Accessibilità dei testi e dei contesti

Posted on 5 ottobre, 2013

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E mentre aspettiamo con trepidazione l’ennesima circolare/nota/chiarimento sui BES, noi che sbattiamo tutti i giorni il muso contro la mancanza delle condizioni minime per lavorare con “attenzione inclusiva” (come docenti) o contro la disattenzione di chi vede solo le barriere architettoniche dimenticandosi di tutte le altre (come genitori) ci rimbocchiamo le maniche e andiamo avanti comunque.

Come docente vorrei quindi segnalarvi la mia idea di tradurre in simboli i testi delle canzoni che gli alunni delle classi seconde in cui insegno canteranno lunedì prossimo in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico in Cattedrale. Chi conosce il mio lavoro, sa che credo profondamente nel valore didattico e comunicativo dei supporti visivi anche per chi non ha Bisogni Comunicativi Complessi. Ho usato il sistema simbolico dei WLS (distribuiti in Italia da Auxilia) e ho realizzato sia la versione in bianco e nero (da stampare, colorare e appendere in classe), sia quella a colori (da utilizzare con la LIM per ripetere i canti). L’occasione me l’hanno data sia la presenza di un bambino con disabilità, sia il percorso sulla comunicazione visiva che sto sviluppando in Arte. L’adattamento non è stato assolutamente semplice (un paio di giorni di lavoro e di versioni fatte e rifatte) ma è un buon punto di partenza per le prossime sperimentazioni. Io e le mie colleghe lo inseriremo nell’agenda come lavoro interdisciplinare, senza aspettare alcuna circolare che ci dica come dobbiamo etichettarlo. Se qualcuno avesse idea di provare a utilizzarlo (o ha qualche suggerimento migliorativo), mi farebbe piacere avere un feedback…

Come genitore, invece, avrei un suggerimento per coloro che organizzano manifestazioni in cui le persone con disabilità dovrebbero essere protagoniste, ad esempio con qualche performance artistica. L’accessibilità di un ambiente non si limita alla sua dimensione fisica (intesa come possibilità di entrarci e spostarsi al suo interno autonomamente anche se sei in carrozzina o non vedi), ma include anche gli stimoli sensoriali nonché la dimensione sociale e comunicativa. Lasciare in attesa un gruppo di ragazzi nella condizione dello spettro autistico per un tempo indeterminato, senza una scaletta certa, in un contesto verbale di “alta cultura” ma linguisticamente molto lontano dal loro stile comunicativo e dalle loro esperienze, ignorando (nonostante le nostre richieste) lo stress emotivo che alcuni di essi stavano affrontando all’idea di affrontare  il pubblico non è… inclusivo. Costringere i loro educatori, genitori e amici a portarli via senza aver presentato il loro lavoro piuttosto che continuare ad assistere a questo supplizio di Tantalo è… [scegliete voi l’aggettivo che ritenete più adeguato]. Se questi ragazzi devono essere ignorati (per non dire altro) anche in questi contesti, pensati e organizzati da persone con disabilità, di cosa stiamo parlando? Abbiamo promesso loro che organizzeremo un’adeguata visione del cortometraggio di cui sono protagonisti, inaugurando – magari – il primo festival dell’arte “non-neurotipica” barese: questa sì che sarebbe una novità.