Spingere e tirare… Due note biografiche a proposito di innovatori e animatori (per tacer del digitale)

Posted on 28 settembre, 2017

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Premessa: questo post scaturisce dalla lettura e dalle successive riflessioni su questo articolo di Franco de Anna, che ringrazio per avermelo segnalato tramite tag su Facebook.

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Io, a Didacta, ci sarei voluta andare, ma la scuola “in carne e ossa” mi ha però bloccato qui. 🙂
Ci sarei voluta andare perché mi sarebbe piaciuto “annusare l’aria” di ciò che ci aspetta (se qualcosa dobbiamo aspettarci), dopo che le luci sul palco del PNSD si spegneranno ingoiandosi anche le sue ombre.

Che ne sarà di quel

“pullulare di ‘imprese sperimentali’ da parte di gruppi di docenti, numerosi e spesso entusiasti del loro impegno”

come scrive de Anna?

Quando sarà passata questa sbornia di PON (e relativi finanziamenti), che sono andati/andranno a incrementare vertiginosamente l’extra-curricolare, nel curricolare cosa ci rimarrà? Quanto, la progettazione “matta e disperata” di questi ultimi due anni, avrà potuto/voluto tenuto conto della sostenibilità futura di ciò che si è costruito? Quanto si sarà potuto tenere conto di quei principi di “scalabilità” delle infrastrutture tecnologiche, indispensabile almeno a garantirsi le “basi” future prima ancora che le “altezze”?
Quando ho accettato di stare dentro al PNSD (decidendo di non ritirarmi sull’Aventino limitandomi a sorridere dei voli pindarici e delle macroscopiche elusioni di questo ennesimo Piano, di sporcarmi le mani come “Animatore Digitale” …) non avevo dalla mia l’entusiasmo dei neofiti né le granitiche certezze dei sostenitori “senza se e senza ma” della L.107. Di “piani” faraonici del genere, ne avevo già visti naufragare abbastanza nella mia carriera…

Come scrivevo lo scorso anno in proposito, la mia formazione sul campo in materia digitale e non, mi ha sempre spinto ad avere

una certa remora, di conseguenza, all’utilizzo troppo spinto di soluzioni “chiavi in mano”, di recinti digitali pre-strutturati che rischiano di mettere in secondo piano l’importanza dell’allestimento del setting formativo. Non escludo nulla a priori ma rivendico l’importanza di promuovere un’educazione alla Rete (per docenti e studenti) che tenga conto di diversi stili e necessità, che sia consapevole dell’effetto delle nostre scelte in materia di copyright e di software proprietario, che renda produttori di cultura e non solo consumatori nei fast food digitali…

Tralasciando per un attimo queste visioni “alte”, mentre osservavo molti miei colleghi “animatori” inondare i Collegi di corsi di formazione sulla “didattica digitale” (la vulgata la definisce così), io mi rimboccavo le maniche per ripartire dai fondamentali, procurandomi in primis i fondi (ovviamente PON) per garantire l’accesso alla Rete con una infrastruttura adeguata all’utilizzo da parte di minorenni, alle necessità della didattica e della segreteria (per esempio con la previsione di spazi di condivisione pubblici e ad accesso riservato), cercando di garantirne la “scalabilità” (cioè pensandola per essere ulteriormente potenziata nel tempo senza doverla “ricostruire”) e la sua sostenibilità finanziaria nel futuro.

Poi sono passata alla costruzione del nuovo sito, “accessibile” a norma di legge ma, soprattutto, auspicabilmente/progressivamente sempre più “appetibile” e comodo come fonte di informazioni rispetto al tradizionale “librone delle circolari” (ma questo è un terreno di scontro sempre caldo, eh…). Se nemmeno la consultazione del sito della propria scuola riesce a entrare nella normalità delle comunicazioni intrasistemiche, come si può pretendere che colleghi e colleghe entrino ed escano da aule virtuali come se nulla fosse e – soprattutto- imparino ad allestirsele in base al progetto didattico che vogliono portare avanti?
La G Suite for Education non è un mondo fatato che trasforma tutti in innovatori, ricomponendo linee di comunicazione e condivisione che si sono frammentate e parcellizzate insieme ai quadri orari, alla superfetazione di figure responsabili di tutto e di niente, alle priorità di intervento che si susseguono e si scavalcano in una corsa senza fine…

Senza un orizzonte di senso comune, questi “recinti” virtuali sono destinati a rimanere vuoti (come mi hanno confermato altri colleghi compagni di avventura) o a essere abitati “per finta”. Gli orizzonti di senso si costruiscono fuori dai recinti (mentali, in primo luogo), con e tra le persone fisiche. Senza visioni condivise, siamo un agglomerato e non una comunità.

Anche per questo, ho scelto forse la via più tradizionale possibile per cercare di supportare i colleghi e le colleghe nel percorso di innovazione/miglioramento/cambiamento (scegliete voi il termine che vi sta meglio) dal punto di vista strettamente didattico: l’esempio.

Un esempio però che non si limitasse a far brillare di luce propria il docente “all’avanguardia”, splendente nel suo isolamento, ma nutrisse e provocasse quella curiosità umana e professionale che è l’unico motore che spinge un adulto a cercare vie nuove, abbandonando quelle tradizionali.
Per questo, fin da prima degli inizi del PNSD, ho inaugurato la stagione delle lezioni a porte aperte (oltre che a classi aperte). Ai colleghi come ai genitori. In presenza e a distanza.

Quest’anno, l’azione più ambiziosa: generalizzare (nei limiti di un possibile strettamente correlato alla volontaria adesione dei colleghi e delle colleghe) le sperimentazioni di questi anni (sintetizzate nel video sopra), attraverso la strategia del co-teaching. Vero, non di apparenza. Per questo ho accettato di farmi “sganciare” dalle classi, per co-progettare, co-insegnare, co-valutare insieme a un numero più esteso di team. Le risorse orarie ci hanno arriso e abbiamo voluto cogliere l’occasione al volo. Del futur, si sa, non v’è certezza…

L’unica certezza reale è che quest’anno lavorerò per depotenziare progressivamente il ruolo dell’animatore digitale nel mio istituto, per prepararlo a una transizione in cui non ci sono figure salvifiche su cui scaricare oneri e onori del cambiamento. Per favorire un pensiero e un’azione il più possibile comunitaria del cambiamento. Se tutto dipende da una persona, da un ruolo, da una funzione non può esserci alcun reale mutamento sistemico: tutto tornerà come prima, appena questo punto di riferimento sparisce. E’ un po’ il mio esame finale da animatrice digitale, insomma.

Del resto, anche io sto scrutando nuovi orizzonti… Ma questa è un’altra storia. 😉

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