Una “e” di troppo?

Posted on 29 aprile, 2010

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In una sua nota su FB, Eleonora Guglielman commenta l’ultima edizione di Didamatica ricordando

che l’e-learning non è solo “apprendimento elettronico” ma anche e soprattutto progettazione di ambienti di apprendimento aperti, distribuiti e flessibili, centrati sul soggetto che apprende e basati sull’interazione e e sulla condivisione delle risorse. Una definizione che proprio in quanto definizione appare in parte superata, ma straordinariamente innovativa se consideriamo il tenore di taluni interventi che sono stati presentati nell’ambito delle tre giornate di Didamatica.

Non essendo stata presente all’ormai storico convegno (forse troppo “storico” secondo alcuni ;-)) ho dato una sbirciatina gli atti dei full/short paper senza trascurare i poster e i contributi ai workshop. Le impressioni che ne ho ricavato ricalcano il commento di Eleonora circa una situazione generalizzata (tranne rade eccezioni) per ciò che concerne i convegni nostrani sull’e-learning.

Ciò che ormai non mi colpisce più (ma che si può facilmente constatare in parecchie di queste occasioni) è, in primo luogo, la ripetitività dei cognomi degli autori dei contributi: capisco che nel panorama italiano ci si conosce un po’ tutti ma andare ad ascoltare due o tre volte lo stesso autore nello stesso convegno mi pare un po’ troppo! E’ anche vero, però che se quelli sono i contributi a disposizione non si possono certo inventare. E allora forse dovremmo chiederci il perché di questa situazione di sofferenza

Altro elemento che, personalmente, mi colpisce spesso in negativo è la formulazione dei titoli, qualche volta modello “lista della spesa”, qualche volta “fiera dell’ovvietà”, altre volte sobri ed essenziali (i migliori!) ma mai “attraenti”. Magari questa è una mia debolezza 🙂 tramandatami dai miei maestri e colpisce solo me, però sforzarsi di evitare titoli del tipo “Fare torte con l’e-learning!” o “L’utilizzo del mouse nella classe VB di Roccaverdina studiando le mosche nell’ora di scienze” aiuterebbe il convegnista a capire perché deve impiegare il suo tempo andando ad ascoltare il tale relatore.

A ben vedere, però, ciò che rivelano queste osservazioni va ben al di là del singolo evento. In primo luogo, evidenziano il paradosso di stare ancora qui a parlare di e-learning come formazione a distanza, alternativa a quella in presenza in un mondo in cui la connessione online fa parte della nostra sfera di relazioni offline. Che senso ha parlarne come di e-learning-applicata-a-qualche-cosa quasi fosse un congegno meccanico multiuso? In un contesto in cui è normale spedire un’e-mail al tuo compagno di banco o al tuo collega, scambiarsi foto su FB e chattare un po’ prima di andare a dormire per le ultime chiacchiere della serata, che senso ha continuare ad ostinarsi a tenere separati gli spazi e i luoghi di riflessione di chi fa formazione? Non è che la “e” sta cominciando a diventare veramente di troppo, quasi d’ostacolo alla riappropriazione/rifondazione di una riflessione che è – primariamente e fondamentalmente – didattica?

Ci sarebbe poi da considerare più approfonditamente il senso delle esperienze didattiche che si presentano anche a livello di “disseminazione di nuovi modelli/strumenti”. Ma in merito la cosa diventa realmente complicata e, per il momento, preferisco fermarmi qui.

Update: la nota di Eleonora è anche visionabile sul suo blog.

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