E se per cambiare l’Università si dovesse veramente cambiare il mondo?

Posted on 25 ottobre, 2008

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…E se da una parte ho una mezza idea di passare in dipartimento ed offrire il mio aiuto, perché come diceva Mao Tse Tung, Ribellarsi è Giusto, dall’altra la voglia proprio non ce l’ho, perché sono anni che mi ribello alla palude nella quale i Bravi Soldati hanno accettato di farsi schierare, e che ora vogliono difendere.

Chi ci sarà, mi domando, a dar man forte ai precari di scienze geologiche, a quelli in gamba, a quelli tosti e giustamente incacchiatii?

Ci sarà quel docente che passò dieci minuti a camminare sulle fotocopie dei suoi appunti che mi erano scivolate a terra durante una lezione?

Ci sarà forse quello che istruiva i giovani colleghi dicendo “Considerate tutti i vostri laureati come potenziali concorrenti”?

O quell’altro che disse candidamente “No, il programma del corso è sempre lo stesso, abbiamo solo aggiunto ‘Applicata’ al titolo perché le direttive sono di privilegiare i corsi applicativi”?

O quello che sosteneva che l’unica cosa che valga la pena di imparare nella vita è che “ogni mattina si deve ingoiare una cucchiaiata di merda”?

Davide Mana

Studenti, dottorandi e lavoratori dell’università hanno almeno tre ottime ragioni per protestare. Il governo taglia fondi nonostante l’Italia sia il paese Ocse che investe meno nell’università. Il sistema non funziona, non produce laureati. In più, è viziato dai privilegi e dal nepotismo dei baroni. E il mercato italiano non investe in ricerca, produce disoccupazione intellettuale e condanna gli studenti alla precarietà. […]

Se ne parla pochissimo: i professori universitari hanno un privilegio raro che li accomuna a parlamentari, magistrati e alti gradi dell’esercito (d’altronde in parlamento ci sono molti prof). Il loro stipendio non è regolato da un contratto nazionale di lavoro ma aumenta in modo automatico ogni due anni. Non importa se il datore di lavoro, ovvero lo stato, abbia più o meno disponibilità, o se l’università produca bene o male. Loro, comunque, hanno il diritto di guadagnare di più. […] E’ proprio questo meccanismo a far saltare il banco. Gli stipendi infatti costituiscono ben l’88% del fondo ordinario elargito dallo Stato. Con i tagli questa percentuale è destinata ad arrivare fino al 90%-100%.[…]

Gelmini, inoltre, ha rinviato sine die la costituzione della «Agenzia nazionale della valutazione dell’università e della ricerca» progettata ma non realizzata dall’ex ministro Mussi. Significa che i prof potranno continuare a lavorare senza controllo, e senza alcun controllo saranno anche le modalità di reclutamento dei giovani in una situazione di concorsi spesso viziati da nepotismo. E i tagli colpiscono in modo indiscriminato senza tenere conto delle differenze tra atenei e senza nessuna valutazione della proliferazione spesso sconsiderata dei corsi. Un ordinario ha l’obbligo di dedicare 350 ore alla didattica all’anno, 250 ore se non è a tempo pieno, ma in questo caso può fare anche altri lavori come professionista. E’ vero che poi esiste, o esisterebbe, il lavoro di ricerca (secondo un criterio fissato dalla Ue un prof lavora in tutto fino a 1512 ore l’anno) ma, in assenza di meccanismi di valutazione, tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli. […]

Dietro i difetti degli accademici si nasconde un sistema economico che non obbliga l’università a migliorarsi perché non la ritiene utile. Il mercato italiano non richiede laureati. Il tasso di disoccupazione tra 25 e 64 anni è più alto della media Ue per i laureati mentre è più basso per i diplomati. L’Italia è l’unico paese europeo in cui i disoccupati laureati sono più dei loro pari-età diplomati. […]

Rimane forte il meccanismo ereditario e classista delle professioni […] Il sistema industriale, inoltre, non attrae fondi privati. Si tratta di un sistema di piccole e medie imprese che continua a preferire la produzione di prodotti a basso valore aggiunto che non richiedono sviluppo tecnologico. Si preferisce risparmiare sul costo del lavoro, piuttosto che investire in ricerca, istruzione e università. «Pensare che siano i privati a salvare le casse degli atenei, significa non vedere la realtà del nostro sistema produttivo – spiegano gli amministratori di un ateneo – i privati qui non li vedi neppure in fotografia». Significa che per cambiare l’università, non basta opporsi ai tagli di Tremonti e alla casta dei professori, ma […] che se ne rendano conto o meno… bisogna cambiare questo mondo.

Giorgio Salvetti

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