Riflessioni sul problema della conoscenza in pedagogia

Posted on 20 settembre, 2012

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E’ noto (a chi mi conosce da un po’) che io non mi sia mai sentita una pedagogista, ma sulle questioni pedagogiche ci rifletto. Anzi. Vi dirò di più. Ci sono testi di pedagogia, nella mia libreria, che vi meraviglierebbero…

Uno di questi è sicuramente “Riflessioni sul problema della conoscenza in pedagogia” di Angelo M. Franza del 1981. Se siete piemontesi lo potete prendere in prestito qui o, a prescindere dalla residenza🙂, potete addirittura acquistarlo qui. Certo il mio ha una dedica preziosa del 2004, proviene dalla libreria del suo autore (nonché mio Maestro) ed è un corollario di un percorso di formazione che non ha visto ancora compimento (e non potrebbe essere altrimenti). Sono tornata ad aprirlo, come ho fatto altre volte dietro l’impellenza di un vuoto teorico sempre più ancorato ad un’impostazione di ricerca che si trincera dietro le “evidenze” (leggi: Evidence based), quasi fosse l’ultimo baluardo prima della resa definitiva.

La pedagogia, insomma, si configurerebbe in primo luogo come un sapere fortemente condizionato dalle ideologie che in maniera contingente, anche se storica, hanno di volta in volta il sopravvento; in secondo luogo il suo campo d’indagine si sovrapporrebbe fino a coincidere, a volte, con quello delle scienze umane, ma sempre nel ruolo subalterno di una ricezione acritica di quei risultati. [p.8]

Sì. Va bene. Ma non è questo che cercavo. Didattica speciale, inclusiva, “universale”… Perché la tempestosa riflessione che ribolle nel mio cervello mi ha portato a questo libro? Ricordavo (inconsciamente) che c’era qualcosa di importante che avevo annotato da qualche parte? Non so. Però il foglio ingiallito e scarabocchiato con appunti frettolosi, mi guida nella ricerca e trovo ciò che cercavo:

… ogni conoscenza è tale, perché presuppone un campo di potere… Il potere produce norme [ma] anche devianze… Proprio la produzione delle norme consente la pratica del potere, nel senso che il potere deve amministrare anche quei suoi sottoprodotti involontari che sono le devianze…

Non è senza ragione che i politici, gli intellettuali e gli scienziati in generale temono i vuoti di potere. Il fatto è che il vuoto di potere vale per tutti quale sintomo di disgregazione: disgregazione di un sistema sociale, di un sistema culturale, di un sistema scientifico. […]

L’antipedagogia rifiuta l’emarginazione del diverso, come del resto qualsiasi forma di selezione e discriminazione. Ma non propone con ciò proprio la rinuncia alle didattiche speciali e alle metodologie differenziali, con un riferimento esplicito alla pratica sistematica di un esercizio ideologico di disconoscimento della diversità? L’obbiettivo, è pur vero, è il reinserimento del diverso proprio in quel sistema di relazioni che ha provveduto a suo tempo a emarginarlo.  Ma si tratta pur sempre di un falso obiettivo giacché si tenta di reitrodurre il diverso proprio in quel sistema di relazioni che ha provveduto a suo tempo a emarginarlo. Insomma, come ci pare di capire, dall’azzeramento dell’anomalia per isolamento si passa all’azzeramento dell’anomalia per riassorbimento, o per dilatazione dei criteri di normalità. [pp.49-50]