“Digitalizzare la pesantezza”: riflessioni transdisciplinari

Posted on 9 giugno, 2008

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Il 6 e 7 giugno scorso ho partecipato al workshop “Digitalizzare la pesantezza – L’informatica e il metodo della stratigrafia”, organizzato dal Dipartimento di Scienze Umane (Area Archeologica) dell’Università di Foggia.

L’obiettivo era quello di avviare un confronto interdisciplinare sull’importanza e sul rilievo metodologico che gli strumenti informatici assumono nel quadro delle indagini archeologiche sul campo: dalla acquisizione dei dati (alfanumerici, spaziali, etc.) alla loro elaborazione..

Qui, in versione pdf, potete scaricare gli abstract degli interventi che, ovviamente, sono molto riduttivi rispetto alla ricchezza di stimoli e di problematiche scaturite dalle intense discussioni in merito.

Non essendo un’archeologa, non mi avventurerò su considerazioni tecnico-metodologiche specifiche del dominio disciplinare in questione ma mi limiterò a riportare qualche appunto su quelle problematiche inerenti all’innovazione tecnologica, che ricorrono quando entriamo nell’ambito delle scienze “non popperiane”, come direbbe Salza (pdf).

  1. Una nuova tecnologia, qualunque essa sia, porta ad una riflessione sul processo metodologico all’interno del quale si colloca.
  2. Il problema della pertinenza dello strumento utilizzato è centrale nell’innovazione tecnologico-metodologica, in qualsiasi campo essa avvenga.
  3. Il digital divide è qualcosa con cui bisogna sempre fare i conti: la disponibilità di strumenti e competenze adeguate ad utilizzarli è conditio sine qua non.
  4. La formazione degli studenti (in questo campo ma non solo, ovviamente) è un nodo nevralgico comune a tutte le Facoltà universitarie. Troppo diversificate le competenze digitali fornite loro anche all’interno dello stesso tipo di facoltà. Una riflessione di più ampio respiro sarebbe necessaria e auspicabile.

Una nota più specifica la riserverei al problema della realtà virtuale per la comunicazione del paesaggio archeologico, a cui avevo già fatto accenno in questo post.

Non riguarda, ovviamente, il progetto in sè ma la problematica che si porta dietro, in ogni campo disciplinare la si consideri. Ogni volta che ci rifletto su, la lezione di McLuhan mi ammonisce:

La “tecnica” è il nostro rapporto col mondo
Dal momento che il nostro mondo è formato dalle tecniche, gli inconsapevoli, che le considerano come meri strumenti, sono dominati da queste, nella loro percezione del mondo: ogni medium ha il potere di imporre agli incauti i propri presupposti.
Solo un artista autentico – dice McLuhan – può essere in grado di fronteggiare impunemente la tecnologia, proprio perché è un esperto consapevole dei mutamenti che intervengono nella percezione sensoriale.

[Altri approfondimenti, in inglese, qui.]

Va da sè che la riflessione in merito è complessa e non accetta soluzioni univoche. Si tratta della nostra percezione del mondo, dopo tutto. E non mi sembra che ci siamo ancora messi d’accordo in proposito.

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