di conoscenza alla sua costruzione (chiarendo, comunque, che ciò che si trasmette è l’informazione, mai la conoscenza)? Queste ed altre tematiche andrebbero comprese bene per non muoverci a casaccio e per dare sistematicità a tanti fermenti.

E invece a casaccio ci si è mossi (e ci si continua a muovere), esercitandosi a turno (politico) in virtuosismi ingegneristici e legislativi che sono intervenuti violentemente nell’architettura del sistema, accentuando i problemi che già c’erano, creandone dei nuovi e creando una condizione profonda di incertezza e disorientamento in chi vi opera.

Abbiamo creato così un’idra a più teste, in cui i livelli di autonomia entrano in conflitto reciproco provocando la paralisi del sistema più che il suo cambiamento.

Forse giova ricordare che, dal punto di vista squisitamente organizzativo, l’autonomia scolastica e universitaria non sarebbe dovuta essere finalizzata a creare feudi incontrastati né repubbliche anarchiche, quanto piuttosto ad avviare un processo di “collaborazione permanente e a due vie tra il centro e le varie periferie del sistema” [F. BUTERA, 1998].

Tale processo avrebbe dovuto dare vita ad una architettura reticolare in cui il governance system è caratterizzato dalla “coesistenza della spinta e del supporto strategico dell’agenzia focale e dalla autoregolazione dei nodi”.

Non bisogna certo essersi laureati alla Bocconi per riconoscere che:
1) è mancata qualsiasi tipo di strategia a livello centrale nella conduzione di questo processo di cui, quasi subito, si è perso il vero significato;
2) i “nodi” non hanno avuto né le capacità né le possibilità reali di autoregolarsi.

Il danno strutturale e culturale è incalcolabile e segnerà ineludibilmente la vita dei singoli e della collettività coinvolta.

Ecco la “profanazione del tempio”, l’empietà di cui ci siamo macchiati nei riguardi di ciò che più profondamente racchiude il nostro essere sociale, la nostra cultura, il nostro futuro…

Se non si riparte da qui, le cose non potranno che peggiorare. Parafrasando quanto detto da Russillo a proposito della scuola [p.12],

non si può cambiare un sistema formativo semplicemente additandogli il modello ideale che esso deve attuare, ma bisogna fare i conti con quello che il sistema è attualmente e con le risorse di cui dispone per migliorarsi.

Per farlo, sarebbe il caso – in primo luogo – di finirla di parlare a vanvera di teorie organizzative che non si conoscono, trapiantando acriticamente modelli e strategie che già in ambito economico hanno rivelato i loro limiti. Personalmente sono stufa di ascoltare e leggere scimmiottamenti di teorie e strumenti che hanno un loro perché e un loro dove ma che non è detto facciano sempre al caso, in ambito formativo.

E non guasterebbe prendere coscienza dell’atteggiamento “oracolare” che abbiamo adottato nei confronti dei dati statistici, vittime di quel mito razionale che, sottolinea Morgan,

al pari dei miti primitivi, ci mette a disposizione un quadro di riferimento generale e una struttura di credenze attraverso le quali possiamo rendere intellegibile l’esperienza quotidiana. Il mito della razionalità ci aiuta a considerare certi modelli di azione come legittimi, credibili e normali e, quindi, ad evitare l’incertezza e la discussione che emergerebbero se fossimo costretti a prendere consapevolezza della incertezza e dell’ambiguità di fondo che sta alla base di buona parte dei nostri valori e dei nostri comportamenti abituali.

E ci riporta le conclusioni di un saggio del 1954 dell’economista inglese Ely Devon, in cui l’autore nota che

anche se i responsabili organizzativi non si sognerebbero mai di analizzare gli intestini di un pollo o di consultare un oracolo per conoscere il futuro della loro organizzazione o gli sviluppi dell’economia, l’utilizzo che viene fatto della statistica ha non poco in comune con la magia primitiva…

L’oracolo di Apollo, incomparabilmente racchiuso nel “Conosci te stesso” iscritto nel frontone del suo tempio, non era chiaro né oscuro. Non diceva la verità né la nascondeva. Non si esprimeva né taceva.

I numeri sono numeri. Sono segni che possono diventare segnali solo se ci si interroga realmente sui processi che li hanno generati e non rideclinandoli con altri numeri.

O siamo noi che siamo polli?

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