Parole sciocche e parole furbe: a che gioco gioca la politica in Rete?

Posted on 26 luglio, 2017

0


Prendo spunto dal post di Massimo Mantellini, Sciocchezze in formato digitale, per buttare giù due riflessioni su quelli che lui definisce gli aspetti superficiali dei temi politici che gli ambienti digitali fanno emergere senza però portare da nessuna parte.

Concordo con lui nel momento in cui ipotizza una “mutazione di ecosistema”, in cui

la comunicazione politica invece che isolare il peggio prova a utilizzarlo per i propri fini

e

chiunque provi a impostare un ragionamento politico minimamente articolato viene punito con zero like.

Come ho sottolineato qualche giorno fa, argomentare per iscritto, richiede una competenza linguistica che l’italiano medio non ha, come ben sappiamo, mentre il turpiloquio e il dileggio gratuito sono alla portata di tutti.
Quando parliamo di politica però dove le parole pesano (o dovrebbero almeno), occorre utilizzare un setaccio più fine con cui distinguere le parole sciocche da quelle furbe, in cui il silenzio di chi viene attaccato serve a sdoganare e inoculare retropensieri che invece vanno portati alla luce del sole.

L’accostamento fatto nel post circa la sciocchezza detta sulle mamme e la razza italiana dalla Prestipino al cumulo di altre sciocchezze/gaffe che i nostri politici ci propinano ogni giorno non mi trova d’accordo perché non tiene conto del “combinato disposto” di questa castroneria con la chiara mossa elettorale di prevedere un Dipartimento mamme, il cui nome non è affatto figlio di un errore di comunicazione.

Non lo hanno chiamato dipertimento mamme perchè non gli è venuto in mente niente di meglio, perchè non hanno pensato che dipartimento genitorialità sarebbe stato più adeguato, che dipartimento famiglie forse era più corretto. Lo hanno chiamato dipertimento mamme perchè volevano chiamarlo così, perchè volevano usare quella parola.

Il dipartimento mamme, insieme al fertility day e i ridicoli bonus mamme e asili nido – sistemi di finto welfare indipendenti dal reddito – segnano un pericoloso e anacronistico ritorno, nei linguaggi, nelle politiche, nel quotidiano, alla mistica della maternità, alla sovrapposizione donna/mamma. [NarrAzioni differenti]

I post scritti in merito (soprattutto, se non quasi esclusivamente, da donne) hanno richiamato e argomentato
l’involuzione culturale che questo comporta, a maggior ragione se si prevede “anche” (bontà loro!) un dipartimento pari opportunità. Il Sole24Ore sottolinea il problema politico del nome, addirittura nel titolo…

il vero tallone d’Achille del welfare italiano: «Ammonta a 51 miliardi di ore il totale del lavoro di cura di tutte le donne italiane, un numero molto più alto di quello del lavoro retribuito di donne e uomini, pari a 41 miliardi. Questo enorme carico di lavoro è fortemente mal distribuito e non considerato». Soltanto ridistribuendo i carichi, nella coppia e nella società, si può sperare in un’inversione di rotta. Benefica per tutti: come ha calcolato Bankitalia, arrivare al 60% di occupazione femminile (contro il 48,5% cui siamo inchiodati oggi, in coda alla classifica dei Paesi Ocse prima di Turchia, Messico e Grecia), significherebbe guadagnare il 7% di Pil. Se un partito si impegnasse sul serio in questa direzione con una visione sistemica – che includa istruzione, formazione, lavoro, previdenza, genitorialità, condivisione, lotta alla violenza di genere – sarebbe meritorio. Se il Pd cambiasse nome al neonato Dipartimento, anche.

In quest’ottica, la parola sciocca si rivela una parola furba, adeguata a strizzare l’occhio a modelli e stereotipi rassicuranti, che anestetizzino la parte di platea elettorale più zoppicante in tema di visioni complesse.

La parola mamme, usata dal partito in maniera insistente e retorica, cancella totalmente il padre, i padri.
Il dipartimento mamme riconduce la maternità alla biologia, all’utero. Una visione misticheggiante che è l’esatto contrario di una genitorialità condivisa.
Offende le donne e offende gli uomini. Offende tutti e tutte.

Forse sarebbe il caso che qualcuno affrontasse e spiegasse con parole vere queste scelte, non nascondendosi dietro “la bufera social”, le scuse di rito e annessi e connessi per farci meglio comprendere a che gioco stanno giocando.

Annunci