Io, le mappe digitali e la formazione in Rete (ma non solo)

Posted on 11 marzo, 2013

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Quando faccio formazione agli adulti, capita spesso che i percorsi e gli strumenti da me utilizzati siano reputati “poco convenzionali”, nella misura in cui è convenzionale ciò che meglio si adatta all’esperienza che abbiamo dell’insegnare e dell’apprendere.

Gli anni di collaborazione e ricerca con il Laboratorio di Educazione degli Adulti dell’Università di Bari mi permettono di considerare come del tutto naturale un atteggiamento di “resistenza cognitiva” a modalità e strategie diverse da quelle a cui siamo abituati, in quanto il bagaglio di esperienze e di pratiche consolidate fa sì che un adulto debba avere ben chiaro il motivo per cui deve intraprendere nuove strade, in primo luogo per la fatica che ciò comporta.

Eccomi qui a spiegare perché utilizzo i tool per produrre mappe in formato digitale, anche dove apparentemente non ce ne sarebbe bisogno (o non ce lo si aspetterebbe).

Nelle mie conclusione della tesi di dottorato ricordavo come

incistato nel tempo storico che lo connota e comprende, il tempo dell’accadere educativo scorre attraverso quattro universi cronologici differenti (del formando, del formatore, del curricolo e dell’istituzione), scandito all’interno di uno spazio la cui strutturazione ha sempre rappresentato un elemento fondamentale di ogni metodica educativa.

A prescindere dal modo in cui può essere progettato intenzionalmente un certo ambiente di apprendimento, non possiamo ignorare che questo “spazio” in Rete non è più quello a cui siamo abituati e che dobbiamo imparare a visualizzarlo.

Le persone che si connettono nel web “disegnano” strutture relazionali e comunicative reticolari di cui devono imparare a essere consapevoli se non vogliono perdere l’orientamento. La visualizzazione concreta dello sviluppo di una blogoclasse concretizza e “presentifica” (come direbbe Angelo Franza) il processo di connessione degli studenti tra loro e con il docente.

Quando ho chiesto a questi studenti universitari disegnare una mappa che sintetizzasse gli scopi con cui utilizzavano il web e i luoghi da loro più frequentati, loro si sono resi subito conto della nebulosa in cui si aggiravano e io ho avuto subito un punto di partenza concreto, in base al quale decidere le piste da battere e le abilità da sviluppare. In sovrappiù, alla fine del percorso tutti hanno potuto constatare cosa era cambiato nella propria mappa mentale del proprio Personal Learning Environment, confrontando le differenze tra il prima e il dopo. Per una “con lo sguardo clinico” come me, saper vedere il processo è importante quanto saper valutare il prodotto!

Dunque, posso quindi affermare che il primo scopo dell’utilizzo di uno strumento che mi permette di creare e visualizzare percorsi reticolari è quello di allenare all’orientamento in un (non)luogo con punti di riferimento percettivamente diversi da quelli che usiamo in presenza. E’ uno spazio “agito” e vissuto, che si concretizza in azioni, percorsi e barriere…

Ed è per questo che, come scrivevo qualche anno fa,

è importante ciò che vedo sullo schermo, la forma con cui si modella la comunicazione, diramandosi gerarchicamente a partire da gemme tematiche o intrecciandosi all’infinito in una rete senza confini.

E questo mi permette di inserire il secondo elemento che caratterizza la mia scelta didattica: la mappa digitale come ambiente narrativo, come indicatore di senso, come strumento di guida visiva ai processi e ai prodotti… E’ per questo che parlo di idealtipi di mappe, intesi

come costrutti teorici utili allo scienziato sociale per lo studio dell’infinita varietà della realtà attraverso insiemi di categorie più maneggevoli…

Cosa dire di più? Ah, sì! Ve l’ho mai detto che ragiono con le mappe?😉

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