Scuola: avanti, indietro tutta.

Posted on 22 maggio, 2008

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Anch’io, come Marco Campione e Aldo Tropea, preferisco leggere le opere di Citati piuttosto che i suoi articoli sulla scuola, intrisi del solito “come stavamo meglio quando stavamo peggio”, nonché del solito qualunquismo ignorante su processi, avvenimenti e politiche di cui si conosce ben poco.

Qualche stralcio dal suo articolo e da quello di risposta apparso oggi su Scuolaoggi.

Ma, un tempo, i bigi e saggi ministri democristiani non osavano nemmeno sfiorare il vecchio edificio scolastico: sapevano che era pieno di crepe; e che un solo colpo di piccone avrebbe rischiato di distruggere l’ Università, il liceo, le medie, le elementari… Così cominciarono le allegre catastrofi: quella della scuola elementare, a causa della moltiplicazione della maestra di base. Quella dell’esame di riparazione; e soprattutto (niente li affascinava tanto) l’ invenzione delle cattedre universitarie grottesche, come Sociologia del gatto siamese o Il computer applicato alla letteratura.

A dire il vero il maestro unico è stato abolito da Brocca (democristiano) e gli esami di riparazione da D’Onofrio (democristiano); mentre l’invenzione delle “cattedre grottesche” è figlia dell’esigenza dei baroni universitari (bipartisan) di sopravvivere alla riforma da loro allora (e da Citati oggi) avversata.

Così la Riforma Berlinguer va radicalmente riformata. Dobbiamo ripristinare i grandi corsi, lunghi sei o sette mesi, sugli argomenti fondamentali della conoscenza. Gli studenti devono tornare a leggere. Se qualcuno studia letteratura greca, o storia del pensiero economico, o storia della filosofia, tremila (non duecento) pagine di testi sono appena sufficienti.

Ma il peggio è arrivato con Luigi Berlinguer. Egli è stato il demolitore della scuola centralizzata, inventando una bizzarra realtà, ignota a tutto il mondo civile, chiamata autonomia. È stato il distruttore dell’Università fondata sulla gloriosa laurea quadriennale, riservata all’8% della popolazione. È stato il demoniaco inventore della scuola biennale di specializzazione post-laurea per gli insegnanti: ci si specializza per fare l’avvocato, per fare il medico, per fare l’ingegnere, per fare il professore universitario, mica per insegnare “alle medie o al liceo”.

Ciò che più impressiona è un’analisi che, guardando la realtà con la testa rivolta all’indietro, rimuove i nodi veri: il ritardo con cui la ricerca pedagogica e didattica si misura con la crisi dei linguaggi tradizionali; la separatezza anacronistica tra istruzione e formazione professionale; il persistere di tassi inaccettabili di insuccesso scolastico (in Lombardia ad esempio, il 20% non arriva nemmeno alla qualifica secondo le stime più ottimistiche); la questione della formazione tecnica superiore non accademica, il cui mancato decollo ha responsabilità enormi negli aspetti più problematici delle lauree triennali; il nodo della prima formazione, della formazione in servizio, del reclutamento e della valutazione degli insegnanti, che andrebbe affrontato riformando lo stato giuridico. E, prima di tutto, la crisi educativa delle famiglie e del loro rapporto con la scuola e la società in generale.

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