“Predestinazione” culturale

Posted on 1 luglio, 2010

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Un po’ a corto di argomenti circa lo sbandierato merito che in un indecifrabile ed indefinito futuro prossimo dovrebbe essere riconosciuto ad un’esigua percentuale di docenti sopravvissuti alla mattanza, la nostra adorata ministra ha rivolto il suo sguardo al segmento “scuola media”, probabilmente reo di non aver ancora pagato un dazio adeguato sull’altare del grande disegno tremontiano di riforma della scuola. E gli effetti del suo sguardo sono noti fin dall’antichità…

Nella fantastica e futuribile era del leggere-scrivere-e-fare-di-conto (a cui aspiriamo quasi fosse l’età dell’oro di virgiliana memoria) tutto ciò che oltrepassa questi ristretti confini è superfluo. Ne consegue che, anche le medie necessitano di una sforbiciatina alle discipline… superflue nonché di una chiara presa di coscienza (finalmente!) della funzione di questo grado di scuola: la scrematura sociale. Una grande novità veramente!

Leggo su Tuttoscuola:

Su un intervento di una ascoltatrice, docente di scuola superiore, che lamentava il crescente basso livello di preparazione degli alunni che arrivano dalla scuola media, il ministro Gelmini ha dichiarato che la scuola media va ripensata.

Secondo la Gelmini, nella scuola media, nel corso degli anni, sono state introdotte molte materie ma si è persa di vista la preparazione sulle materie fondamentali, come l’italiano, la matematica, la lingua.

Sì, sì. Avete capito bene. Proprio quell’italiano che è stato ritoccato al ribasso con il DPR 89/2009 [pdf] griffato Gelmini. E’ noto come la coerenza non sia più di casa da tempo da queste parti.

E’ però interessante soffermarsi sul vero messaggio che la nostra ministra vuole veicolare e che – conoscendo quanti colleghi abbracciano il Mastrocola-pensiero (per approfondirlo consiglio vivamente la lettura di questo e questo post di G. De Michele), nostalgico di un mondo liceale che chiudeva la sua porta in faccia a tutti quelli che non erano all’altezza di capirne/carpirne la cultura – sarà apprezzato anche da molti addetti ai lavori (oltre che, ovviamente, dai nostalgici del “come eravamo”, “ai miei tempi…”, “certe cose le ricordo ancora a memoria…”, ecc. ecc.).

“Intendiamo dare più peso allo studio dell’italiano, ha detto, aggiungendo che serve anche maggiore orientamento dei genitori e attenzione alle inclinazioni dello studente: è inutile – ha spiegato – iscrivere un ragazzo al liceo se è più portato per la manualità” [Tuttoscuola]

A proposito del delicato passaggio dalle medie alle superiori, ha inoltre indicato fondamentale rafforzare “l’orientamento perché è meglio indirizzare un alunno subito nella scuola adatta”. [Tecnica della scuola]

E qual è la scuola adatta? Quella che ti viene predestinata dalla tua estrazione socio-culturale, così ben descritta dalla nostra docente-scrittrice che rivendica il diritto di insegnare e basta?

Io non posso passare il mio tempo a convincere una classe che deve studiare. Questo deve essere dato a monte, deve essere un fatto acquisito. Io devo andare davanti a una classe che è già motivata allo studio, che ha scelto di studiare; allora posso cominciare il mio lavoro, se no no.

E’ per questo che insegna in un liceo, no? Per trovare figli di gente “motivata”, pronti ad abbeverarsi alla fonte della cultura, senza che nessun ostacolo si frapponga al travaso.  Mi immagino lo sconforto e la depressione in cui cadrebbe se nella sua classe si trovasse ad avere a che fare con qualche ragazzo dai bisogni speciali. Per fortuna che in Italia vengono dirottati altrove (lì dove vanno quelli “portati per la manualità”) e i rischi che approdino ad un liceo sono minimi se non nulli. Non siamo mica in Spagna, dove si fanno laureare anche i down!

A prescindere da queste ovvie considerazioni, non dobbiamo dimenticare che, già oggi [La Stampa]

nei licei c’è maggiore correttezza ortografica, ma per fattori sociali e culturali, visto che la lingua parlata si impara in casa propria, o nel proprio ambiente, in modo naturale. Dove è più importante l’insegnamento «esplicito» – un caso potrebbe essere l’uso della punteggiatura – «anche nei licei la padronanza è debole».

Interrogarsi sui modelli che circondano i ragazzi, sul tipo di pratica e sul ruolo del codice scritto nella società del terzo millennio è probabilmente chiedere troppo. Anche il giornalista de La Stampa obietta:

ma perché prendersela tanto con gli studenti visto che di questi errori non hanno certo l’esclusiva, anzi li condividono con una moltitudine di parlanti, italofoni immaginari spesso dotati di grandi e piccoli pulpiti? La riposta è ovvia: proprio per spezzare questo circolo vizioso bisogna riuscire a insegnare finalmente l’italiano.

Attendiamo fiduciosi il nuovo corso.

Immagine: Wikipedia

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