Orizzonti di senso

Posted on 16 aprile, 2009

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pescatori

Immagine: Macoring Paolo

Leggendo dei tagli poderosi che si apprestano a mettere in ginocchio la scuola pubblica (e pensate che è solo il primo anno!) e, più specificatamente, a radere al suolo quella meridionale, mi chiedevo in che scuola tornerò una volta finito il dottorato… Ammesso e non concesso che ce l’abbia una scuola dove ritornare, dato che già quest’anno andranno in esubero i docenti di ruolo e se mi salvo quest’anno, dubito di riuscire a farlo per altri due anni di seguito.

Ipotizziamo comunque che io sia fortunata e mi ritrovi a ricominciare, ad esempio, in quelle scuole di frontiera da dove si sono mossi i primi passi, dove magari i problemi scuola-famiglia da affrontare riguardano la detenzione carceraria di uno dei genitori, il lavoro minorile o le regole di un mondo in cui lo Stato sembra confinato in “recinti” (come quello scolastico, appunto) ben definiti.

Credo che per un docente si tratti di una vera e propria opera di mediazione culturale. Almeno io l’ho sempre vista così. In primo luogo perché non puoi giungere come un kamikaze e pensare che tutto ciò che i bambini si portano dietro è sbagliato e da buttare perché, in automatico, loro penseranno la stessa cosa di te. In secondo luogo, devi imparare ad essere elastica, curiosa, sincera ma non ingenua (la storiella dello svantaggio socio-culturale molti di questi bimbi la conoscono meglio di te) e accettare che ci saranno molte più sconfitte di quelle che vorresti, perché il primo sistema che ti rema contro è proprio quello che dovresti rappresentare.

Perché mi sono ritrovata a scrivere di questo? Perché non vorrei che tutto questo parlare di tecnologie per l’apprendimento sia alla fine un baloccarsi di adulti che cercano di salvarsi dalla realtà, eludendola il più possibile. E non sto parlando, ovviamente, di quelli che ci fanno i soldi su questi “infingimenti” ma proprio di noi, dei docenti “illuminati e tecnologici”: quelli sopportati con un certo fastidio dai colleghi – che conducono la loro placida nave per rotte note, pacifiche, noiose e senza sorprese – ma anche silenziosamente tacciati di tradimento da quelli che… “anche tu con quelli che ci vogliono sostituire con il computer?”. Ed in effetti è proprio a questi ultimi a cui ho pensato quando ho letto il post di Mario Agati, in cui si parlava di collaborazionismo… 😉

Guardando però il lato più subdolo e oscuro della annosa questione legata alla bontà dell’insegnamento e a quella delle tecnologie al servizio dell’apprendimento, non ci si può nascondere che il pericolo di essere (anche inconsapevolmente) parte attiva di un’ulteriore mistificazione della portata degli strumenti è dietro l’angolo.

Ed allora ha ragione Antonio Fini quando si chiede se i laboratori informatici vadano smantellati perché sappiamo che la nostra riflessione “teorica” ci porta ad ipotizzare come naturale la necessità e l’esistenza di un PC ad alunno, disponibile direttamente in aula, sul suo banco. Ma non possiamo per questo ignorare che la dotazione media di una scuola ben attrezzata è di 1-2 videoproiettori, una quarantina di PC, un paio di portatili e una rete cablata (per tacere della necessità che i computer siano in un luogo solitamente ben protetto per evitare che li rubino quando non c’è nessuno).

E ben venga il parlare e il ragionare sugli aspetti culturali, ergonomici e cognitivi degli e-books purché non si scambino per tali ciò che è finalizzato al contenimento della spesa “per le famiglie” (ma ne siamo proprio sicuri?) e all’aumento dei guadagni delle case editrici compiacenti. Certo che gli e-book saranno l’unica via di scampo in un sistema scolastico in cui ti dovrai sciroppare lo stesso libro di testo per 5 o 6 anni! Ma quelli fatti da noi e non certo quelli racchiusi nei pdf di ordinanza!

E se troverò una LIM in aula la userò ma con quanto costa non credo che saranno poi così diffuse dove normalmente ti compri il materiale di facile consumo di tasca tua.

Allora certo che userò le tecnologie. Userò quello che troverò, al meglio delle possibilità. Mi auguro di avere sempre una connessione a Internet e me la farò bastare. Realizzerò gli artefatti tecnologici con tutto ciò che ho a disposizione, come ho sempre fatto. Sosterrò l’open source e l’open content così come il recupero di tutti quei PC abbandonati, in attesa di rottamazione.

Se non capiamo che l’utilizzo significativo delle tecnologie nella didattica non può che partire da qui, dalla motivazione e dall’iniziativa personale dei singoli (soprattutto nella scuola pubblica, dove nessuno ha intenzione di investire ma solo di lucrare a vantaggio di “altri” e a danno della maggior parte), non ci resta che aspettare tranquilli, governando le greggi ed instradandole verso il loro “naturale” destino.

E’ una storia già vista e sappiamo già come va a finire.

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