Perché ho cominciato a usare il PC nella didattica (a proposito di scuole per poveracci e disabili)

Posted on 9 febbraio 2018

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Correva l’anno scolastico 2000/2001, anno in cui mi sono laureata e in cui insegnavo come docente specialista di lingua francese in un (allora) Circolo Didattico di una frazione della mia città, di quella con “l’utenza difficile”. Lavoravo su tre plessi diversi, uno dei quali sorgeva in uno di quelli che vengono definiti “quartieri dormitorio” (giusto per intenderci), dove l’unica presenza dello Stato è quella della scuola pubblica.

Nei quartieri dove il ceto è più basso che medio, dove puoi avere alunni che svengono in classe per la fame, che hanno genitori disoccupati o “maleoccupati” o che sono così “adulti” che ti puoi sentir dire, se provi a consolarli, “Maestra, ma tu che ne sai della vita?”, c’è di solito anche un certo numero di alunni con disabilità. Sorvoliamo sulle motivazioni e prendiamolo come dato di cui prendere atto.

In uno di questi plessi, c’era un alunno con pluridisabilità i cui genitori stavano facendo forti pressioni sulla dirigente perché usasse il PC come strumento compensativo ma lei non sapeva come accontentarli. Un certo giorno, vengo dunque “convocata in Presidenza” e mi viene annunciato che avrei DOVUTO fare delle ore aggiuntive con questo ragazzo (era alla primaria ma in realtà sarebbe dovuto essere alla secondaria) per accontentare i genitori.

Premetto che:

  1. il mio utilizzo del PC fino a quel momento riguardava la programmazione (Basic e COBOL, in particolare), gli esami per l’ECDL (che stavo facendo) e lo studio (e la pratica) dei criteri per riconoscere/selezionare in Rete fonti attendibili;
  2. non ero ancora un genitore speciale e non avevo la minima idea di cosa fosse la CAA o gli ausili tecnologici più adeguati a supportare un’attività didattica con questo alunno;
  3. non avevo le competenze per capire su quali punti di forza avrei dovuto lavorare né c’era qualcuno in grado di dirmele (qualità e quantità della motricità e della visione residua, per esempio);
  4. nessuno mi dava obiettivi da perseguire che non fossero altri che quelli di far contenti i genitori.

Dopo aver provato in tutti modi a rifiutare questo incarico aggiuntivo per quella che, a me, pareva “manifesta incompetenza”, ho dovuto affrontare queste forche caudine professionali che hanno indelebilmente segnato il mio percorso di docente. Quello che per me è stato un “tradimento” dell’alunno e dei miei principi, un “fare qualcosa solo perché dovevo farlo” mi ha spinto a far rientrare le fatidiche ICT nel mio strumentario di insegnante.

A posteriori, so che non avrei potuto fare di più rispetto alle risorse a mia disposizione (ci sarebbe voluto, forse, un puntatore oculare tra le altre cose), però la domanda su “Qual è il valore aggiunto di queste ICT nella didattica?” cominciò a diventare il mio tormento e così, in quell’anno, mi iscrissi per la prima volta a Didamatica, per cominciare a imparare dagli altri colleghi che si erano già avviati su questa strada.

Ciò di cui si continua a parlare poco, paradossalmente, è che la tecnologia non è un optional per uno studente con disabilità ma è ciò che rimuove (o stempera) quelle barriere di cui parla l’ICF e tutti i docenti sono tenuti a conoscerle. E non per lavarsene le mani delegando magicamente al PC o al tablet la mediazione didattica, ma perché quelli sono gli strumenti cardine per una didattica che non si limita a lasciare gli scarti a chi (per esempio) non legge e scrive “con le lettere”. Poi è venuto tutto il resto, incluso il potenziamento di ciò che facevo normalmente in ottica costruttivista anche con le ICT.

La mia rabbia sul “vantarsi” di avere una didattica che fila liscia perché non ci sono studenti che ti costringono ad andare “fuori dal seminato”, lineare, programmabile e programmato, immutato e immutabile, nasce in primis dall’ignoranza che rivela sulla qualità dei docenti che lavorano dove la didattica-in-situazione è un obbligo e non un optional. I migliori colleghi, quelli da cui ho imparato, li ho trovati nelle scuole “difficili” perché lì bisogna aiutarsi vicendevolmente mentre nelle scuole d’élite i docenti spesso sono in forte competizione tra loro e non si condivide volentieri il  proprio lavoro per conservare discutibili “primati”

Mi dispiace che si tenti di giustificare i dirigenti scolastici dei licei IN che si sono espressi male per colpa di domande “assurde” proposte per il RAV: si sono espressi benissimo invece. Almeno sono stati sinceri e hanno scoperchiato il vaso di Pandora, da cui sono saltate fuori le scuole di serie A e quelle di serie B, non tanto per i docenti quanto per gli studenti. E questa si chiama selezione sociale. Tanto lo sapevamo tutti, no? Ma continua a starci bene così? Questa è la domanda a cui dobbiamo rispondere.

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