3 dicembre 2010: integrazione e resistenza

Posted on 3 dicembre, 2010

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Oggi è la giornata internazionale dei diritti sulle persone disabili. La  FAND, Federazione che raccoglie le principali Associazioni che rappresentano  in Italia il mondo della disabilità (ANMIC, ANMIL, ENS, UIC, UNMS, AMGLAT) ha deciso di non partecipare alla celebrazione ufficiale organizzata a Roma dal ministero delle Pari opportunità. Su Repubblica si legge che la FISH non è d’accordo ma io concordo sulla decisione di disertare queste ipocrisie governative, a fronte di un attacco senza precedenti a tutto il sistema degli interventi e dei servizi sociali, da cui non è sfuggito neanche il 5 per mille…
Del resto, pare che – ad esclusione delle polemiche sui falsi invalidi e la nostalgia delle classi speciali – l’argomento non interessi granchè. Il mondo della scuola in particolare sembra aver dimenticato il ruolo che i processi di integrazione scolastica hanno avuto sulla riflessione educativa e sull’evoluzione della sua pratica nei confronti di tutta la popolazione scolastica. Nel mio intervento a Padova, l’inverno scorso, sottolineavo:

Ogni volta che si pensa a ciò che diverge dalla norma, è la norma stessa che deve essere messa in discussione. Come dimostra la storia dell’integrazione scolastica dei disabili in Italia, questo processo ha determinato una “rivoluzione destrutturante” del sistema educativo tradizionale e la rottura di prassi consolidate nei comportamenti e nelle coscienze, spianando la strada ad innovazione pedagogiche (una fra tutte la valutazione formativa – formative evaluation) che hanno riguardato l’intera comunità scolastica.

Quando la l.517/77 ha posto al centro dell’azione didattica e della filosofia pedagogica della scuola dell’obbligo il diritto della persona ad apprendere secondo il proprio stile e i propri ritmi, ci si è cominciati ad accorgere che il modello trasmissivo andava bene soprattutto in un sistema che espelleva prontamente quelli che non erano in grado di adeguarvicisi (per svantaggio culturale di partenza ma anche per uno stile cognitivo che mal si adattava alla metafora del vaso vuoto).

In un commento su Facebook, Maria Luisa Izzo, docente in un istituto professionale, a proposito della necessità di modificare i paradigmi educativi, non a caso ricorda che

…alcune delle idee che esprime [si riferisce al video linkato sopra] non sono delle novità, o almeno non dovrebbero esserlo nella nostra scuola che fino a qualche tempo fa era estranea alla logica dell’istruzione come “allevamento” e “addestramento” propria forse (ma non vorrei dire sciocchezze) del modello americano. Nella scuola italiana si è coltivato a lungo il pensiero divergente, si è andati oltre l’idea rigida di curricolo scolastico predeterminato e non adattabile ai soggetti…almeno vent’anni fa ho comuinciato a sentir parlare della rivoluzione copernicana che ha messo l’apprendimento (e non l’insegnamento) al centro del processo formativo…e son anche almeno 10 15 anni che si parla (e si pratica) l’apprendimento collaborativo (cooperative learning). Il problema è forse che in questi ultimi anni si sta tornando indietro, si intravvede una sorta di nostalgia dei vecchi tempi, unita ad un falso modernismo che ci induce a imitare i falliti modelli esteri che hanno prodotto danni importanti…

O forse il problema è anche una scuola finanziariamente alla canna del gas che, Maslow insegna, è troppo impegnata a soddisfare i bisogni elementari per occuparsi di quelli superiori, tanto da dipendere sempre più dal contributo dei genitori. E se poi questi sono genitori “speciali”, il contributo che sono chiamati a dare può avere tassi da usura, come si può leggere in questo bel post di mresciani…

Stanchi, di dover sempre rendere conto a tutti, per la disabilità dei nostri figli.
Continuamente scrutati, osservati, analizzati, test a destra e a manca, per valutare i nostri figli, che non hanno avuto la fortuna di nascere “perfetti”(cosa è la “perfezione”?)
Troppi sani per percepire le indennità di accompagnamento (non sia mai!!! Camminare e parlare, per certe commissioni preposte al giudizio, vuol dire essere al top della vita)!
Troppo INDIETRO o DEFICIENTI (decidete voi) per fare percorsi scolastici ai livelli minimi: meglio incanalare in programmazioni differenziate……
Non provate neanche a dare fiducia a questi ragazzi e dare a loro la possibilità di provare o meno a farcela????
Fossero vostri figli, ragionereste in modo diametralmente opposto!
Eppure avremmo davanti a noi nuove sfide, complesse e affascinanti, portatrici di nuove chiavi di lettura e di spazi di dialogo come quelli delineati dall’ICF che non “classificano” le persone
ma le loro situazioni di vita quotidiana in relazione al loro contesto ambientale e [permettono di ] sottolineare l’individuo non solo come persona avente malattie o disabilità, ma soprattutto evidenziarne l’unicità e la globalità… L’applicazione universale dell’ICF emerge nella misura in cui la disabilità non viene considerata un problema di un gruppo minoritario all’interno di una comunità, ma un’esperienza che tutti, nell’arco della vita, possono sperimentare. L’OMS, attraverso l’ICF, propone un modello di disabilità universale, applicabile a qualsiasi persona, normodotata o diversamente abile.
 
Dovremmo tutti prendere ad esempio l’accordo di programma trevigiano che permette a tutti i soggetti che “gravitano” attorno ai nostri figli di parlare la stessa lingua e di capirsi.

E invece siamo qui a piangere sulle miserie culturali di un Paese che non sa più costruire per il futuro.
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