Il sistema d’istruzione in Italia tra tagli, delegittimazione e vuoto progettuale

Posted on 17 ottobre, 2008

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Chi, come me, ha avuto la possibilità di frequentare atenei diversi del nostro Paese non ha potuto non constatare la differenza dell’offerta formativa universitaria sul territorio nazionale. Del resto, perché avrei speso la fortuna che ho speso in tasse e trasferte, se avessi trovato qui quello che cercavo?

Però non c’è solo questo. C’è stata, di fondo, la curiosità intellettuale di conoscere altro, di “sprovincializzarmi” (nel senso più ampio della parola), di confrontarmi con sistemi altri, di conoscere ed imparare direttamente da quegli autori sui cui testi avevo studiato.

Se l’avessi fatto per avere dei riconoscimenti “ufficiali”, sarei ovviamente sull’orlo del suicidio perché se c’è un posto dove i titoli valgono veramente poco è la scuola. Anzi, talvolta mi sento quasi in imbarazzo per un curriculum decisamente sovradimensionato per una docente destinata – una volta finito il dottorato – a tornare a scuola per insegnare a leggere, scrivere e fare di conto.

Ma in realtà non era di questo che volevo scrivere.

Ieri mi ha chiamato la prima studentessa che ho seguito in una tesi di laurea triennale per “chiedermi lumi” sulla strada da prendere dopo che – a novembre – aggiungerà anche il +2 alla sua carriera universitaria. Ed io non sapevo cosa dirle.

Anche secondo me

l’università è stata già umiliata ripetutamente proprio da coloro che avevano il dovere di proteggerne e tutelarne la reputazione, la autorevolezza e la dignità.

L’autonomia, come dicevo ieri alla mia giovane amica, ha esaltato (con la complicità di una politica compiacente) i peggiori difetti corporativi dell’accademia, avvelenando progressivamente ciò che di buono e sano c’era nell’istituzione universitaria.

E se per la scuola primaria, si è dovuta dar vita ad una campagna denigratoria senza precedenti contro quelle fannullone delle maestre che bivaccano nella classi (a fare non si sa che cosa) con la media di 2-3 bambini a testa, per acquistare il consenso popolare (e anche così…), per l’università è diverso.

Quei tagli spietati di cui parla anche Nature, che potrebbero costringere i rettori universitari

a cancellare i corsi che non hanno grande valore commerciale, come gli studi classici o addirittura le scienze di base

vanno a colpire

un luogo che ha perso il rispetto e la stima non tanto dei colleghi di altri Paesi, ma dei cittadini che all’università non vanno, che fanno fatica a capire a cosa serva alla società mantenere in cattedra persone con zero pubblicazioni, che non scrivono nulla di significativo, che gestiscono l’università come fosse cosa loro e non un patrimonio di tutti.

Ed è questo patrimonio di tutti che va difeso, non tutto il marcio che lo avvelena. Ma chi volete che lo faccia, se non chi a tale patrimonio ci tiene? E, come in uno scioglilingua per bambini, chi è che tiene a tale patrimonio, veramente?

Secondo Vertecchi

Nelle proteste che vanno montando non prevale più la preoccupazione riferibile a questo o a quel provvedimento, ma quella che investe le linee dell’evoluzione (ma sarebbe più esatto dire involuzione) del sistema d’istruzione.

Nessuno afferma che nelle scuole e nelle università tutto proceda nel migliore dei modi. Sarebbe irragionevole affermarlo, se non altro perché l’educazione si modifica con continuità in relazioni alle trasformazioni del contesto in cui opera. Ma un conto è introdurre nel sistema d’istruzione le modifiche che ad una riflessione consapevole, che non può non investire l’insieme del Paese, appaiano opportune, un conto ben diverso è esplorare le soffitte del sistema per trarre dalla polvere soluzioni che rispondono all’unico intento di diminuire l’impegno dello Stato nel settore…

Lo Stato è responsabile del funzionamento e della crescita ulteriore del sistema d’istruzione, un bene collettivo che non può essere sacrificato ad altri interessi, politici o economici che siano. Ma per procedere in questa direzione occorre capacità di analisi e di progetto: siamo in entrambi i casi di fronte ad un vuoto sconfortante.

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