Visto da Sud

Posted on 19 settembre, 2008

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Mentre ci dibattiamo (e indebitiamo) per salvaguardare l’italianità dell’Alitalia (roba da non dormirci la notte!), c’è chi continua a discettare su questioni di poco conto quali quella della scuola e della “tenuta culturale” del nostro Paese.

Mi rendo conto che nell’Italia del fare, l’argomento è destinato ad avere uno share bassissimo se non viene ridotto a qualcosa di comprensibile anche per un popolo come il nostro – giudicato sì e no in grado di mettere una croce su una scheda per decidere chi lo deve far pascolare – e quindi trascinato nella farsa e imbastito di luoghi comuni (esistenti o creati ad hoc). Ma qualche pensiero deve pur circolare…

Comunque sia, volevo segnalarvi alcuni articoli letti qui e lì sui problemi della scuola italiana soprattutto nella parte meridionale del Paese (se si può ancora dire così), salita tristemente alla ribalta delle cronache per l’uso terroristico che è stato fatto dei dati OCSE, ma che in realtà offrono spunti di riflessione ben più ampi e significativi, soprattutto in un periodo in cui ci si prepara al salto costituzionale in senso federalista.

I dati dell´Ocse – si legge in un articolo di oggi di Francesco Merlo – dicono anche che la Corea e Taiwan hanno scuole migliori di quelle milanesi. E che il Piemonte supera la Lombardia, Venezia è meglio di Bologna, il Nord Est è più colto di Toscana Liguria e Lazio. Ecco dunque disegnato un mondo al contrario. Ma nessun piemontese si è messo a scrivere editoriali contro la Toscana e nessun veneto ha tuonato contro Bologna. Solo i dati del Sud sono stati trattati come antropologia, scienza, storia, e dunque ironia, sdegno, sarcasmo e, insomma, insulti sapientissimi che sarebbero gratuiti e incivili anche se prendessimo per buono il trito luogo comune che la matematica applicata all´economia sia la chiave della ricchezza e dello sviluppo delle nazioni (e non si spiegherebbe come mai i migliori matematici del mondo provengano dall’Asia).

Qualche giorno fa, Ernesto Galli Della Loggia tuonava contro il silenzio degli intellettuali meridionali, contro quella

cultura meridionale [che], ormai, non si sente più tenuta a rappresentare quella coscienza polemicamente e analiticamente esploratrice della propria società, a svolgere quella funzione critica, che pure dall’Unità in avanti avevano costituito un tratto decisivo della sua identità.

Sentire parlare di identità della cultura meridionale mi ha fatto uno strano effetto: siamo ancora a questo punto? Salvemini diceva di sé stesso:

io ero un libero tiratore, che ci teneva a dirsi socialista riformista, ma dissidente dai riformisti ufficiali, mentre non avevo niente assolutamente in comune con i socialisti cosiddetti rivoluzionari tanto del Nord quanto del Sud

da L. Mancino, Uomini e idee dell’Italia civile, p. 272

Lui è stato un grande “meridionalista”. Nato nel 1873 e morto nel 1957. Ma se il tempo del meridionalismo fosse passato? Se fosse vero che noi meridionali il meridionalismo (soprattutto se artatamente preconfezionato a nord) non lo sopportiamo più?

L’accusa è pesante. Il tono è perentorio. Mi sento chiamato in causa, scrive Carmine Donzelli oggi sul Corriere, rispondendo a Galli Della Loggia.

Tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta ho contribuito, insieme a un gruppo di intellettuali e di studiosi, a destrutturate l’idea di Mezzogiorno, così come ce la consegnava la tradizione del meridionalismo. Dalle pagine di Meridiana conducemmo allora una battaglia contro l’idea del Sud come un tutto unico, votato all’arretratezza. Ci rifiutammo di guardare al Mezzogiorno come a un altro mondo, e cercammo di studiarlo, con gli strumenti d’indagine più rigorosi, alla stregua di un qualunque pezzo di mondo. Tutto questo, ovviamente, non per negare l’esistenza dei problemi di quelle regioni, talvolta drammatici. Al contrario, per favorirne la soluzione. Sostenemmo che proprio il meridionalismo era parte integrante del problema; che la rappresentazione aggregata dell’arretratezza meridionale finiva con l’essere perfettamente funzionale alla perpetuazione della sua alterità. Soprattutto, che in quel modo il Mezzogiorno — unica, indistinta macchia nera — veniva inevitabilmente consegnato nelle mani di un ceto politico (di destra, di centro o di sinistra) che si dimostrava abilissimo nell’adoperare quella alterità come una risorsa mediatoria, costruendo su di essa le sue fortune.

La nostra battaglia era contro un approccio ideologico alla «questione meridionale », e insieme contro l’assistenzialismo, contro lo spreco delle risorse erogate solo per perpetuare l’esistenza dei problemi. Era una battaglia su due fronti. Da un lato l’autocommiserazione dei meridionali, e dall’altro l’opinione «settentrionale », sempre più insofferente nei confronti di ogni forma di solidarietà territoriale.

A un certo punto ci sembrò che la battaglia avesse dato i suoi frutti. Un approccio meno ideologico al Mezzogiorno cominciò a farsi strada nell’opinione e nel senso comune. Complice qualche dissenso interno, il gruppo di Meridiana si disperse. Fu un errore, abbandonare quel presidio? A leggere le cose che scrive oggi Galli della Loggia, mi verrebbe da dire di sì. Animato da una passione forte, che gli va riconosciuta, il suo ragionamento rischia di riportare la discussione indietro di trent’anni.

Ovviamente, un sorriso amaro sorge spontaneo al termine “discussione”: il massimo che si può avere in Italia, oggi, è una rissa da talk show.

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