Un blog per l’integrazione: (ri)cominciamo dall’inizio

Posted on 18 ottobre, 2011

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Il modo in cui penso e rispondo naturalmente alle cose sembra e viene percepito come così diverso dei concetti o persino della prospettiva standard che certa gente non lo considera affatto come un pensiero ma è, a tutti gli effetti, un modo di pensare.

Però il pensiero delle persone come me viene soltanto preso sul serio se impariamo la vostra lingua a prescindere del nostro modo precedente di pensare e interagire…

Amanda Baggs

Quando nel febbraio del 2010 ho esordito per la prima volta “ufficialmente” con un seminario che affrontava il problema dell’accessibilità for all (includendo quindi anche le disabilità cognitive e relazionali), sono partita dalla semplice constatazione che il fatto comunicativo è un fatto culturale.

E perché è un fatto culturale? Perché la cultura può essere definita e identificata al tempo stesso sia come la narrazione che l’umanità fa a se stessa della propria storia, sia come la rete di relazioni e segni in cui si sviluppa la nostra esistenza. La capacità e il grado con cui siamo in grado di partecipare a questa narrazione e di interagire in questa rete determina la qualità della nostra integrazione sociale.

In questa prospettiva, il web va visto come “rete nella rete” e, come tale, ne riflette i limiti e le chiusure in termini di “standard comunicativi”, offrendo al tempo stesso spazi, strumenti e modalità che li oltrepassano, aprendo nuove possibilità e canali di comunicazione.

Per cominciare a riflettere seriamente in questi termini, è importante innanzitutto capire quali sono le sfere d’azione in cui può fare la differenza integrare la comunicazione in presenza con uno spazio di comunicazione online.

La prima è la specifica sfera di azione e comunicazione del singolo. Si tratta, in questo caso, di progettare e realizzare un “ambiente di comunicazione personale” che tenga conto del tipo di deficit e dell’handicap ad esso connesso, delle specifiche necessità e dei fini che si stanno perseguendo. Si tratta cioè di mettere in pratica quello che viene definito lo User Centered Design, cioè

un modo per progettare e costruire siti o applicazioni tenendo conto del punto di vista e delle esigenze dell’utente…
Il processo è stato definito e descritto da diversi autori e persino da alcune norme ISO, come la 13407, Human-centered design process.  Diverse fonti descrivono processi leggermente diversi, ma guidati dalla stessa filosofia: fondare il progetto sulle esigenze degli utenti.

Questo non significa, quindi, limitarsi ad usare il PC esclusivamente per attività di recupero e/o individualizzate, oppure per intervenire con una “protesi tecnologica” per ovviare – nella misura in cui è possibile – alle limitazioni derivanti dal deficit. Significa cominciare anche a strutturare spazi e momenti di interazione che servono a riconoscersi simili nonostante le differenze, in cui ognuno possa inserirsi nella “narrazione collettiva” a pieno titolo e secondo i propri stili.

In una società di plastica e individualista come la nostra, non è facile educare all’accoglienza e i ritmi sono troppo serrati per permettere a chi ha bisogno di più tempo per farsi conoscere, di esprimersi adeguatamente.

L’idea di Cristina di adattare il suo blog “per fare cose diverse nel senso di nuove” rientra in questa concezione. Prepariamo uno spazio in cui si gioca di più ad armi pari, ci si preoccupa di scrivere in maniera accessibile (quale occasione migliore per le giovani generazioni?), in cui è più facile scoprire le somiglianze che concentrarsi sulle differenze… Quando poi ci si ritrova a scuola, vis-à-vis, hai più elementi di conoscenza per socializzare e comunicare con l’altro-da-te.

La seconda sfera da considerare è quella della comunicazione tra i soggetti (istituzionali e non) che “tessono” il progetto di vita del nostro alunno speciale.

Qui si tratta di lavorare sulla comunicazione orizzontale, in maniera rispettosa delle rispettive competenze, cercando di tenere traccia del percorso del bambino/ragazzo in modo non episodico ed estemporaneo. Tutti i genitori sanno quanto sia importante essere in grado di riportare ciò che il bambino fa a casa, quando lo fa, come lo fa, le reazioni alle medicine, l’insorgenza di problemi fisici o di comportamenti-problema (come si dice dalla parti di chi si occupa di spettro autistico). Però non meno importante è scoprire cosa succede altrove perché così riesci a capire anche se il tuo comportamento è funzionale a certe situazioni. Perché non cominciare con lo scambiarsi/condividere piccoli video? Invece di descrivere le attività che si fanno a scuola e a casa, perché non mostrarle nella loro concretezza? In questa maniera abbiamo qualcosa di oggettivo su cui discutere, non inficiato dalla nostra percezione, dai nostri meccanismi di difesa o dai comodi schemi di riconoscimento in cui il bambino deve rientrare, nolente o dolente.

Il filmato è un tipo di documentazione molto frequente nei convegni ma, di solito, non è materiale raccolto in situazioni spontanee e, invece, credo che sia una chiave di volta essenziale nel ridurre l’asimmetria della comunicazione tra i soggetti che si occupano della stessa persona. E poi io mi sono un po’ stufata di sentirmi dire “Ma il bambino fa questo? No, non è possibile. E’ lei che lo interpreta così ma significa un’altra cosa”. Io ho tutto l’interesse a non travisare la mia interpretazione però l’ostinarsi di certi personaggi a muoversi in uno schema rigido, senza spazi di negoziazione, non è meno pericoloso.


Il blog per l’integrazione a cui ho accennato in uno degli ultimi post si riferisce dunque a questa sfera di interazione e cercherà di rappresentare la casa-base comune in cui condividere pubblicamente ciò che è possibile e a cui far riferimento nell’ambito della mailing list più ristretta che coinvolge tutti quelli che girano attorno a Jacopo.

L’officina di Jacopo è, come scrivevo ieri,

un’officina virtuale per rimettere insieme i pezzi di un bambino che è uno e unico nelle sue difficoltà e potenzialità. Che cresce e cambia da un incontro all’altro, soprattutto se passano mesi. Che in un ambiente fa cose che in altri non ci si aspetta. E che ha bisogno di essere immaginato “intero” per essere compreso…

La terza sfera prescinde dal singolo soggetto e riguarda sia la visibilità/vivibilità sociale della disabilità tout court (che include la qualità di vita delle famiglie che hanno come componenti uno o più disabili), sia la capacità della società di integrare organicamente anche questo “discorso” nella narrazione collettiva di cui sopra.

E’ in questo campo, a mio parere, che il web rispecchia abbastanza fedelmente ciò che succede off line. Una società votata all’omologazione del bello, sano e giovane tende a circoscrivere nel privato la realtà della “famiglia disabile” e questo è un male per tutti. Non è non pensare o non vedere la disabilità che la fa scomparire o ti garantisce dall’esserne immune.

“Non dimenticate mai che la disabilità attraversa la vita, è nella vita, non è un destino fuori di noi…” recitava Dario Ianes 2 anni fa.

E allora cominciamo a rompere i recinti di dottori che parlano solo con dottori, di genitori che parlano solo con altri genitori (magari solo se interessati alla stessa patologia), di docenti che parlano solo con altri docenti. Rimescoliamo gli interlocutori per capirci e conoscerci meglio.

Questo post, ad esempio, è in un luogo della Rete in cui passano gli interessi più svariati. Ognuno di noi può trovarci qualcosa su cui riflettere. Ognuno può proporre qualcosa di costruttivo. Ognuno può partecipare. Ognuno di noi può andare oltre. :-)

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