E adesso tocca agli insegnanti di sostegno…

Posted on 15 giugno, 2011

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«Queste politiche scolastiche sono evidentemente gestite da finalità economiche, per risparmiare: ma questo avverrà sulle spalle delle famiglie, sulla pelle degli alunni e sulla credibilità della scuola pubblica. Noi non ci stiamo».

Dal testo delle dimissioni di  Andrea Canevaro e Dario Ianes dall’Osservatorio sull’Integrazione del Ministero della Pubblica Istruzione (ottobre 2008)

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Come è tradizione di ogni inizio estate, quando si chiudono i registri e l’attenzione cala, c’è sempre qualche novità che comincia a serpeggiare silenziosa per poi esplodere come una bomba nel seguente anno scolastico.

Quest’anno tocca alla rivoluzione copernicana della “normalizzazione” dell’insegnante di sostegno alla luce di un ipotetico megagalattico piano di formazione di TUTTI i docenti (quelli “normali” de jure, per intenderci) sui cosiddetti Bisogni Educativi Speciali.

Avete capito bene. Tutti i docenti della scuola italiana, qualsiasi sia la loro materia e il grado di scuola in cui insegnano. Un po’ come si è fatto per l’insegnamento della lingua inglese alla primaria, scaricato sui docenti curricolari con una trentina di ore di formazione, dopo aver alleggerito gli organici dagli specialisti di lingua straniera.

Se ne è parlato in occasione della presentazione del Rapporto “Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte” (Edizioni Erickson) ieri a Roma (qui il comunicato stampa in versione PDF), dove gli esiti del lavoro di ricerca sono stati illustrati da Attilio Oliva (presidente Treellle), don Vittorio Nozza (direttore Caritas Italiana) e Andrea Gavosto (direttore Fondazione Giovanni Agnelli). Intervenute anche Valentina Aprea (PDL) e Maria Letizia De Torre (PD), rispettivamente presidente e segretario della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera.

Qui potete leggere la sintesi del rapporto in questione, se vi interessa capire di cosa si tratta prima di acquistare la copia dalla Erickson (per inciso, sono non poco stupita di questa paternità editoriale dato che, alle tre associazioni promotrici, i soldi per le pubblicazioni non mancano e, normalmente, la Treellle le fornisce gratuitamente, anche in versione a stampa fino a qualche anno fa).

Mentre dunque qualcuno tenta di far passare un disegno di legge per privatizzare il sostegno, qualcun altro scende dall’iperuranio sostenendo l’idea meravigliosa che tutti i docenti si devono specializzare in Bisogni Educativi Speciali, mentre i docenti di sostegno più scarsi li assorbiamo nelle file dei “normali” e quelli che vogliono rimanere “speciali” perché ultracompetenti li mettiamo a fare i superconsulenti provinciali nei CRI. Il tutto in classi da 27 alunni in su.

Leggiamo su La Stampa:

La soluzione, spiegano nel rapporto, è la creazione dei Cri a livello provinciale o anche subprovinciale. Saranno loro a esaminare i progetti presentati dalle scuole, ad assegnare tutte le risorse destinate alle scuole per l’integrazione e a svolgere un servizio di sportello unico assistendo le famiglie nei vari momenti di vita e integrazione. «Potrebbero diventare centri destinati a risolvere tutte le difficoltà sociali dei bambini con disabilità, anche al di fuori del tempo scolastico», avverte Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana.

La creazione di un fondo unico a cui attingono indifferentemente soggetti pubblici e privati, dunque, istituzioni e volontariato, spiega già molte cose…
La Aprea però i CRI non li vuole né vuole distaccare gli insegnanti – anche per motivi di bilancio – ma ci sta ad espellere le ASL dall’alveo decisionale delle ore di sostegno. Del resto, leggiamo sul Corriere,

«In alcuni casi— dice per TreLLLe Attilio Oliva — non è detto che l’insegnante di sostegno sia la scelta migliore per il ragazzo. A volte può essere più utile un audiolibro o una persona che insegni il braille. Oggi non ci sono i soldi»

Ho finalmente capito perché una quattrenne non vedente della scuola dell’infanzia di mio figlio è rimasta senza sostegno quest’anno: dovevano comprarle un audiolibro e non lo sapevano!

Sembra comunque che non sia finito sotto accusa il modello di integrazione dei disabili ma le modalità di attuazione per realizzarlo. A me personalmente questo sembra un finto modello di integrazione che aumenterà la voragine delle differenze territoriali ed economiche, più di quanto già lo sia e, quel che è peggio, nel clima di disinvestimento – culturale ed economico – nei confronti soprattutto delle categorie più deboli, preluderà alla loro espulsione in primis dalle classi comuni. Non attacchiamoci alla necessità di una preparazione generalizzata dei docenti in ambito pedagogico (in teoria sacrosanta) proprio in un momento in cui della pedagogia non gliene importa un fico secco a nessuno (quando non è additata come origine di tutti mali della scuola italiana).

Di che stiamo parlando, allora? Stiamo parlando di qualità dei servizi o dell’ennesimo cavallo di Troia utile a far entrare i privati nella scuola pubblica per assorbirne le risorse? Attendo di leggere interamente il Rapporto per una critica più approfondita e concreta ma sono veramente indignata.

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