Impasse. Scrivo quel che scrivo e faccio quel che faccio…

Posted on 25 novembre, 2011

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I Greci appresero a guardare sé stessi con gli occhi di Apollo,
e a nutrire verso sé stessi lo stesso grandioso disprezzo.

Non c’è esercizio più nutriente, lucido ed educativo:
solo chi conosce l’arte dei limiti, impara a superarli.

P. Citati

Sono in un momento di impasse.

Ho scoperto grazie alla Treccani che si tratta di un vocabolo proposto e adottato da Voltaire nel 1761 al posto di cul-de-sac. In italiano viene usato solo metaforicamente per indicare una situazione in cui è difficile prendere una decisione però mi sono voluta cercare lo stesso l’immagine di un’impasse parigina (by Alain Bachellier), e me la sono voluta scegliere romantica, visionaria, in bianco nero. Voglio guardarmelo bene questo conflitto, rigirarmelo tra le mani, sentire il rumore che fa, osservarlo in trasparenza…

Secondo Lewin,  un conflitto è

“una situazione in cui forze di valore approssimativamente uguale ma dirette in senso opposto, agiscono simultaneamente sull’individuo”.

Il tipo apparentemente più innocuo è quello in cui il soggetto (in questo caso io) si trova davanti a due obiettivi diversi ma (più o meno) ugualmente appetibili che però non possono essere perseguiti contemporaneamente.

Il mio multiforme curriculum è la prova provata che questo tipo di conflitto è in realtà quello che temo di più e in cui mi esercito da decenni nella nobile arte dell’evitamento… evitando di scegliere.

Paradossalmente, mentre al convegno ci scambiavamo aneddoti neuro-psico-pedagogici, qualcuno mi ha fatto notare la pericolosità di paralizzarsi in questo tipo di situazioni, cosa a cui non avevo mai riflettuto (o voluto riflettere) in maniera approfondita  (se invece volete saperne di più sulla teoria di  Lewin, vi consiglio un mio vecchio post – con annessi vari ed eventuali – e questa curiosa presentazione in cui  viene sintetizzata e applicata alla lettura dei Promessi Sposi ^_^).

Le sirene mi urlano sempre più forte nelle orecchie mentre sono consapevole che l’evitamento non è più una strada percorribile attraverso la non-scelta di fare tutto.

La teoria, se intesa come “conoscenza cercata per se stessa” [Kobau, 1993], si rivela altrimenti null’altro che un’istanza di controllo ipertrofica; un ulteriore strumento di distanziamento e mascheramento che rimanda all’infinito quel “ragionamento su ciò che vogliamo e non vogliamo fare e da cui risulta una decisione”, parte costitutiva della pratica insieme alla “facoltà di cogliere e giudicare i mezzi utili ad uno scopo e impiegarli”. [ibidem]

Questa roba era scritta nella mia tesi di clinica della formazione, in cui però ho scritto anche che “il sollievo della scoperta non serve sempre a lenire il dolore della consapevolezza”. Il che in soldoni ci ricorda che essere consapevoli delle cause – anche lontane e implicite – che ci bloccano, non è garanzia di rimozione del blocco stesso.

E’ ora di rimettersi in cammino. Ricominciamo dall’inizio allora…

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