Ma il progetto culturale per la scuola dov’è?

Posted on 15 settembre, 2008

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I nuovi programmi sono una parte essenziale dell’operazione di riforma della scuola elementare, ma non la esauriscono… Tuttavia […] costituiscono senza dubbio il cuore del nuovo organismo. In tal senso, l’aver preceduto alla definizione dei programmi prima che a quella delle forme istituzionali può essere stato un rischio calcolato non privo di qualche vantaggio.

Senza dubbio, ha significato affermare il primato del pedagogico sull’amministrativo o in generale sull’esecutivo: prima si è voluto disegnare un nuovo modello di scuola, e poi decidere gli aspetti strutturali da esso richiesti. A sua volta, il legislativo dovrebbe inquadrare e raccordare la nuova realtà con l’ordinamento generale.

E’ comunque importante che siano le esigenze educative a pilotare l’impianto della scuola, e non viceversa.

Mauro Laeng

Venerdì prossimo la Gelmini presenterà il Piano di razionalizzazione che snellirà il nostro sistema scolastico nazionale fino a farlo diventare inesistente. Poco più di un parcheggio ad ore. Perché sono le ore quelle che contano e i numeri sono portatori intrinseci di verità. Ce lo ha insegnato Tremonti.

Ciò che mi spaventa, in tutto questo tagliare, accorpare, riconvertire, è il caos che ci aspetterà nei prossimi anni, quando un progetto culturale per il nostro lavoro ce lo dovremo inventare. Perché non c’è.

Poiché, a un certo punto, ci si è resi conto che occorreva dare una parvenza pseudo-pedagogica al tutto, si stanno andando a recuperare pezzi di riforma Moratti per modificare qui e lì l’organizzazione oraria, non preoccupandosi minimamente dei contenuti che dovranno riempire le ore che generosamente ci verranno lasciate.

Quando si parla della riforma che ha introdotto il modulo nell’allora scuola elementare, ci si dimentica che essa fu addirittura preceduta da una coerente modifica dei programmi nazionali, fatta da una commissione di cui erano noti i componenti e le loro qualifiche (a differenza di quei deprimenti “elenchi della spesa” chiamati Indicazioni, che ai tempi della Moratti sono usciti fuori dagli oscuri meandri ministeriali senza che fosse ritenuto necessario comunicarci chi fossero i loro estensori). E parlo come cittadina, prima ancora che come insegnante.

In questa scuola “light”, i contenuti verranno decisi dalle esternazioni del prossimo ministro in cerca di visibilità o coinvolgeremo l’elettorato entusiasta nella loro stesura, magari con qualche chiosco piazzato negli ipermercati?

E quali contenuti dovranno padroneggiare i docenti la cui flessibilità verrà imposta dalle richieste dell’utenza (“No, scusi io preferirei un maestro a 24 ore mentre la mia amica ne vorrebbe uno a 27, possibilmente inglese madrelingua e con portamento atletico. Siete attrezzati in questa scuola o dobbiamo rivolgerci altrove?”) o decisa dall’accorpamento delle classi di concorso, previste nel piano di razionalizzazione?

Come si fa a parlare di flessibilità dei docenti, di riconversione, come se si trattasse di operai da adibire a nuove mansioni, da spostare qui e lì lungo la catena di montaggio? Quale formazione è prevista in merito?

O forse è meglio che non padroneggino proprio niente per avvalorare l’immagine di una scuola pubblica degradata, inadeguata anche come parcheggio (non è un caso che il taglio orario generalizzato nella scuola di base ne ridurrà ulteriormente l’offerta formativa, favorendo le scuole private a cui le mamme lavoratrici saranno costrette a rivolgersi).

Il problema reale è che si è persa la progettualità culturale che sostanzia un sistema di istruzione nazionale. Da qualunque parte politica si guardi.

E’ ineludibile che si apra un dibattito serio e costruttivo sulle reali necessità di cambiamento della e nella scuola, in cui le posizioni di tutti vengano rese chiare e limpide e in cui i docenti si comincino a far carico di una riflessione responsabile, come suggerisce l’episodio piemontese:

Da uno dei gruppi di lavoro del convegno arriva infatti una considerazione che fa riflettere: “Ci siamo chiesti, all’inizio, se ci sono responsabilità attribuibili ad errori politico/sindacali che hanno contribuito a determinare la situazione attuale in cui le politiche messe in atto dal governo sembrano avere, anche per effetto della propaganda dei media, un forte consenso nella società”.
E, entrando nel merito della questione i docenti della secondaria di I grado che hanno partecipato al convegno si chiedono anche “se alcune delle scelte adottate dai collegi docenti nella “scuola dell’autonomia” (es.: riduzione del tempo scuola rispetto al tempo prolungato, riduzione dell’ora di lezione in moduli di 50 minuti, ecc.) non siano stati “nostri errori” su cui la riforma Moratti e gli attuali decreti della Gelmini hanno creato i disastri che si profilano”.

E’ un primo passo ma non può essere l’unico.

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Posted in: cronaca, scuola