Partorire una stella danzante

Posted on 5 marzo, 2009

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Insegnandosi le cose a vicenda. Così come dice Andreas nel video è cominciata l’amicizia web 2.0 tra Speculum Maius e Iamarf. Con la curiosità reciproca per cosa stava facendo l’altro e la voglia di imparare a farlo.

MG: Ehi, mi piace questo corso… Dove ci si iscrive? 😉

A: Mi pare che tu sia già iscritta di fatto … come io sono iscritto al tuo “corso” …

Interessante quest’annotazione sull’iscrizione. Di fatto, sto spingendo questo corsetto verso la non iscrizione, verso le Open Education Resources che sto studiando con quegli altri pazzi (mi sembra proprio che si sia un gruppetto di pazzi, tutti fatti diversi ma che si divertono di molto.) di OpenEd, qui dentro.

I ragazzi lo vivono come un corso ma per me è ricerca pura. Ripeterò presto l’esperimento in altri laboratori. Li descriverò tutti qui perché anche questo fa parte dell’esperimento.

MG: Occorre avere un po’ di caos in sé per partorire una stella danzante. Friedrich Nietzsche

E’ vero. C’è bisogno di un po’ di caos, di amore per l’imprevedibile e per quella leggendaria 🙂 “didattica dell’imprevisto” di cui parla Vanna Iori per “partorire” costellazioni di blog con un semplice post e due-tre palle lanciate per aria (e chi c’era sa a cosa mi riferisco).

C’è bisogno di docenti che abbiano voglia di imparare e studenti che abbiano voglia di insegnare per la meravigliosa gratuità del farlo.

C’è bisogno di quelle emozioni che, se esplicitamente espresse, sembrano segnare ineludibilmente il tuo lavoro come “poco scientifico”.

Qualche anno fa, scrivevo:

Provo emozioni quando la fitta e invisibile trama del mio lavoro quotidiano si rivela nell’osservazione di un bambino. Provo emozioni quando ho la fortuna di partecipare alla lezione di una collega o quando cerco insieme a lei di colmare quella distanza che ci separa dalla soluzione di un problema. Provo emozioni quando la stanchezza non riesce a spegnere la felicità di aver, anche quel giorno, imparato qualcosa. Provo emozioni quando una “visita d’istruzione” si trasforma in poesia e le mani si impiastricciano di colla e colori mentre diamo forma al ricordo. Ma non so a chi parlarne. C’è sempre meno spazio e voglia di parlare di emozioni all’interno della scuola dell’autonomia.

E allora capisco Andreas quando scrive:

dopo avere lavorato per circa sei anni cercando di trasformare il mio ruolo di insegnante in una cosa nella quale potessi credere, mi sentivo terribilmente solo. Non trovavo interlocutori.

E capisco perché gli interlocutori te li vieni a cercare in Rete: incontri un sacco di gente con il tuo stesso bisogno.

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