Inconsapevolmente: dalla Media Education alla Clinica della Formazione

Posted on 4 gennaio, 2010

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Ho cominciato a scrivere questo post pensando di parlare di Media Education e sono finita a discutere di Clinica della Formazione. Perdonerete la digressione ma è stato il testo a condurmi per mano…

Ricordandovi il “bando” a breve scadenza lanciato in questo post per individuare qualche esperienza didattica da segnalare a Maria Ranieri per il data base europeo sull’argomento,  rilancio anche un documento tratto dal sito del MED e scritto da Roberto Farnè su La media-education che non si vede e non si dice [pdf].

Mi ha colpito, in primo luogo, la citazione (p.2) della ricerca condotta da Ilaria Bolognini in alcune scuole dell’infanzia della provincia di Bologna, finalizzata a rilevare la presenza di attività di media-education nei percorsi didattici di quelle scuole, che
ha messo in evidenza un dato interessante…
L’autrice scrive: «Dall’indagine è emersa una Media-education presente nelle scuole dell’infanzia, anche se realizzata in modo quasi del tutto inconsapevole dalle insegnanti. Nel momento in cui ho contattato telefonicamente le singole coordinatrici delle varie scuole per fissare un appuntamento ho assistito allo stesso tipo di reazione. Tutte le insegnanti, anche le più disponibili, hanno risposto con le seguenti parole: “Guardi, glielo posso già dire al telefono, noi non facciamo percorsi sui media. È inutile che venga, perderebbe solo tempo”».
Ciò che l’autrice dell’indagine ha rilevato è che la maggior parte delle insegnanti, con il termine “media” intendono i mezzi dotati di un apparato tecnologico sofisticato e nei confronti dei quali si dichiarano incompetenti (computer, videogiochi ecc.). Nelle loro attività didattiche rientrano invece con una certa frequenza la fotografia secondo diverse modalità d’uso, le illustrazioni a supporto di narrazioni e di vari argomenti trattati, la visione di cartoons, il fumetto. E’ evidente, sottolinea Ilaria Bolognini, «come giochi un ruolo confusivo la scarsa consapevolezza sulla identità dei media»; non è così ovvio per le insegnanti che utilizzare dei media tradizionali, tecnologicamente più poveri, con un minor grado di virtualità e un maggior grado di concretezza e materialità, significhi comunque fare educazione con e sui media. Ciò che cambia, e non è poca cosa, è l’intenzionalità pedagogica che può assumere la media-education.
Dalla scarsa incidenza delle tematiche concernenti la Media Education nei corsi di formazione in servizio si passa quindi a declinare il concetto di intenzionalità pedagogica dentro e fuori le mura scolastiche, lamentando la necessità di una maggiore osmosi tra i sistemi intra ed extrascolastici: nel primo caso i percorsi sarebbero caratterizzati da una logica programmatoria, rigida e finalizzata contrapponendosi a quelli a-specifici dell’extrascuola, più orientati alla socializzazione che sembrerebbe non ha che fare con la pedagogia in senso stretto (?)
cioè con i processi educativi in qualche modo definiti e gestiti seppur in maniera non necessariamente direttiva.
E qui, con mia somma sorpresa, salta fuori Riccardo Massa e il suo gruppo di Clinica della Formazione a proposito della figura pedagogica del mentore, in grado di fornire una
chiave di lettura autenticamente pedagogica in cui poter collocare la media education rispettandone in pieno la dimensione non scolastica, come peculiarità formativa.
A mio parere, il discorso – da questo punto in poi – si è allargato un po’ troppo, rischiando di tirare una linea netta tra ambiti vitali che così separati poi non sono e di oggettivare “figure” che non sempre lo sono.
Ricordo una discussione con Angelo Franza proprio sul testo di Paolo Mottana, Il mentore come antimaestro, in cui si paventava proprio questo rischio, così come mi torna alla mente che – durante il mio percorso di Clinica della Formazione – un collega individuò il suo mentore in un anziano incrociato per pochi minuti nel negozio dove aveva deciso di andare a lavorare invece di continuare a studiare. Una semplice frase bastò a farlo tornare sui suoi passi…
I mentori che ci scegliamo, poi, non è detto che siano necessariamente positivi per la nostra formazione. Anche Lucignolo può essere definito un mentore 🙂 così come quell’insegnante che ci ha umiliati davanti a tutti e che, inconsapevolmente, assumiamo come modello da perpetrare o ribaltare. Estrapolare questa figura dal più ampio dispositivo pedagogico di cui fa parte ed utilizzare la “deissi esterna” per fare degli esempi tratti dai film (chissà cosa ne direbbe Franza… °_°) mi pare un po’ azzardato.
E questo lo sottolineo perché sono sinceramente un po’ scettica del “successo” che ultimamente sta riscuotendo Clinica della Formazione (come rilevo dalle chiavi di ricerca che portano al blog e dal numero sempre maggiore di documenti sul tema che si trovano in giro per la Rete) con il rischio, da un lato, di banalizzarla, dall’altro di presentarla quasi come una pratica esoterica. Si può essere d’accordo o meno sull’approccio di Riccardo Massa alla formazione dei formatori (e, in genere, a tutti quelli impegnati nelle cosiddette “professioni della cura”) ma non è un qualcosa di cui si può discettare teoricamente, senza attraversarne il processo e, soprattutto, senza una adeguata consapevolezza del ruolo svolto dalla cosiddetta pressione deittica.

Così come avrei da ridire sulla descrizione di Clinica della Formazione data a pag.8 da Cambi [pdf] un po’ troppo “patologica” a mio parere: il termine “clinica” fa riferimento al “reclinarsi su se stessi” per “attivare lo sguardo relativamente alla relazione che ognuno di noi ha con la propria esperienza”.  “Si tratta di far emergere la teoria latente che sottende alla prassi che ogni formatore mette in campo”. “L’esplicitarla ci renderà capaci di capire i perché e e i come di certi esiti della nostra pratica”.

La dizione di “clinica”, checché ne scriva Cambi, è tutt’altro che esplicita. Nel lontano 2002, cominciavo il master appuntandomi queste parole di Angelo Franza:
“Questo master mette al centro del setting di lavoro la propria esperienza professionale. Ciò implica il riconoscimento ai partecipanti della loro adultità. Occorre in primo luogo imparare a riconoscere e a studiare le proprie tattiche e strategie di apprendimento nella propria prassi professionale. La teoria è successiva all’esplorazione e all’interrogazione di tale prassi. Tale interrogazione è di tipo clinico e si può capire che cos’è quest’ultimo solo mettendolo in pratica… ”.
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