Autonomia scolastica: un processo senza nocchiero [c. a. Roberto Reggi]

Posted on 13 luglio, 2014

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Io, insegnante

Faccio l’insegnante di scuola primaria dai primi di ottobre del 1997. Ho quindi 17 anni “di ruolo” svolti come docente dell’ambito antropologico (all’epoca storia+geografia+studi sociali), come specialista di francese e come prevalente (ambito linguistico + antropologico). Quest’anno ho avuto un’aggregazione disciplinare “atipica” geografia+arte+tecnologia+tante ore a disposizione per le supplenze). Da tutto si impara.

Quando ho avuto risorse adeguate e ambienti favorevoli alla sperimentazione, ho  portato il lavoro svolto nelle classi all’attenzione nazionale. Sarà un caso ma vigeva ancora il famigerato modulo.

Oggi si parla di curricolo per competenze e io l’ho utilizzato fino all’a.s. 2003/2004 e mi sono permessa di lavorare con tempi distesi per produrre testi documentali come questi [pdf]. Nella mia scuola dell’epoca, il curricolo era già stato strutturato per competenze dal 1998.

Le scelte curricolari del Collegio rivengono da un percorso formativo avviato nel 1998 su sollecitazione dell’’Ispettore Italo Bassotto della D.R. Veneto; si è così definito un curricolo integrato tra scuola dell’infanzia e scuola elementare, nel rispetto della specificità dei due ordini di scuola; questo processo di integrazione rimane principio ispiratore della nostra progettazione curricolare.

Poi è arrivata la Riforma Moratti e mi sono ritrovata un scarno elenco di “Indicazioni” in mano, l’eliminazione delle contemporaneità/del modulo/degli specialisti di lingua (e non solo), il ritorno dei voti numerici, il ridimensionamento delle ore dedicate all’ambito storico-geografico-sociale, tempi sempre più compressi…

Ogni volta che tagliavano, lo facevano in nome della valorizzazione della professionalità docente. Non si è capito ancora perché, dopo 8 miliardi di tagli, questa fantomatica “valorizzazione” è sempre al punto di partenza…

Io, ricercatrice

Fin dalla mia tesi di laurea (2001) dedicata ai “Nuovi assetti organizzativi per la scuola dell’autonomia”,  ho continuato a seguire l’involuzione contraddittoria (ahimè!) del sistema scuola che ha subito tagli lineari indiscriminati, che hanno:

  • esasperato le differenze territoriali in base a quanto le amministrazioni locali hanno potuto ovviare ai tagli del MIUR:
  • destrutturato consolidati processi di “specializzazione su” e “collaborazione tra” insegnanti, in particolare nella scuola primaria.

Ha privilegiato “neutrali” medie matematiche, evitando scientemente la ponderazione della complessità relazionale della scuola come agenzia di socializzazione (per tacere della conformazione geografica del territorio su cui lo Stato deve garantire il diritto a un’istruzione a TUTTI i cittadini).

Ciò che è più grave, in realtà, è che nessuno ha il coraggio di affermare che l’autonomia scolastica è un processo senza nocchiero.

Nel momento in cui l’autonomia è stata riconosciuta loro, le istituzioni scolastiche sono state schizofrenicamente coinvolte in un processo di ri-centralizzazione delle decisioni, che non fa altro che ingessare l’azione a livello locale e consumare energie e risorse inutilmente.

Non si può trasformare l’autonomia delle scuole statali in una scusa per gettarle nel calderone generico del “pubblico”, con un impossibile “passaggio di poteri” ai DS.  Dovremmo chiarirci su cosa succede nel momento in cui il dirigente scolastico ha potere di licenziamento/assunzione: IL DS SI TRASFORMA IN UN DATORE DI LAVORO?

E qui veniamo a toccare indirettamente una problematica di tipo strettamente sociale…

Io, cittadina

Quando si parla avventatamente di “scuole libere”, di “parità vera”, si dimentica che la differenza essenziale tra scuole paritarie e scuole statali sta nel fatto che le prime perseguono un obiettivo esplicito di guadagno economico che invece è estraneo alle scuole statali. Prescindiamo un attimo dal ruolo di supplenza delle paritarie in particolare nel settore infanzia lì dove le strutture statali o locali sono insufficienti, per concentrarci sulla realtà dei “diplomifici”, che prosperano in particolare nei territori deprivati culturalmente (ma anche no).

Se la scuola statale, abbandonata a se stessa (magari in un quartiere di frontiera), non ce la fa, quali scuole paritarie apriranno in quel posto popolato da disoccupati, ragazze madri e famiglie di modeste condizioni economiche? Dove andranno gli alunni con disabilità che, quando vengono accettati nelle paritarie, devono spesso pagare un “contributo” per la docente di sostegno? Come farà lo Stato a garantire l’istruzione sul territorio? 

E’ possibile rendere chiari e trasparenti i criteri e i principi a cui si devono attenere le scuole “pubbliche” (statali E paritarie)? E’ possibile vedere i risultati dei vari test internazionali DISAGGREGATI?

E’ la frantumazione sociale che mi preoccupa. E’ per questo che alzo la voce. Dovreste farlo anche voi. Informatevi.

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