Sull’immigrazione dei cervelli

Posted on 20 maggio, 2009

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Quanto ai poli di attrazione, fanno invidia il Canada (che tra immigrati laureati di paesi Ocse e non Ocse va in attivo di due milioni e 200 mila unità), l’Australia (in attivo di un milione e 520mila) e gli Stati Uniti, capaci di attrarre complessivamente quasi dieci milioni di «dottori» stranieri. Una forza d’urto intellettuale, scientifica, professionale impressionante. Che straccia ogni confronto.

E che proprio in momenti di crisi quale questo rischia di pesare come l’enorme differenza tra loro e noi. Con le nostre università piene di mogli, figli e cognati. I nostri istituti di ricerca asfissiati da continui tagli di bilancio. Le nostre aziende familiari dove il padre preferisce passare al figlio, magari un po’ «mona», piuttosto che affidarsi a «forestieri». I nostri Ordini sbarrati con i catenacci verso i giovani «intrusi».

Certo, quelle degli altri sono società «multietniche». Che qualcuno, da noi, guarda con fastidio. Ma ce la possiamo permettere una società ermeticamente chiusa e protetta non solo dalle motovedette ma anche dai vigilantes degli orticelli scientifici e professionali in un mondo in cui, come spiegava l’altra settimana sul «Sole 24 ore» Giorgio Barba Navaretti, i lavoratori immigrati sono «uno ogni quattro in Australia, ogni sei negli Usa, ogni nove in Gran Bretagna e ogni quindici in Italia»?

dal Corriere

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