Perché mi interesso di cultura di genere

Posted on 25 luglio, 2017

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Premetto che io sono cresciuta praticamente in un gineceo: madre, nonna, sorelle e via dicendo, senza l’ombra di un maschio in giro. Se pensate che questo mi abbia portato da subito su posizioni “femministe” (qualsiasi cosa intendiate per tali) siete fuori strada.

Sicuramente siamo cresciute tutte in un’atmosfera molto paritaria, apparentemente libera da tutta una serie di vincoli comportamentali che ci avrebbero portato, forse, a essere meno indipendenti e autonome. Ma non è una certezza. Ricordo che, da piccola, sentivo ripetere spesso la stessa frase da donne sposate che invidiavano la nostra repubblica femminile: “Beate voi che non avete un uomo a cui badare!”, il tutto perché non vivevamo con l’ansia di mettere il piatto a tavola nell’orario prestabilito.
All’epoca mi sembrava tutto molto curioso…

Non siamo state cresciute come “femminucce” (orrore!!!) ma come donne che dovevano cavarsela da sole, sempre e comunque. Niente debolezze, niente piagnistei, studio e lavoro a testa bassa per guadagnarsi da sole quello che non ci avrebbe regalato nessuno. Se c’è una cosa che nostra madre ci ha inculcato come un mantra è stata quella dell’indipendenza economica: se non hai quella, sei in trappola. La saggia Virginia ci aveva già avvertite del resto…

Non voglio esprimermi per le mie sorelle ma, per quel che mi riguarda, questo tipo di educazione ha influenzato molto il rapporto con il mio aspetto femminile, considerato da me per molto tempo un ostacolo all’apprezzamento del mio cervello 🙂 e di ciò che “produceva”. E dunque giù felpe larghe e informi, pantaloni militari, fazzoletti al collo, anfibi e tagli tattici che però, a meno che si vada in giro con un passamontagna, è difficile nascondano il tuo essere donna e non ti mettono al riparo da un bel niente. Per molti anni ho considerato qualsiasi apprezzamento (gratuito e non) sul mio fisico come un’offesa alla mia intelligenza, il che qualche problema con gli uomini te lo crea. E se qualcuno mi creava un problema, diventava anche un suo problema.

Da un certo punto di vista, non posso negare che la mia permalosità in questo campo mi abbia permesso di togliermi qualche soddisfazione, mortificando gli spavaldi e gli opportunisti. E’ negli annali il mio faccia a faccia con un prof universitario (per cui avevo una vera e propria venerazione culturale), in cui chiesi conto del motivo per cui telefonicamente mi aveva chiesto se poteva mandarmi un bacio (seguito da un mio NO lapidario) e se io avessi fatto qualcosa che lo avesse autorizzato a fare quel tipo di richiesta. Vi assicuro che per un uomo non è piacevole dover dar conto di questo tipo di comportamento… Il fatto che questo abbia contribuito a minare alla base la mia possibilità di far carriera nel mondo accademico, non mi comporta comunque alcun rimpianto.

Aneddoti a parte, ci ho messo tempo a capire che dovevo riappropriarmi di me nella mia interezza, che l’autosufficienza fatta regola di vita può straripare anche dove non dovrebbe, che l’umana debolezza e il bisogno di aiuto sono qualcosa di cui ci si può anche non vergognare e che le donne hanno bisogno di esprimere una propria forza specifica che non deriva dalla propria “maschilizzazione”. Questo significa tornare indietro sui passi di altre donne che, dalla notte dei tempi, hanno affrontato questa strada impervia. Capire come mai i racconti delle donne hanno dissipato i loro echi grazie all’isolamento delle donne stesse dalle altre donne. Capire quanto noi stesse siamo paradossalmente portatrici e custodi di quelle stesse catene culturali di cui ci lamentiamo e/o che, paradossalmente, non riconosciamo più come tali.

E’ per questo, favorita indubbiamente dalla mia eclettica fame di conoscenza, che ho cominciato a interessarmi di studi di genere e, in particolare, a meditare sulla psiche femminile grazie alle tracce narrative e alle metafore di Clarissa Pinkola Estès.

Come ho scritto in un commento su Facebook, questo è un cammino che non dovrebbe riguardare solo le donne. I condizionamenti di genere valgono per entrambi i sessi e non tutti gli uomini si sentono “comodi” nei panni del maschio alfa. Quindi, ogni volta che affronto questi argomenti, mi piacerebbe che ognun* la cogliesse come opportunità di riflessione su di sé, per guardarsi in trasparenza, per partecipare a una riflessione comune come appartenenti al genere umano nonché come rispecchiamento di problemi altri da noi ma che ai nostri sono inscindibilmente legati.

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Posted in: donne, e se invece...