La scuola gentiliana che è dentro di noi

Posted on 10 febbraio 2018

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Ribadiamo un concetto noto e socialmente accettato da tutti: il liceo classico (già da prima dell’inflazione dei licei) è sempre stato una scuola classista. E non è certo colpa dell’autonomia, dell’Invalsi, della Buona Scuola e via dicendo. E’ una storia che viene da lontano: avete presente Gentile? Quello osannato da certe prof che si stracciano le vesti per la fine di quel modello trasmissivo in cui il docente parla e lo studente ascolta? Ecco quello.

Quando trentacinque (ehm…) anni fa entrai in IV ginnasio, nell’arco della prima settimana avevamo già imparato a memoria una nutrita lista di proverbi in latino e fatto la ricerca etimologica di un innumerevole insieme di termini italiani che provenivano dal greco. Un imprinting stilistico di base che ti doveva distinguere da chi frequentava scuole “altre”. Le stesse scuole “altre” in cui venivi invitato a trasferirti se non reggevi il ritmo. O ce la fai o te ne vai. Punto. Ah! Tutti professori di sinistra, ça va sans dire…

Non so se sia ancora così (…) ma se, tra qualche anno, mi dovessi presentare come genitore a iscrivere un ragazzo autistico non verbale (“naturalmente” destinato a una programmazione “differenziata”), mi potrei sentir dire (il condizionale è d’obbligo ma nasce da esperienze di cui sono testimone) che “la scuola non è attrezzata per questi ‘casi’ perché da noi non si iscrivono ragazzi con disabilità” e che “forse è meglio che si rivolga a scuole che hanno più esperienza in merito”. Una subdola moral suasion, che è sempre esistita e che continua a operare sotto traccia, mentre tutti fanno finta di nulla.

E quando ti rispondono che la scuola non saprebbe cosa fare, tu genitore hai poche possibilità: 1) lo iscrivi lo stesso e fai una battaglia civile sulla pelle di tuo figlio; 2) giri i tacchi e ti cerchi un’altra scuola; 3)… No. Fermiamoci alle prime due che è meglio. Si fa così per selezionare l’utenza, care anime belle che ve ne accorgete solo adesso.

E questo è particolarmente evidente soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado, in cui gli istituti professionali hanno il primato del numero di iscrizioni di ragazzi con disabilità e, casualmente, anche un’utenza spesso “difficile”.

Di cosa ci stiamo scandalizzando, quindi? Come ho scritto su Facebook in un commento sulla vicenda dei licei IN (di cui ho scritto “a caldo” anche qui)

gli estensori di questi RAV hanno esaltato quello che realmente pensano sia il plusvalore della loro scuola. Questa corsa all’accaparramento delle iscrizioni e questa trasformazione del genitore in cliente sarà stata anche esaltata dall’autonomia in poi (dando ragione, sfortunatamente, a tutti i detrattori dell’epoca) ma la concezione della scuola d’élite è tipicamente gentiliana. E noi Gentile ce l’abbiamo dentro come immagine della scuola e della sua funzione. E non credo ce ne libereremo mai.

Veniamo parlati dalle nostre parole, diceva il mio Maestro. E allora ringraziamo il RAV che, più di qualsiasi trattato sociologico, ha stanato il dispositivo su cui si regge la nostra idea sociale di scuola e l’ipocrisia di facciata su cui si regge.

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