Insegnamento universitario e tecnologie internet: chiose

Posted on 14 gennaio, 2010

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Quest’anno, per numerosi e variegati motivi, me ne sono rimasta un po’ in disparte nella blogoclasse di Andreas anche se non ho mai trascurato di dare un’occhiatina periodica per tenere d’occhio quel mattacchione e scoprire se c’era qualche esca per me.

Per chi non lo sapesse, infatti, la frequentazione digitale tra me e Andreas 🙂 è caratterizzata da un gioco continuo di “esche” che appendiamo alla porta del nostro blog in attesa che l’altro fiuti l’aria e venga a commentare (o ci scriva sopra un post con relativo pingback).

Questa volta l’odore l’ho sentito da lontano ed accomi qui a chiosare un po’ su didattica universitaria e tecnologie internet, dal punto di vista della mediatrice didattica, come ormai uso definirmi.

Sono sempre stata convinta, infatti, che una modifica così profonda del setting formativo vada ben oltre un “semplice” mutamento di “formato” (e del resto la letteratura in questione si spreca) richiedendo un’accurata opera di familiarizzazione del docente (e degli studenti) con il nuovo ambiente e una ristrutturazione profonda delle proprie strategie professionali e della propria immagine interiore.

E sì, caro Andreas. Perché è vero che, tecnicamente, le possibilità che tu enumeri (trasferimento delle “dispense” in un sito web ad accesso controllato o libero e creazione di una comunità) per utilizzare i servizi web in un insegnamento universitario sono indiscutibili ma vanno “incrociate” con una serie di variabili che comprendono (in ordine sparso):

1) il tempo dedicato all’insegnamento e il ruolo di chi vi si dedica; 2) il tipo di materia insegnata; 3) il livello di “cittadinanza della Rete” del docente; 4) il livello di “scolarizzazione” e “clientelizzazione” degli studenti.

Per quanto riguarda il primo punto, non dobbiamo dimenticare che esistono docenti – magari brillanti e preparati, per carità – che subiscono la docenza come un’incombenza necessaria e che non sempre riescono ad essere incisivi ed efficaci nell’insegnamento quanto lo sono nella ricerca. Non è un caso, quindi, che una buona parte delle lezioni non venga svolta da loro e abilmente scaricata sul nutrito sottobosco di servi della gleba (io in qualità di dottoranda ne faccio parte quindi nessuno si offenda) su cui si regge il feudo universitario.

Del resto, tutta questa attenzione per la qualità della didattica universitaria è cosa recente… Per decenni ci sono stati professori che hanno bloccato uno studente con la tesi pronta magari per una semplice idoneità senza che nessuno dicesse nulla o hanno costretto a mandare a memoria i loro testi, accontentandosi di sentir ripetere pedissequamente le loro parole all’esame per sentirsi soddisfatti. Io mi sono laureata nel 2001 e potrei farti nomi e cognomi.

Può la tecnologia intervenire su questa maniera di concepire l’insegnamento? Sicuramente no.

Tornando nello specifico, tu sai benissimo che il passaggio ad una didattica “diversa”, “innovata” richiede una serie di aggiustamenti progressivi negli anni che implicano quindi una certa stabilità nelle persone che si occupano di quell’insegnamento, dentro e fuori la Rete. E questa condizione strutturale spesso viene meno. Del resto, ci sono docenti che pensano che una volta messi online i materiali la cosa sia finita lì…

La tipologia di materia insegnata è un altra discriminante che non va trascurata, sia perché la significatività delle attività didattiche muta a secondo dei contenuti trattati sia per il livello di competenza digitale richiesta per svolgere tali attività.

Esempio: far creare e scrivere un blog a dei ragazzi in un corso di Informatica rende particolarmente significativo l’apprendimento dato che fa leva sul “vedere” immediatamente i risultati del proprio lavoro (oltre che, ovviamente,  sul forte intreccio tra medium-per-apprendere e contenuti-appresi).

Dunque, il docente che si presenta in aula annunciando il trasferimento in Rete delle attività didattiche avrà maggiori probabilità di successo di una docente di Letteratura Latina (un esempio a caso… 😉 ) che è costretta a richiedere quello che viene percepito come uno sforzo aggiuntivo e cioè quello di utilizzare uno strumento che,  alla maggior parte dei ragazzi, risulta sostanzialmente estranea nei termini di arricchimento culturale.

E per fare questo sforzo, sicuramente è fondamentale che il docente venga percepito come “abitante della Rete”… E non si diventa abitanti della Rete da un giorno all’altro. Soprattutto è l’orientamento nella Rete che è difficile da acquisire per i gutemberghiani DOC 😉  Inclusi i nostri studenti.

Giungiamo così a quelli che sono i grandi assenti del tuo post, a mio parere: i soggetti in formazione.

Il vantaggio di essere una maestra che insegna all’università è quello di avere sott’occhio all’incirca il “ciclo completo” di formazione dello studente a partire dalla materia semi-lavorata al prodotto finale (perdonate la metafora ma in un’istituzione in cui si mercanteggiano crediti non credo che nessuno se la prenda).

Il che mi porta spesso a chiedermi come facciamo (come sistema) ad essere così paradossalmente distruttivi in termini di curiosità del mondo, partecipazione, voglia di imparare… Che fine fanno quei bambini che non hanno paura del nuovo, per i quali non esiste il “difficile” ma solo nuove scoperte? In questo senso, gli effetti della scolarizzazione più becera e – ancor di più – della disciplinarizzazione della conoscenza all’università emergono in tutta la loro dirompenza.

La maggior parte arriva passiva, con un atteggiamento di attesa del nuovo contenuto da ingurgitare, senza pensare, senza collegare, senza provare a capire il perché di questo contenuto invece di un altro.

Trarli fuori da questa passività è faticosissimo ed è difficile che riesca con tutti. E non a tutti i docenti interessa cambiare la situazione.

E dove non arriva la scolarizzazione, agisce la “clientelizzazione” in base alla quale le scelte curricolari vengono influenzate dalla raccolta punti-crediti, dal numero di pagine da studiare, dal voto che mediamente il docente mette a quell’esame e così via. Diventa tutta una questione di conteggi.

E di questo gli studenti sono corresponsabili. Stiamo parlando di università e non di scuola elementare. Stiamo parlando del loro e del nostro futuro e della possibilità di cambiarlo. Stiamo parlando dell’accettare (senza reagire) il niente in cambio di niente, in attesa dell’agognato pezzo di carta privo di un reale significato. Ma a molti va bene così. Perché?

Sarebbe il caso di rifletterci sopra.

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