Scuola primaria tra presente e futuro: note a margine

Posted on 15 maggio, 2009

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Mercoledì scorso sono andata al seminario nazionale sulla scuola primaria (organizzato da FLC Cgil e Proteo Fare Sapere), che fa parte di un ciclo di incontri di studio che toccano tutti i gradi di scuola. In questa pagina potete trovare le sintesi dei seminari precedenti, a cui si aggiungerà anche quella sul seminario in questione, in vista della quale mi hanno chiesto di fare un breve sunto del mio intervento.

Avevo comunque già deciso di scriverne su questo blog, essendo stata una giornata densa. Cognitivamente ed emotivamente.

Gli spunti di riflessione sono stati numerosi a partire dalla constatazione di come i genitori siano ancora lontani dal prendere coscienza di ciò che sta realmente avvenendo (Marco Bronzini) e di come occorra uscire dal contesto degli addetti ai lavori per cercare di spiegare le ricadute che questa incredibile marcia indietro avrà sul destino dei nostri figli e sull’intero assetto sociale. E a questo proposito, ho trovato particolarmente interessante l’iniziativa della FIOM di Modena (riportata da Arturo Ghinelli), che ha chiamato i rappresentanti della FLC a parlare nelle fabbriche per spiegare gli effetti dei tagli e gli scenari futuri. Del resto, anche i dirigenti (Silvia Leonetti Tucci) si ritrovano a dover fronteggiare – senza averne le risposte normative – i dubbi di genitori che si chiedono, ad esempio: “Ma mio figlio, in 24 ore, deve imparare le stesse cose di quello che frequenta 27, 30 o 40 ore?”. Bella domanda, no? E certo che gli apprendimenti devono essere gli stessi. Sulla qualità, dovremmo però parlarne… Del resto è difficile parlare di qualità quando i tagli vengono fatti prima di avere i numeri sulle iscrizioni, come è stato ribadito sempre dalla dirigente.

Così come andrà pubblicizzato che – grazie al ritorno di un maestro unico che i genitori italiani hanno dimostrato non volere (e qui condivido l’invito di Diana Cesarin a fare una lettura critica dei dati sulle iscrizioni) – i maestri in realtà si moltiplicheranno senza nessun altro criterio che non sia quello dei tappabuchi.

Vorrei ricordare, a tale proposito, l’articolo di ScuolaOggi in cui si annunciava la grande svolta nella scuola primaria:

l’ultimo coniglio tirato fuori dal cilindro ministeriale è la figura dello “spezzonista”, strano animale pedagogico mai sperimentato nella scuola primaria. Si tratterà di un certo numero di insegnanti, che saranno nominati non per l’intera cattedra di 22 ore, ma per un numero di ore a geometria variabile. Questa nuova figura è, ovviamente, del tutto coerente con la filosofia del “tappabuchi” in quelle situazioni nelle quali nonostante tutti i marchingegni organizzativi fin qui utilizzati mancheranno “ore” di insegnamento per far fronte almeno alle esigenze minime di copertura oraria delle classi dei vari circoli didattici.

Interessante anche la discussione circa il ruolo dell’Ente Locale, a proposito del quale Pasquale Martino ha ricordato la nota giaculatoria della Gelmini circa il 97% delle spese del Ministero dell’Istruzione spese in stipendi e dei mirabolanti benefici che deriveranno dai risparmi reinvestiti nella scuola.

Un cavallo di battaglia che va smontato, sottolinea l’assessore, in primo luogo chiedendo cosa ne farà la Gelmini di questi risparmi (che vengono continuamente tirati fuori per ogni emergenza del sistema) e ricordando, al tempo stesso, che non c’è solo lo Stato a finanziare l’istruzione pubblica ma anche gli EE.LL. che mettono a disposizione gli edifici, i trasporti, le mense e così via, quindi le spese andrebbero ri-calcolate in maniera più globale.

Altra domanda scottante è quella relativa alla qualità del Tempo Pieno, le cui richieste anche a Bari si sono impennate e per soddisfare le quali l’amministrazione locale ha dato la sua disponibilità a fornire i servizi necessari. L’Aprea però, in occasione dell’ultima visita nella nostra amena città, ha detto che tutte le richieste di TP saranno soddisfatte ma con il maestro unico. Questo significa che, a fronte di 22 ore di insegnamento del singolo docente ce ne saranno ben altre 18 da coprire non si sa bene con quanti altri docenti. Da cui la domanda: ma che Tempo Pieno sarà?

Giungiamo così al mio intervento, messo su mentre ascoltavo ciò a cui ho brevemente accennato e che ho riorganizzato attorno a due pensieri forti.

Il primo è la necessità, in questi momenti, di avere la capacità – come dice Senge – di fare un passo indietro per guardare l’intera foresta e non i singoli alberi.

Dal punto di vista prettamente politico e normativo occorre ricordare:

1) il contrasto tra Italie che esce fuori dalla “distribuzione oculata” dei tagli, oltre a minare profondamente l’uguaglianza del diritto allo studio sul territorio nazionale, va ovviamente inquadrata nel più ampio disegno federalista che – al momento – lascia nel limbo la determinazione del “livello essenziale” delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che dovrebbero invece essere uguali su tutto il livello nazionale (e tra cui quello all’istruzione rientra).

Dal punto di vista prettamente sindacale, poi, è lecito chiedersi (e chiedere, così come ho fatto), come il sindacato affronterà gli inevitabili egoismi regionali destinati “naturalmente” a sorgere nel momento in cui le risorse diventeranno sempre più scarse. La domanda è lecita e doverosa e non vuole assolutamente urtare la sensibilità di nessuno ma nel momento in cui, l’USR pugliese si trova a ridistribuire ulteriormente i tagli fra ordini di scuola, per evitare che le scuole chiudano, c’è poco da discutere. Noi siamo già in ginocchio, al primo anno di tagli (dell’era Gelmini). Se le scuole vengono chiuse, come si fa poi a parlare di qualità dell’insegnamento?

2) Per ciò che riguarda la questione economica, chi si dovesse trovare a parlare con i fan del Gelmini-pensiero, dovrebbe ricordare almeno un paio di cose:

  • solo il 30% dei risparmi ottenuti da questo scempio, ritornerà alla scuola mentre il 70% se lo papperà Tremonti. La scelta di impoverire ulteriormente il sistema scolastico è una scelta profondamente politica e ideologica perché segna l’assetto sociale di una nazione;
  • quando si parla in termini percentuali, imbrogliare le persone è molto facile. A fronte di un disinvestimento costante nel settore dell’istruzione nell’ultimo ventennio (prova ne sia il decremento progressivo della quota di PIL dedicata a questo scopo dal 1990 ad oggi), è ovvio che se l’unica spesa che non puoi comprimere è quella degli stipendi, questa avrà un peso che sembrerà enorme. A parte il fatto che secondo l’OCSE il 93,7% (e non il 97%) è assorbito dalla spesa corrente, di cui gli stipendi coprono l’80,4% (cioè il 75,33% della spesa complessiva) e quelli per i soli insegnanti il 64% (come sottolinea l’FLC di Gorizia).

Dal punto di vista culturale, di quella che i guru dell’organizzazione chiamerebbero la vision della nazione, l’attacco alla scuola primaria:

1) va visto come il tentativo di dare un colpo mortale alla funzione educante che questo segmento di scuola ha da sempre avuto nei confronti della collettività. La scuola elementare, con tutti i suoi difetti, è il luogo metaforico dove si “costruisce” la comunità, dove le classi sociali si mischiano e le differenze si contaminano. E’ la scuola di tutti, che si fa carico – anche con molta fatica – di bisogni plurimi. Impoverirla e colpire la cuore la sua qualità, renderla meno desiderabile per le famiglie che possono permettersi altro, significa puntare a spezzare i legami sociali in profondità, ricacciandoci nella solitudine della scelta individuale;

2) va denunciato anche come il deprecabile tentativo di criminalizzare i bambini per colpire gli adulti e dividerli ulteriormente. Tutta la retorica mediatica sulle classi separate e sulla denuncia sui bambini figli di clandestini ma anche il subdolo accostamento fatto alla chetichella tra i bambini diversamente abili (e connesso obbligo di portarli di fronte alla Commissione degli Invalidi civili per il riconoscimento del sostegno), l’alto numero degli insegnanti di sostegno e la polemica (periodicamente tirata fuori al bisogno) sui falsi invalidi. Si continua a camminare sulla testa e il futuro dei bambini senza alcuna remora e vergogna.

3) non deve far dimenticare che è stata proprio la politica dell’integrazione a portare, nella scuola tutta, riflessioni pedagogiche e strumenti valutativi di cui si sono avvantaggiati tutti gli alunni, anche – se non soprattutto, mi verrebbe da dire – quelli normodotati. Del resto, come Canevaro riportava nella prefazione di Ragazzi scomodi

«Interrogare una cultura sulle sue esperienze-limite significa interrogarla ai confini della storia, su una lacerazione che è come la nascita stessa della sua storia». (M. Foucault, Storia della follia)

Ma la scuola che include è una scuola faticosa, che ha bisogno di risorse finanziarie, umane e di costante riflessione sulla prassi per arricchire la teoria. E la scuola elementare è oggi stanca, logorata da 10 anni di barricate nel tentativo di salvare la propria specificità, il proprio progetto culturale, la propria professionalità… A partire dalla Moratti, per arrivare alla Gelmini (passando per Fioroni), il nostro tempo è stato sempre di più sottratto a quella fucina culturale che ci ha visto elaborare curricoli e contribuire attivamente alle scelte ministeriali, per cominciare a fare i salti mortali per riuscire a fare scuola nonostante i nostri ministri dell’istruzione.

E questo è sicuramente un dato che ha influito non poco anche sulle nuove leve di insegnanti, rimaste estranee spesso al valore pedagogico e organizzativo di concetti come contitolarità e corresponsabilità del team. E la “formazione del docente” si fonda anche su questo.

PS manca qualche relatore (per mia colpevole stanchezza) ma ci tengo a sottolineare che Domenico Pantaleo, nel corposo intervento finale, ha ribadito che la FLC non accetterà l’esistenza di diritti universali a geometria variabile… 

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