La scuola virtuosa e la rendicontabilità sociale

Posted on 12 maggio, 2010

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Chi legge questo blog sa come la penso in merito al disegno che da un quindicennio a questa parte si sta portando avanti in maniera bipartisan (come si suol dire ultimamente) relativamente allo smantellamento del sistema pubblico d’istruzione e ad uno svuotamento di senso della sua funzione

eminentemente etico-politica di formare uomini e cittadini capaci di partecipare in modo consapevole e responsabile al progresso socio-economico e culturale, ma anche di saperne prevedere gli esiti umano-sociali e di conservare l’integrità della persona nella ricchezza delle sue espressioni [G. Russillo].

In uno dei primi numeri della rivista LEM a cui contribuii, Leonardo Mancino, nella sua lettera di commiato, denunciava

Quel che è certo è che il Ministero della pubblica istruzione, non ha avuto né il coraggio, né la forza né la voglia di misurare il sistema, o baraccone, della scuola, sui grandi mutamenti di fine secolo, e nel fuoco di una ridiscussione collettiva. La miseria delle categorie politiche ha stinto anche sulla miseria del pensare la formazione. La consegna degli istituti alle cosiddette autonomie è stata assieme una elusione dell’interrogativo principale, quale scuola e per chi, e una ridistribuzione dei suoi poteri minori ai mezzi e agli umori di una società inuguale. Se è compreso il problema, così serio da non poterlo lasciare all’occasionalità delle imprese, della formazione di una forza di lavoro, nel momento in cui il lavoro oscilla paurosamente da una totalità, quale mai aveva avuto prima, in quanto accesso ai soldi, al successo, alla competizione, a una negazione come mai aveva avuto prima, in nome di un io che esisterebbe fuori della relazione specifica dell’operare, libero e non libero, assieme.

Meditabonda ormai da tempo sul senso del mio fare e del mio pensare, mi sono tornate in mente queste parole mentre leggevo questo “scambio epistolare” tra Comitato Precari Scuola Napoli ed un Dirigente Scolastico della città. Buona lettura (si fa per dire)…

Dalla Lettera ai presidi del CPS Napoli

Virtuosa, prima dell’autonomia, sia pur con tutti i suoi limiti, era la scuola capace di selezionare su base culturale studenti di tutte le classi sociali e di proiettarli nella dimensione di quel pensiero critico stucchevolmente richiamato ad ogni pie’ sospinto dalle recenti circolari ministeriali, ma de facto vilipeso e annichilito.

Oggi, invece, la scuola “virtuosa” è quella che, entrando ansiosamente in competizione con le altre “agenzie formative” sappia allettare il maggior numero possibile di studenti con la promessa di promozioni facili e la proposta di attività devolute allo scopo di radicare nel sentire dei nostri viziosi e viziati rampolli l’idea che lavoro e impegno sono per i fessi, i poveri e gli immigrati e che la loro “preziosità” consiste semplicemente nell’esistere in quanto fattore economico che stabilizza un sistema perverso, non in quanto individui che si preparino a dare il loro contributo.

Dalla lettera di risposta di un Dirigente scolastico

Perché ritiene la rendicontazione sociale tanto odiosa? Un servizio pubblico deve offrirsi alla valutazione degli utenti. Capisco che questi termini possano non piacerle, ma essi non sono né di destra né di sinistra: fanno parte di un’evoluzione in positivo della Pubblica Amministrazione, cominciata da Bassanini per finire a Brunetta. Di quest’evoluzione, come cittadini dobbiamo essere contenti: finalmente la semplificazione, la qualità e il gradimento del servizio pubblico cominciano a essere presi in considerazione.

Dalla risposta del CPS

La “rendicontazione” non ci piace e non ci piacerà mai perché siamo e resteremo convinti del fatto che orientare un cervello e un’anima non sia un’attività “rendicontabile” e che il progresso culturale non possa essere “offerto” come un prosciutto e “garantito” come la genuinità di una mozzarella.

Inoltre, il Suo discorso sulla “finalmente” prevista risposta alle famiglie è specioso e falsificante: non ci risulta, infatti, che i docenti della passata generazione, i docenti della scuola-istituzione e non della scuola-servizio, non vessati né costretti a promuovere tutti e socialmente tenuti in alta considerazione, agissero nell’impunità e nell’arbitrio!

Le famiglie hanno sempre esercitato il loro diritto di controllo, ma nel rispetto della dignità del docente e presupponendone la cultura e la buonafede, mentre ora, ridotte a “clientela” e percependosi come tale, partono dal presupposto che il docente sia sempre e comunque ignorante, sempre e comunque responsabile del mancato “successo” educativo dei propri figli, sempre denunciabile e sempre tenuto a soggiacere a qualsivoglia richiesta.

Soddisfatti o rimborsati, insomma: i presidi garantiscono!

Immagine:  mark78_xp

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