Pedagogisti scomodi

Posted on 4 ottobre, 2008

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Con grande dolore apprendo delle dimissioni di Andrea Canevaro dall’Osservatorio sull’Integrazione scolastica del MPI. Ma non ne sono meravigliata. Sapevo che una sua presa di posizione non sarebbe potuta mancare. Ed è arrivata.

In questo clima di “produzione sociale di ostilità, diffidenza, tensione”, anche la Pedagogia subisce un violento attacco. Nel clima di rinnovato rigore scolastico, chi viene additato come responsabile dello sfascio, oltre naturalmente ai fannulloni? L’ideologo dei fannulloni e dei lassisti: il pedagogista, il pedagogista di Stato, la pedagogia, il pedagogese… Chi perdonava tutto, chi non ha polso, chi comprende tutto invece di punire, chi non ha le palle per imporsi, chi ci affumica con discorsi fumosi pseudofilosofici, chi non dava importanza alle discipline, il pedagogista debole, che ha indebolito la Scuola Italiana, ecc.

Ecco, a questo clima di strisciante, ma non troppo, denigrazione, come pedagogisti non ci stiamo. E non ci stiamo neppure ad essere membri di un Osservatorio per l’integrazione Scolastica degli alunni con disabilità di un Ministero della Pubblica Istruzione che si comporta nei fatti come stiamo vedendo, e come risulterà ancora più evidente nei prossimi mesi.

Non mi sembra ci sia bisogno di aggiungere altro, se non qualche nota personale.

Gran parte di ciò che so e che faccio in materia di “bisogni speciali”, lo devo a lui. Tutto è cominciato per caso, quando – adolescente un po’ ribelle, lontanissima dalla sola idea di fare l’insegnante – mi capitò tra le mani questo libro

che si interrogava (nel 1970) se questi ragazzi scomodi non fossero anche un po’ frutto del disadattamento della nostra società. Come vedete, le domande che ci facciamo in merito sono ricorrenti…

Mi piacerebbe invitarvi a leggerlo ma è difficile che chi non lo ha nella propria libreria possa procurarselo. Allora ho deciso di regalarvi un pezzetto di prefazione, in onore di un grande maestro che non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani.

«Interrogare una cultura sulle sue esperienze-limite significa interrogarla ai confini della storia, su una lacerazione che è come la nascita stessa della sua storia». (M. Foucault, Storia della follia)

La maestra, una persona anziana, in pensione da un paio d’anni, gentile e amabile, raccontava gli episodi della sua vita nella scuola. Episodi d’amore per i ragazzi, che ricordava per nome, riandando a fatti lontani, di quando i bambini non sapevano quasi l’italiano e parlavano in dialetto.

Ho sempre voluto bene ai miei bambini, diceva commossa. E chi l’ascoltava non faceva fatica a crederle: tutto in lei rivelava la dolcezza e l’attenzione per i piccoli. Ma li ha amati sempre facilmente?, domandava qualcuno. Lei sorrideva divertita e paziente, e si vedeva che fra sé pensava che l’autore della domanda non doveva conoscere la scuola e i bambini: come non amarli, conoscendoli e vivendo tra loro? Certo: li aveva amati e le sarebbe stato più difficile non farlo. E non c’era mai stato qualche bambino a cui l’amore non bastava o che non capiva il suo volergli bene? La maestra non ricordava, ma frugava nella memoria.

Dopo un po’ disse di sì, che uno c’era stato. Un povero bambino, leggermente obeso, che la maestra aveva messo da solo nel banco solitamente per due, avvicinandolo alla cattedra e staccandolo dai compagni di classe. Se lo teneva vicino, poverino, perché si era accorta che non era molto intelligente. Peccato! in una classe così bella come quella di quell’anno…! Ma il bambino leggermente obeso non era stato tutto l’anno a scuola. Già! ne aveva fatta una grossa, che la maestra non aveva proprio potuto lasciar passare impunita. Aveva osato, davanti a tutti i suoi compagni, con una specie di voce miagolante improvvisa nel silenzio, chiamarla più di una volta «Erminia». Capiscono, spiegava la maestra, mi aveva chiamato «Erminia»; mi aveva chiamato per nome, e mi dava del tu! Povero bambino: non era molto intelligente, lo so, ma non potevo fare finta di niente di fronte a tutta la classe che rideva.

Così «aveva dovuto» sospendere per qualche giorno il bambino leggermente obeso, che, grazie al cielo, non era più tornato. Diceva «grazie al cielo» non per lui, povero bambino, ma per la classe, che – «lo credano» – era proprio una gran bella classe, una delle migliori avute nella sua lunga carriera: bambini pieni di buona volontà, educati… Dove era andato?, chiese uno. Chi? Il bambino che l’aveva chiamata «Erminia». Ah lui…: la maestra non lo sapeva. Si era arrangiato da qualche altra parte, povero bambino, forse in una classe speciale. Certo che da noi non ci poteva stare, concludeva la maestra.

Quello era un bambino che non aveva capito quanto lei gli voleva bene. A pensare, forse la maestra si sarebbe ricordata anche di altri. Ma rari: in genere, disse, i bambini mi hanno capito.