Cin@med (ovvero della pressione deittica di un testo filmico)

Posted on 21 ottobre, 2009

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A me interessa il perché uno spettatore, educatore, insegnante vede un film in quel determinato modo e non solo il modo in cui lo vede, io voglio sapere anche il perché lo vede in quel modo lì. Lo scopo è quello di far emergere e di restituire nelle mani dello spettatore i criteri di selezione, le gerarchie di importanza, i criteri di attribuzione, di senso e di significato che egli mette in campo consapevolmente o meno già a livello percettivo e anche che cosa guida e orienta il suo sguardo e la sua attenzione, quali sono i suoi codici interpretativi e quali le modalità di organizzazione del significato quando è esposto alla pressione deittica di un testo filmico…
La posta in ballo non è affatto irrilevante. vello smontare e valutare l’esperienza altrui mi ritrovo oggettivati i modi in cui organizzo e guido e valutp la mia di esperienza; dal come guardo a una vicenda esterna alla mia esperienza imparo qualcosa sul perché guardo e valuto le mie vicende in quel modo lì…

Se siete giunti qui preoccupati del mio equilibrio psicofisico o in cerca di qualche strano rito wodoo postmoderno, vi rassicuro: niente di tutto questo.

E’ solo che mi sono voluta distrarre un po’ andando a vedere cosa stava combinando il mio blog-collega Andreas e mi sono ritrovata a curiosare su Cin@medPercorso di formazione ad un sapere riflessivo nella professione medica attraverso l’uso dei film (a cura di Patrizia de Mennato, Andreas Formiconi, Amedeo Amedei, Stefano Beccastrini), che potete vedere presentato qui, una slide dietro l’altra

Molto coraggiosi, devo dire, i curatori, tenendo conto delle difficoltà insite nella proposta di percorsi non convenzionali all’interno dei contesti (iper)formali di apprendimento, quali sono i nostri atenei, nonché di una metodologia da “clinica della formazione” (intendendo per tale quella originaria, ovviamente), che non potevo non riconoscere… 🙂

Del resto, i veterani di questo blog sanno come la penso circa gli stretti intrecci tra il mondo dell’educazione e quello della cura

Allora mi sono soffermata sulle parole di Patrizia, una studentessa che partecipa al percorso, che pur esprimendo il proprio apprezzamento per l’iniziativa, si rammarica

che però non sia stato possibile coglierne i reali vantaggi, mi sembra che sia stato perso lo scopo emotivo del film.

Perchè usare un metodo di comunicazione artistico invece che prettamente didattico al fine di trasmettere la conoscenza? io avevo capito che questa scelta venisse fatta perchè l’arte usa un linguaggio diverso e più immediato rispetto alla lezione cattedratica, ed allora perchè alla fine del film si è tornati al sistema didascalico della lezione vecchio stile? perchè si è svolta una presentazione con tanto di slides?

Era ovvio che mi tornassero in mente le parole di Angelo Franza al convegno di qualche anno fa, “Il mondo, che sta nel cinema, che sta nel mondo” [pdf], rinvenibili negli atti (pp.45 et sgg) anche su Google Books :

A me interessa il perché uno spettatore, educatore, insegnante vede un film in quel determinato modo e non solo il modo in cui lo vede, io voglio sapere anche il perché lo vede in quel modo lì. Lo scopo è quello di far emergere e di restituire nelle mani dello spettatore i criteri di selezione, le gerarchie di importanza, i criteri di attribuzione, di senso e di significato che egli mette in campo consapevolmente o meno già a livello percettivo e anche che cosa guida e orienta il suo sguardo e la sua attenzione, quali sono i suoi codici interpretativi e quali le modalità di organizzazione del significato quando è esposto alla pressione deittica di un testo filmico…

E che sarà mai questa pressione deittica? °_°

Agosti, rimandando nelle note al testo di Angelo Franza che la descrive esplicitamente, ne parla così:

pressione deittica

In effetti, può succedere che gli esiti non siano sempre quelli che in un primo momento ci si aspetterebbe. Patrizia si lamenta che

dalla discussione che è scaturita in seguito poi, anzichè parlare del film, gli studenti hanno sfogato il loro disappunto circa l’obbligatorietà dell’iniziativa, travisando completamente il significato di ciò che invece dovrebbe essere obbligatorio ovvero la capacità di riflettere e farsi domande.

Del resto, ci ricorda ancora Franza,

la posta in ballo non è affatto irrilevante. Nello smontare e valutare l’esperienza altrui mi ritrovo oggettivati i modi in cui organizzo e guido e valuto la mia di esperienza; dal come guardo a una vicenda esterna alla mia esperienza imparo qualcosa sul perché guardo e valuto le mie vicende in quel modo lì…

Basta così. Torno al mio lavoro. Ma la citazione del testo da cui è nato questo blog non me la potevo far sfuggire… 😉

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