Quello che nei libri di testo non c’è

Posted on 1 marzo, 2010

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Grazie alla vexata quaestio “e-book sì, e-book no”, nel nostro giro di bloggatori 😉 si continua a discutere (talvolta anche animatamente) della vera essenza dell’innovazione didattica, con e senza tecnologie.
Essendo persone che vanno al cuore del problema, eccoti qui Gianni Marconato che mette al centro del tavolo la famigerata “scuola dei contenuti”, rimpianta o rinnegata a secondo dei punti di vista e delle opportunità.
A che servono questi contenuti? Cosa ci dobbiamo fare (noi insegnanti, dico)?

Secondo un’impostazione costruttivista e orientata all’apprendimento significativo, questi benedetti contenuti vanno “manipolati” in qualche maniera perché i formandi li facciano propri trasformandoli in competenze.
Secondo un’impostazione “tradizionalista” (che oggi va tanto di moda) i contenuti vanno ripetuti e ripetuti e ripetuti e ripetuti…… finché non scattano in automatico anche quando dormi.
Esempio lampante del “metodo classico” 🙂 è quello con cui sono stata formata al liceo. La mia “cara” prof (che al ginnasio è praticamente una maestra, dato che fa quasi tutto lei) era una persona molto preparata (e questo non glielo si può negare) e, quando non era di cattivo umore, anche simpatica.
Già dai primi giorni ci diede da studiare un numero imprecisato di proverbi che, UN LICEALE doveva PER FORZA conoscere a menadito, giusto per dare quel non so che di colto alla conversazione. Ovviamente li ricordo ancora tutti perfettamente. Lo stesso dicasi per le decine di pagine di paradigmi irregolari che DOVEVANO affiorare sulle labbra in automatico appena individuata la voce verbale.
In ogni interrogazione di latino e/o greco (e questo per tutti i primi due anni), OGNI PAROLA poteva essere oggetto di approfondimento, il che significava ripetere dalla prima declinazione in poi ogni santo pomeriggio.
Difficilmente un errore poteva essere perdonato ma piuttosto STIGMATIZZATO PUBBLICAMENTE in maniera che non si ripetesse più.
Il liceo, come più volte ripetuto negli anni, non è per tutti. Ed in effetti la mia cara prof faceva di tutto per “selezionare l’utenza”. Tutte le altre scuole erano indicate (e non solo da lei) come una sorta di girone dantesco in cui essere relegati in caso di fallimento. Per un adolescente, l’ideale insomma…
Questo è un esempio di ottima scuola dei contenuti. Chi non vorrebbe un figlio che regge 5 anni in un lager del genere? Nonostante non pratichi il latino da un po’, un sacco di paradigmi irregolari li ricordo ancora a memoria e non faccio fare cattiva figura se mi porti nei salotti buoni…
Il problema oggi (e me ne dispiace per la Gelmini) è che:
  • prof bastardi ce ne sono ancora ma sono indubbiamente “contenutisticamente”  meno preparati;
  • i genitori non hanno più quel “rispetto” per il docente che permetteva loro di sopportare le “giuste” angherie per il bene del proprio figlio;
  • i ragazzi non sono più disposti a farsi guidare (con le buone o le cattive) verso mete di cui non capiscono il senso (quello ad esempio dei paradigmi a memoria l’ho capito molto dopo e ora li utilizzo spesso per risalire al significato di parole che non conosco).
Dunque, che si voglia o no, questo tipo di scuola è oggi difficilmente perseguibile.
Al tempo stesso non si può però ignorare quella nutrita massa di docenti che galleggia al traino del libro di testo (qualunque esso sia), ricopiando le stesse programmazioni un anno dopo l’altro, limitandosi ad ascoltare distrattamente studenti che – altrettanto svogliatamente – sciorinano cose che dimenticheranno il prima possibile (per tacere dei famigerati quiz).
E qui emerge una questione fino ad ora trascurata: lo studio a casa. La scuola dei contenuti era una scuola in cui il docente era “il maestro d’orchestra”, la fonte a cui attingere ma il lavoro sporco dell’apprendere – con la sua fatica e le notti sui libri – era a casa.
Che ruolo ha oggi (o pensiamo debba avere) lo studio casalingo? Questa mi pare una bella domanda…
Io ho cominciato a fare l’insegnante in un quartiere a rischio, dove c’erano anche genitori analfabeti, alcuni dei quali vennero a parlarmi avvertendomi che loro non avrebbero potuto aiutare i figli nei compiti a casa.
E io risposi dicendo che il lavoro a casa non avrebbe mai richiesto il loro intervento, se non in lavori di “ricerca” di oggetti utili al nostro lavoro.
I bambini i contenuti li hanno appresi partendo da problemi concreti, che li toccavano in prima persona: imparammo a leggere ed utilizzare le mappe (giusto per fare un esempio) usando lo stradario per capire quali autobus prendere se fossimo voluti arrivare in centro. E quindi questo ha significato scoprire cos’è una legenda, a cosa serve, come ci si orienta in una mappa e così via.
I problemi hanno prodotto contenuti ed hanno richiesto la ricerca di altri contenuti per trovare la soluzione giusta, sollevando altri problemi che hanno prodotto altri contenuti e così via…

Sta al docente trovare il problema significativo da cui partire per innescare la voglia di risolverlo. E come farlo non sta scritto nei libri di testo.
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